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L’Italiano scelto da San Francesco per descrivere la bellezza del mondo

L’Italiano scelto da San Francesco per descrivere la bellezza del mondo
Marzo 08
19:08 2021

Marzo, il mese dedicato alle donne, alla rinascita e alla primavera. Proprio l’entrata in scena della “dolce stagione” è sempre uno spettacolo che lascia senza fiato. Qualche volta, nel corso della storia, gli scrittori hanno ammesso che non sempre sia facile descrivere l’emozione suscitata dalla contemplazione della bellezza della natura. Un pensiero comune però è credere che sia istintivo scegliere come lingua per raccontare le proprie emozioni la lingua materna, definita nel Medioevo come loquela dell’anima, perché arriva direttamente dal cuore di una persona.
Proprio nel Medioevo la lingua italiana ha iniziato a sorgere, in particolare nelle regioni centrali d’Italia, in cui iniziò a svilupparsi una nuova forma di letteratura con quella lingua definita volgare, da “vulgus” (che in latino vuol dire popolo), cioè nella lingua parlata da tutti.
Proprio nell’epoca medievale, siamo nel Duecento quindi in pieno Medioevo, un giovane frate di Assisi scelse la lingua volgare italiana per scrivere il primo testo letterario della storia del nostro Paese: si tratta di San Francesco d’Assisi, con il suo “Cantico delle Creature” (Laudes creaturarum), datato secondo autorevoli fonti al 1224.

 

“Altissimu, onnipotente, bon Signore,

tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad te solo, Altissimo, se konfano,

et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,

spetialmente messor lo frate sole,

lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.

Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:

de te, Altissimo, porta significatione. (…)”
vv. 1-9

Il “Cantico” è la sola scrittura italiana di S. Francesco, poiché figlio di madre francese era dedito pregare e predicare in lingua d’oltralpe, lingua indicata nella storia come il primo idioma della letteratura europea.

Per San Francesco la lingua della sua “Lauda” (il genere letterario di argomento religioso di carattere popolare, proprio della letteratura italiana) doveva essere l’emblema della parola semplice e spontanea, assolutamente lontana dall’arcaicità delle terminologie teologiche e dottrinali dell’epoca, proprio perché in grado di esaltare la bellezza della natura. Il “Cantico” è un preghiera in volgare umbro e per la prima volta la lingua volgare risuona con estrema eleganza e precisione, mediante l’uso di parole brevi in grado di essere comprese da tutti: l’invito dell’autore a lodare e ringraziare Dio, era rivolto a tutti gli uomini, di tutti i ceti sociali e non solo ai più istruiti.

 

Infatti il Cantico si apre con la lode a Dio e termina con una chiusura esortativa. Il testo, proprio per la sua semplicità linguistica e strutturale si può dividere in cinque elementi, dagli uomini conosciuti: la Lode assoluta di Dio, strutturata in terne di appellativi (“altissimo, onnipotente, bon Signore”), omaggi (“tue so’ le laude, la gloria et l’onore”) e azioni (“benediciate, rengraziate e serviateli”). L’insistenza sul numero 3 come simbolo della Trinità divina è ribadita dal totale dei versi (33): da ricordare che nel Medioevo era fondamentale nei testi scritti il significato allegorico, religioso e morale del “numero”. Il Firmamento (Sole, Luna e stelle) e gli Elementi naturali: il vento (simbolo del fiato di Dio), l’acqua (elemento di purificazione), il fuoco (fonte di luce e simbolo dello Spirito Santo), la terra (madre di tutte le creature). L’Uomo come peccatore per sua natura e nella sezione a lui dedicata fanno la sua comparsa i termini “perdonano”, “infermità”, “tribolazioni”, “guai”, “peccati”. Infine Morte, in quanto è sorella dell’uomo. Nessuno può evitarla, ma anch’essa è in realtà positiva e benevola, perché coincide con la liberazione dalla vita terrena per il regno del Paradiso.

 

Il Cantico delle creature era stato composto originariamente con un accompagnamento musicale, che purtroppo però è andato perduto. Nella lettura del testo saltano subito all’occhio del lettore l’uso di caratteristiche linguistiche tipiche del dialetto umbro, come le finali in u (es. altissimu, nullu, dignu, ecc.). 

 

L’augurio è che possa tornare in questo nostro momento storico, alla lettura di questo delicato testo, il desiderio di usare la nostra bella lingua per descrivere le emozioni che si provano anche solo contemplando un fiore che sboccia; per comprendere la gioia di essere parte di una bellezza toccante per l’anima, perché come disse proprio San Francesco: “Un raggio di sole è sufficiente per spazzare via molte ombre”.

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