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L’Italia ha il primato delle “imprese in rosa”

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L’Italia ha il primato delle “imprese in rosa”

aprile 04
02:00 2008

Per le lavoratrici autonome italiane il numero non fa la forza. Sono tante, ma poco tutelate. Il loro diritto alla maternità è messo in discussione da condizioni d’accesso al congedo parentale svantaggiose. L’endemica carenza di asili nido, diffusa in tutto il Paese con qualche rara eccezione, fa il resto. Risultato: fanno meno figli ed hanno più difficoltà a conciliare la vita lavorativa con quella famigliare. Questo è il quadro che emerge dalle analisi compiute da Enrico Quintavalle dell’Ufficio Studi Confartigianato e presentate dal Segretario dell’Anap-Confartigianato Persone Fabio Menicacci, in occasione del seminario di studio promosso dal Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consigio dei Ministri – svoltosi presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma – intitolato “L’evoluzione delle politiche di conciliazione tra vita familiare e vita lavorativa: azioni e prospettive”.
Sul totale delle donne lavoratrici di età compresa tra i 15 e i 39 anni, l’Italia è il paese europeo con la maggiore incidenza di lavoratrici autonome (il 16,6%): il 2,5% in più della Grecia (secondo tra i paesi europei) e più che doppia rispetto alla media del continente che si attesta attorno al 7,4% (dati Eurostat del 2006). Sulle 9.049.000 di donne occupate in Italia nel 2006, 1.851.000 (il 20,5%) sono lavoratrici indipendenti. Se i numeri del lavoro autonomo femminile in Italia sono da primato europeo, lo stesso non si può dire delle tutele sociali e previdenziali di cui esso può disporre. La percentuale di donne lavoratrici italiane che usufruiscono di un lavoro part-time e di 6,5 punti inferiore rispetto alla media europea. In Italia la spesa per la protezione sociale si attesta sul 18,1% del Pil, contro il 21,9% della Germania e il 22,6% della Francia (dati Eurostat del 2004). In particolare, sul fronte spesa sociale per la voce “Famiglia e maternità”, l’Italia è fanalino di coda rispetto agli altri paesi europei. Secondo la classificazione per funzioni Seproso96 l’1,1% contro il 3,9% della Danimarca, il 3% di Austria, Germania e Svezia. Solo la Spagna con lo 0,7% fa peggio (dati Mef). Le prospettive non sono rosee se si continuerà a seguire il trend degli ultimi anni. Dal 1997 al 2006, infatti, la spesa destinata al sostegno delle famiglie è scesa dal 3,5% al 3% del Pil. Se a quesi dati si aggiunge che un’imprenditrice e una lavoratrice autonoma lavora mediamente 7-8 ore (il 24,2%) in più di una lavoratrice dipendente (dati Istat), non è difficile immaginare le difficoltà a progettare una maternità. Tra i 15 e i 49 anni il rapporto tra figli e donne lavoratrici autonome (1,8%) e in proprio (1,4%) è infatti inferiore rispetto a quello delle lavoratrici dipendenti (3,1%).
Se il lavoro dipendente consente sia alla madre che al padre di avere accesso al congedo parentale – per 6 mesi per la prima, per 7 per il secondo – nel lavoro autonomo il diritto di congedo spetta solo alla donna. E anche in questo caso averne il diritto sulla carta non significa l’esercizio concreto di questo diritto. Solo lo 0,25% delle lavoratrici autonome è nelle condizioni di andare in congedo parentale, percentuale 37 volte inferiore rispetto alle lavoratrici dipendenti private. A rendere la situazione ancora più critica, l’insufficienza del numero degli asili nido. In Italia il rapporto tra utenti del servizio all’infanzia e popolazione da 0 a 3 anni è solo del 11,4%. Percentuale che si avvicina all’obiettivo di Lisbona del 33% solo in regioni modello come Valle d’Aosta (56,5%) ed Emilia Romagna (27,1%), ma che precipita a 1,7% in regioni ad alta densità di popolazione da 0-3 anni come la Campania.

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