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Lotta alle eco-mafie: un’occasione mancata nel nostro paese

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Lotta alle eco-mafie: un’occasione mancata nel nostro paese

luglio 12
22:00 2011

Sono più di 84 i reati ambientali commessi ogni giorno dalle ecomafie: «Come un virus, con diverse modalità di trasmissione e una micidiale capacità di contagio» – commenta Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente – il ciclo illegale dei rifiuti, il traffico illecito di sostanze tossiche e l’abusivismo edilizio, continuano ad avvelenare l’ambiente, a inquinare l’economia e a mettere a rischio la salute delle persone. È un sistema super organizzato sul territorio – endemico al livello locale – che «ha una straordinaria capacità di connessione su scala globale» e che – prosegue Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente – «si propaga e si rafforza anche grazie al coinvolgimento dei cosiddetti colletti bianchi e alle infiltrazioni nell’imprenditoria legale». Il rapporto Ecomafia 2011 è dedicato quest’anno ad Angelo Vassallo, primo cittadino di Pollica (SA) – grande sostenitore di una politica ambientale che fosse rispettosa della legalità e della tutela dei cittadini – ucciso dalla camorra il 5 settembre scorso. Nel territorio italiano esistono 290 clan impegnati nel business dell’ecomafia. Il rapporto ne ha censiti 20 in più rispetto al 2009. Il giro d’affari del crimine organizzato è di circa 20 miliardi. I dati che emergono dall’indagine di Legambiente, condotta in collaborazione con le forze dell’ordine, le Capitanerie di porto, l’ufficio Antifrode, l’Agenzia delle dogane, le polizie provinciali, l’istituto di ricerche Cresme e la Direzione investigativa antimafia, sono davvero impressionanti: se immaginassimo di mettere in fila la serie di camion necessari per trasportare i 2 milioni di tonnellate di rifiuti tossici sequestrati lo scorso anno, si formerebbe una coda lunga 1.117 KM, che coprirebbe la distanza che c’è fra Milano e Reggio Calabria. Ciononostante, si tratta di una cifra parziale, perché si riferisce a meno della metà (12 su 29) delle inchieste per traffico illecito condotte dalle forze dell’ordine, nel 2010. In totale, infatti, sono stati accertati 30.824 illeciti ambientali, con un incremento del 7,8% rispetto al 2009. 540 ettari del suolo italiano sono stati divorati dall’abuso edilizio, mentre i reati relativi al ciclo illegale di rifiuti (dalle discariche ai traffici illeciti) e a quello del cemento (dalle cave all’abusivismo edilizio) rappresentano da soli circa il 41% del totale dei crimini commessi lo scorso anno. A completare la percentuale ci sono poi, nell’ordine: i reati contro la fauna, (19%), gli incendi dolosi (16%), quelli nella filiera agroalimentare (15%) e varie altre tipologie di reato accertate. La Campania continua a conservare il suo triste primato di regione più colpita dal fenomeno. Seguono la Calabria, la Puglia e la Sicilia, ma il numero dei reati eco-mafiosi è in crescita vertiginosa nel Lazio e in Lombardia. E poi c’è la piaga del traffico internazionale dei rifiuti, col ricorso alla spedizione all’estero (Cina, Hong Kong, Malesia, Nord Africa), da porti come Gioia Tauro, Taranto, Catania, Napoli, Venezia, La Spezia, di rifiuti pericolosi: si tratta principalmente di materiali ferrosi, carta da macero, gomma (pneumatici), polietilene (usato per fabbricare i teloni agricoli trattati in serra con fitofarmaci e antiparassitari), spediti in Cina e restituiti in Europa sotto forma di prodotti in plastica come giocattoli, biberon, utensili ecc. Attraverso un’analisi globale delle indagini, gli esperti hanno rilevato delle “condotte spia” che indicherebbero la presenza di strutture organizzate in mano alla criminalità: lo deducono, per esempio, dal fatto che «quasi tutte le società che si occupano di movimento terra hanno sede al Sud», e che, sempre al Sud, per celare lo smaltimento di rifiuti pericolosi si fa ricorso alle cave abusive e abbandonate, ai cantieri per infrastrutture (utilizzati in corso d’opera per smaltire nel terreno sottostante i rifiuti, grazie alla “copertura” del cantiere stesso) e alle aziende agricole ove viene utilizzato il cosiddetto “compost” (cioè il risultato della decomposizione e umidificazione di un misto di materie organiche e microorganismi decompositori), capace di occultare le sostanze nocive nella miscela. Il record di costruzioni abusive è stato invece raggiunto dalla regione Calabria, seguita dalla Campania e dal Lazio.
Meno numerose, ma altrettanto degne di attenzione sono le frodi alimentari: il maggior numero di reati è stato riscontrato nel settore delle carni e allevamenti (1.244), della ristorazione (1.095) e dei prodotti alimentari vari. Sono stati 5.835 i reati commessi contro la fauna, quasi 16 al giorno, soprattutto nell’ambito dell’espansione globale dei mercati orientali, con un volume d’affari di specie animali e vegetali e di prodotti lavorati che supera ormai, a livello mondiale, i 100 miliardi di euro all’anno. A tutto ciò occorre poi aggiungere una considerazione fondamentale: il ricorso allo smaltimento illegale dei rifiuti pericolosi non è solo in mano al crimine organizzato ma è spesso praticato anche da chi li produce, allo scopo di risparmiare sui costi da sostenere, previsti dalla legge. «Per porre rimedio a questa situazione – afferma il presidente nazionale di Legambiente – avevamo atteso con ansia il decreto col quale il governo deve recepire la Direttiva Europea sulla tutela penale dell’ambiente, inserendo finalmente i delitti ambientali nel Codice Penale». Si tratta invece di una lotta impari, condotta dalle forze dell’ordine con armi spuntate. Di «un’occasione mancata», denuncia ancora il presidente di Legambiente, perché attualmente i reati contro l’ambiente sono puniti con delle semplici contravvenzioni, cioè con pene pecuniarie che non spaventano certamente gli eco-criminali ma che potrebbero contribuire ad alimentare quei comportamenti irresponsabili e dannosi, frutto di una scarsa cultura del rispetto dell’ambiente e della salute.

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