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Lo scrittore. Insegnare in carcere. Dialogo con Edoardo Albinati

Lo scrittore. Insegnare in carcere. Dialogo con Edoardo Albinati
Aprile 05
08:16 2021

Intervista tratta da Oltre il virus. XVII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione

Antigone ha inviato a un centinaio di docenti penitenziari un questionario sulla scuola in carcere. Ne è venuto fuori che in circa metà degli istituti la scuola sta funzionando in presenza. Una buona notizia. Che non vale però per l’altra metà, dove in due casi su tre si fa didattica integrata: gli insegnanti fanno arrivare in istituto del materiale fotocopiato che poi viene distribuito agli studenti. Spesso si tratta di poche fotocopie, sparse nel tempo. Nel restante terzo c’è la didattica a distanza, con un collegamento video. Insomma, il quadro non è omogeneo. Ma non è neanche roseo. La pandemia ha svuotato il carcere di gran parte delle sue attività. Negli istituti c’è poca scuola, non c’è formazione professionale, si fa poco sport, entrano pochissimi volontari. Chi è detenuto oggi sta scontando una pena ben più afflittiva che non in tempo di pace. Quella della scuola è una delle assenze più pesanti. Forse la più pesante.

Abbiamo chiesto a Edoardo Albinati, uno dei più importanti scrittori contemporanei, con un passato da osservatore di Antigone e un’esperienza più che ventennale di insegnante nel carcere di Rebibbia, di condividere con noi alcune riflessioni sulla scuola in carcere: sul suo significato per le persone detenute, sul ruolo dell’insegnante penitenziario, sulla differenza tra la scuola di fuori e quella di dentro; e su cosa c’è da aspettarsi una volta che l’emergenza sanitaria sarà finita.

L’anno scorso le persone detenute coinvolte in attività scolastiche sono state 19.800: un terzo dei detenuti. 10.000 erano stranieri. Frequentavano corsi di alfabetizzazione, scuole medie, scuole superiori, e pure l’università (pochi, 412; ma un tempo erano 0). Per capire cosa significhi non andare più a scuola bisogna prima avere un’idea di cosa significhi andarci. Cosa rappresenta secondo te la scuola per chi si trova in carcere?

Ci sono diversi livelli di risposta, diverse ragioni per cui un detenuto può frequentare la scuola. La prima non è strettamente scolastica. La scuola è una delle poche opportunità per uscire dalla cella, per non esservi rinchiusi tutto il giorno: una necessità prima di tutto fisica, biologica: la possibilità di accedere a una situazione diversa da quella dello stare in cella. C’è poi una seconda ragione, anch’essa non strettamente scolastica: alla scuola corrisponde la possibilità di avere a che fare con elementi esterni al carcere, come siamo noi insegnanti, che non siamo né detenuti né agenti penitenziari né avvocati – tre categorie con cui i detenuti hanno a che fare dalla mattina alla sera. C’è in effetti un bisogno di mescolarsi, sia pur temporaneamente, con pezzi di mondo esterno. Infine c’è una terza motivazione, più strettamente scolastica: l’interesse specifico per lo studio, il tentativo di recuperare qualcosa che non si è ricevuto, o non si è completato, e cioè l’istruzione. Le ragioni non si presentano sempre in quest’ordine, ma spesso sono tutte e tre presenti. Già dopo qualche settimana si può capire qual è quella emergente, quella più forte: se si tratta soltanto delle prime due, è difficile che lo studente continui a frequentare. Noi insegnanti finiamo inevitabilmente per svolgere un’azione suppletiva, o di surrogato, a quelle svolte in maniera più episodica da figure come l’educatore, lo psicologo o l’assistente sociale. Avendo con gli studenti un contatto così frequente e talvolta prolungato – per mesi e a volte anni, – l’insegnante finisce per espletare anche queste funzioni, per quanto non sarebbe lì per quello.

Il carcere è un’istituzione infantilizzante, a partire dal linguaggio: per qualunque cosa bisogna fare una domandina, chi fa le pulizie viene chiamato scopino, e via dicendo. Una persona detenuta non è autonoma, dipende in tutto e per tutto dall’amministrazione. D’altra parte anche la scuola può avere un effetto infantilizzante, essendo pensata principalmente per i minori. Un adulto può adattarvisi con difficoltà. Cosa ne è in carcere di queste dinamiche? La scuola è infantilizzante? E come cambia la predisposizione all’apprendimento, rispetto all’esterno?

Non si ragiona abbastanza sul fatto che la scuola in carcere è prima di tutto insegnamento per adulti. Sbarre a parte, ciò che le assomiglia di più è la scuola serale. Diamo perciò per scontato un comportamento adulto da parte di chi lo frequenta. Si presenta però un problema specifico. Mentre un ragazzino o una ragazzina sono tenuti a seguire tutte le materie, un adulto è inevitabilmente selettivo. A una persona di 50 anni è difficile dire che la matematica, poniamo, anche se non le piace o non la capisce, deve studiarla per forza. La mentalità adulta si sottopone meno facilmente all’obbligo di uno studio ampio e generalizzato. Io insegno in un istituto tecnico informatico: mentre nel triennio ci sono materie più professionali, al biennio si studiano materie ancora di formazione generale. Un adulto, rispetto a un ragazzino, è più riluttante all’apprendimento universale, chiamiamolo così – oltre a essere meno agile mentalmente, per una questione fisiologica. La mente adulta è meno permeabile, se non le interessa una certa cosa: tu non hai l’autorità necessaria a imporla comunque, né dall’altra parte ci sono il desiderio e la spinta necessari.
In ogni caso, la scuola in carcere non è infantilizzante: per niente. Semmai rimuove, o dovrebbe rimuovere, residui di infantilismo presenti nel comportamento dei detenuti e dovuti a una sorta di incallimento: non tanto nel crimine in quanto tale – io trovo impropria la famosa definizione “criminale incallito” – quanto nel comportamento. Ci sono degli atteggiamenti coatti – ecco, se non incalliti, coatti – che risalgono a epoche lontane della vita di queste persone, e che sono diventate un modus vivendi. Su questo la scuola può agire. Può rimuovere – o meglio, non rimuovere, piuttosto, può smontare, diciamo – questo infantilismo, se vogliamo chiamarlo così, che consiste nell’essere abituati a ragionare in modo coatto, in modo automatico. Che poi è, per alcuni di loro, la ragione per cui sono finiti in galera. Su questi condizionamenti ambientali, familiari, l’insegnamento può agire. L’insegnamento dovrebbe contribuire, in teoria, a dare maggiore consapevolezza del fatto che quella delinquenziale non è l’unica strada possibile. Questo non avviene in maniera diretta, non esiste una materia specifica per questo. Ma lo svolgimento delle singole materie dimostra come ogni disciplina abbia delle procedure specifiche. E questo a fronte di una mentalità sostanzialistica spesso diffusa tra chi ha commesso dei reati, una mentalità secondo cui se vuoi dei soldi, vai e li rapini, non li ottieni attraverso una procedura complessa, come invece le singole discipline indicano. La scuola mostra che se vuoi risolvere il problema di matematica devi sforzarti a seguire delle regole, delle leggi. Anche rispetto all’insegnamento della cosiddetta legalità, non è che tu devi fargli la morale o insegnargli il codice penale, che tra l’altro i miei studenti mediamente conoscono molto meglio di me. Piuttosto puoi insegnare che ci sono leggi che governano ogni materia, ogni disciplina: in un teorema matematico, nella tavola periodica degli elementi, o nei legami metrici che ci sono dentro un sonetto. Così come in ogni sport o nella musica. In sostanza la scuola può insegnare che esistono forme complesse, ardue, anche difficili, e che se vuoi affrontarle devi seguire delle procedure. Non puoi andare lì e prenderti quello che vuoi. L’atteggiamento che consiste nello strappare agli altri ciò che si vuole si può definire infantile, da bambino che va lì e arraffa le cose: questo è mio, questo voglio io!

In carcere le condizioni di insegnamento sono precarie. Gli studenti arrivano alla spicciolata, un agente impegnato può fare ritardare una lezione di mezz’ora, il colloquio ha la precedenza sulla lezione. Per non parlare del numero di studenti che si perdono per strada, perché trasferiti o perché vanno via – buon per loro. Quanto le condizioni esterne influenzano i metodi dell’insegnante? E quanto i contenuti dell’insegnamento?

Le limitazioni e difficoltà sono quelle che tu hai elencato, più altre ancora. C’è il turnover degli studenti, per esempio: si arriva a fine anno con una classe ridotta, o in alcuni casi completamente diversa rispetto a quella che si aveva all’inizio. Questa sicuramente è una limitazione: temporale e spaziale. Dentro a un carcere – questo è importante – c’è concorrenza rispetto all’uso degli spazi. Noi abbiamo dovuto conquistare all’arma bianca le celle-classi in cui insegniamo; che sono sempre in bilico, perché potrebbero essere utilizzate altrimenti. È in atto una contrattazione continua, che richiede anche di avere una dirigenza scolastica forte, propositiva, nei confronti dell’amministrazione penitenziaria. Bisogna chiedere, chiedere, insistere, insistere, se si vuole ottenere una qualsiasi facilitazione logistica. Spesso i problemi sono di natura logistica. Proprio facendo una visita con Antigone, 15 anni fa, con la delegazione vedemmo un bellissimo campo da calcio, in un carcere del Lazio. Pensammo: però, che bella dotazione. Ma era inutilizzato, perché i detenuti per accedervi dovevano fare dei percorsi così tortuosi, accompagnati dagli agenti, che di fatto non vi accedevano. Il campo da calcio non veniva utilizzato. Ecco, molti dei problemi scolastici sono di questo ordine, un ordine logistico. A Rebibbia negli ultimi anni è stato fatto qualche passo avanti: per esempio i detenuti, adesso, sono dotati di un tesserino che permette loro di andare a scuola direttamente dai reparti, senza accompagnamento. La loro presenza a scuola viene registrata automaticamente. Questo ha snellito una procedura farraginosa.
Tutte queste limitazioni però hanno un lato positivo. La negatività produce una positività, una sola: ridurre all’osso le priorità dell’insegnamento stesso. Siccome c’è poco tempo, poco spazio, l’acustica è pessima, fa freddo, non ci sono i libri, allora tocca dare agli studenti il midollo del leone della materia. Non puoi cincischiare, non puoi perdere tempo. Nella scuola esterna normalmente l’insegnante pensa che lo studente che ha davanti resterà lì per tutto l’anno, e magari per 5 anni di fila. In carcere questa certezza non c’è. La tua lezione deve essere decisiva: ogni volta, ogni giorno. Se ti metti a fare melina, a cincischiare, non hai la certezza, la garanzia, che poi un certo argomento riuscirai prima o poi ad affrontarlo. Non esiste, per fortuna, tutto quell’aspetto propedeutico, preparatorio, introduttivo all’insegnamento, che poi è quello che rende la scuola quasi sempre noiosissima. Qui il tempo è davvero prezioso, e irripetibile. Lo studente ce l’hai davanti, lo devi beccare quel giorno lì. Devi essere molto, ma molto succoso. Questo riguarda sia il contenuto che il metodo. Se c’è una sollecitazione che può venire dall’insegnamento in carcere, è che proprio la precarietà del percorso scolastico fa sì che si debba investire tutto giorno per giorno. “Del doman non v’è certezza”. Per sé, per lo studente, per il percorso da compiere insieme, e compagnia bella.

Me ne accorgo al cambio dell’ora. Spesso la lezione del collega che ti precede si prolunga, perché magari gli hanno mandato gli studenti con mezz’ora di ritardo; e mentre aspetti pazientemente il tuo turno per entrare, dal vetro della porta lo vedi che sta proprio nel pieno della lezione, e non vuole staccare, preso da un entusiasmo didattico molto forte: per quella ragione di cui ti dicevo prima, perché sa che deve spararsi tutte le cartucce, oggi, adesso. Questo è dovuto a tutte le difficoltà di cui parlavamo, e forse sarebbe giusto metterlo in conto anche nella scuola di fuori. Anche nella scuola di fuori si dovrebbe puntare dritto al cuore: della materia e dello studente che si ha davanti, come se non ci fosse un domani assicurato.
Rispetto al metodo direi che il formato della lezione, quella cosa che dura 50 minuti e che può essere raddoppiata, come nelle serie televisive, 50 + 50, è un formato ideale, perfetto per la comunicazione, magari di una sola cosa, che però passi, che sia efficace.

A volte pare che la scuola non si curi molto del carcere. Altre volte pare vero il contrario: in molti istituti, Rebibbia compreso, alcune classi hanno pochissimi iscritti: fuori non sarebbero mai esistite. Quanto pensi che la scuola guardi al carcere e alle sue specificità?

Dipende. A volte, quando in un carcere mancano delle classi, è perché nessuna scuola esterna si è attivata, si è proposta al carcere. A Rebibbia è stata aperta per un’iniziativa di questo tipo, prima c’erano solo elementari e medie. Con l’arrivo delle superiori si è creato un ciclo completo fino all’ultimo anno: poi piano piano ci si è allargati al femminile, e ai reparti speciali, i protetti, l’alta sicurezza. Dunque ci vuole interesse e attenzione da parte di istituti scolastici esterni. Col calo demografico, avere delle sezioni carcerarie può tenere in vita una scuola che altrimenti chiuderebbe. E lo stesso vale per gli insegnanti: quando ho iniziato io, alcuni erano comprensibilmente riluttanti ad accettare una cattedra in carcere; adesso non dico che ci sia la fila, però… Con qualche eccezione, il Provveditorato è sempre stato abbastanza generoso, permettendo di mantenere classi con numeri talvolta esigui nelle ultime classi di corso. Dunque di questo non mi lamento. Anzi, non mi lamento proprio di niente, ma se dovessi lamentarmi di qualcosa mi lamenterei semmai del fatto che non venga riconosciuta alcuna specificità della scuola in carcere. Ci sarebbero ragioni per fare delle rivendicazioni. Insomma, insegnare in carcere magari per parecchi anni non è una passeggiata: si va a scuola con i mutandoni di lana, tenendosi il cappotto in classe, a pisciare nelle turche, in condizioni schifose, si ha a che fare con persone talvolta malate, e si viene sottoposti a tensioni imprevedibili. Ci siamo abituati, ma si tratta oggettivamente di una situazione di estremo disagio. E questo non è mai stato riconosciuto, né economicamente né da un punto di vista pensionistico. Ma lasciamo perdere. Pensiamo piuttosto a quelli che ci vivono ventiquattro ore al giorno, il quel posto.
Piuttosto, questo sì è grave, la dotazione di materiale è sempre carente. Faccio solo un esempio: non avendo un libro di testo unico, io faccio molto affidamento sulla fotocopiatrice. È una macchina essenziale, di cui non posso fare a meno. Be’, per mesi o interi anni si sta con la fotocopiatrice rotta o col toner scarico.

Non ci sono i libri?

Non ci sono libri uguali per tutti gli studenti. Io ho duecento antologie, tutte spaiate. I libri della Divina Commedia li ho comprati io. E ogni anno la devo ricomprare, perché se le fregano. Non so quante ne ho comprate.

La Divina Commedia va, quindi.

Certo, la Divina Commedia va, è un evergreen carcerario. Specie l’Inferno. Alcune copie sono rubate, altre sparite – magari perché uno a cui avevo permesso di portarsela in cella è stato trasferito. Allora chiedo: l’ha lasciato il libro, al reparto? No, se l’è portato dietro nel sacco. Che ne so, a Civitavecchia, a Viterbo. Il che fa anche piacere, in un certo senso, quell’attaccamento a Dante, però, insomma…

Tu insegni in carcere da molto tempo, hai potuto osservare diverse stagioni. Come credi che siano cambiati nel tempo i rapporti tra l’amministrazione penitenziaria e la scuola? Il peso della scuola è aumentato, è diminuito, è rimasto costante?

Credo che sia rimasto costante, non penso che sia diminuito né aumentato. Sempre però in questa forma collaborativo-conflittuale. La scuola per il carcere è una vantaggiosa integrazione di attività che di fatto non vengono svolte. Avere una scuola, per quanto possa comportare impegni supplementari per il personale penitenziario, al tempo stesso fa sì che un certo numero di detenuti sia impegnato in un’attività degna di questo nome. A parte qualche corso professionale, e il teatro, altre iniziative in carcere quasi non ce ne sono. E ora col Covid non c’è più nulla. Il lavoro all’interno occupa una parte esigua della popolazione carceraria. Quindi la scuola ha una convenienza trattamentale immensa, per il carcere. D’altra parte le esigenze scolastiche comportano una continua contrattazione: di tempi, di spazi, di possibilità, di occasioni, di controlli, di materiali, e così via. È uno strano rapporto. Noi siamo ospiti: talvolta benvenuti talvolta indesiderati. O spesso tutte e due le cose insieme.

Il carcere ha una naturale tendenza alla chiusura e all’opacità. È anche per questo che esistono l’Osservatorio di Antigone e organismi di controllo come il Comitato di Strasburgo o il Garante nazionale. Si dice che lo sguardo esterno, con la sua sola presenza, modifichi, almeno in parte, il comportamento dell’istituzione. È vero anche per chi non fa monitoraggio? Penso agli insegnanti: anche loro sono occhi esterni. Si percepiscono in questo modo? Tu credi che contribuiscano ad aprire il carcere verso l’esterno?

Non c’è dubbio che sia così: anche senza far nulla, senza sporgere denunce su disfunzioni, maltrattamenti o altro. La presenza di chiunque non faccia parte dell’amministrazione penitenziaria o non sia un detenuto, né un avvocato che entra per ragioni professionali, rende di fatto il carcere un po’ meno un dominio extra-territoriale. Quando ho fatto visite per il monitoraggio di Antigone, specie nelle carceri più periferiche, ho avuto a volte l’impressone di entrare in luoghi chiusi a qualunque tipo di occhio. Non che questo occhio debba osservare chissà che cosa. Ma la presenza di uno sguardo esterno come ad esempio quello degli insegnanti di fatto aumenta la porosità o la permeabilità del mondo carcerario. Forse non riuscirà direttamente a impedire che ci siano disfunzioni, maltrattamenti, o altro, che a uno come un insegnante possono restare invisibili – anche perché ha percorsi obbligati, può frequentare solo alcuni ambiti. Però è una buona abitudine, diciamo così, all’idea che il carcere non sia un luogo fuori dal mondo, e che vi debbano vigere le medesime leggi che nel mondo di fuori. È questo che la scuola rappresenta per gli studenti – forse avrei dovuto dirlo all’inizio: un luogo franco. È un luogo che sì, è ristretto, e anzi doppiamente ristretto, perché si è dentro la scuola e dentro un carcere, e sarebbero due restrizioni, una dentro l’altra. Però dentro questa specie di bolla ci si dovrebbe poter comportare come se non si fosse in carcere. Con una finzione di normalità. Io cerco di far sì che il rapporto tra insegnanti e detenuti replichi il più esattamente possibile un rapporto tra persone libere. È una piccola garanzia, però rende l’idea di cosa potrebbe essere il carcere se questa garanzia venisse applicata 24 ore al giorno.

Dunque è assolutamente scontato che la presenza delle scuole favorisca l’apertura del carcere in generale, non ci piove. Laddove c’è una scuola c’è un avamposto del mondo esterno, utile secondo me a entrambi i mondi. Poi c’è questa funzione del tramite, della staffetta, tra mondo esterno ed interno, che fanno anche i volontari: un andirivieni che per quanto possa comportare delle difficoltà e a volte anche dei guai serve alla permeabilità del carcere. E quindi a spezzare l’immagine di un mondo a parte, dove può accadere di tutto.

Siamo nel mezzo di una pandemia, e c’è già da pensare al dopo. Questa stagione qualcosa di positivo potrebbe lasciarlo. Per la prima volta gli smartphone sono entrati in carcere. Anche di telefonate se ne fanno di più: i dieci minuti a settimana – roba da anni ’80, quando si pagavano le interurbane e non c’erano i telefonini – almeno per il momento si sono moltiplicati. Era ora. I rischi però sono più alti delle opportunità. Si teme il ritorno a un modello di carcere puramente custodiale, con meno attività, che si preoccupa meno del cosiddetto “trattamento”, parola brutta dietro cui qualcosa di buono c’è. Qualche docente intravvede il rischio che la scuola faccia passi indietro, che la sua presenza diventi meno legittima, che si debbano rinegoziare conquiste date per scontate. Avverti anche tu questo rischio?

Questa considerazione generale sulla pandemia vale per tutti i posti dove vigeva già una situazione emergenziale: dai campi per i rifugiati alle carceri. Io temo delle conseguenze negative, nel lungo termine. Intendo dire che dei diritti e delle aperture che si erano conquistate poco alla volta possono tornare indietro, le si può facilmente abolire con l’uso strumentale della pandemia stessa, dicendo: questo non si può più fare, quest’altro non si può più fare. In fatto che siano entrati gli smartphone per i colloqui, al posto delle persone fisiche, potrebbe rivelarsi un regresso spaventoso, se dovesse diventare l’unica modalità, quella degli incontri a distanza. Si tratta di problemi di carattere politico-logistico. È un campo politico, il carcere, gira gira è sempre inevitabilmente politico. Bisogna vedere se ci saranno le forze per difendere alcune iniziative, tra cui la scuola – ma anche molte altre – dalla possibile riduzione o cancellazione. Penso che le attuali restrizioni verranno allentate molto, ma molto lentamente, nel futuro. Le esigenze sanitarie da un certo momento in poi potrebbero servire da paravento e da ostacolo: si potrà sempre sostenere che ci sono ragioni di sicurezza per impedire questo o quello.

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