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M.P. Santangeli: «narrare è lavorare al telaio o vagare …»

Luglio 17
22:00 2013

«pochi segni tangibili per chi non sa guardare» – forse lei stessa direbbe. Poi la si vedrebbe riflettere ancora un po’ sulle fonti orali raccolte, elaborarle ed infine stendere i magnifici racconti contenuti nei suoi libri: Boscaioli e carbonai nei Castelli Romani, Rocca di Papa al tempo della crespigna e dei sugamèle, la puntata nel mondo dei più piccoli con Il Principe degli specchi e Arbìn bambinoalbero fino al recente Streghe, spiriti e folletti. L’immaginario popolare nei Castelli Romani e non solo.
D: Nelle tue ricerche, quanto conta l’intuizione; lavori ad una tua tesi, da confermarsi eventualmente, o lavori prima alla costruzione della storia, per il piacere del racconto? Dico questo anche in considerazione dell’elasticità mostrata nel reperimento di fonti scritte e orali che, per quanto complicato a volte, sembra essere il forte richiamo che ti porta a narrare …
R: Certo, un’idea generale c’è in partenza, ma poi mi comporto come se lavorassi ad un telaio molto rudimentale e quindi molto imperfetto. La tela che viene fuori è altrettanto imperfetta, bisogna aggiungere o togliere fili e colori, a seconda dei racconti delle persone, delle svolte che le persone mi costringono a compiere. È una sorta di tela in fieri che si sviluppa pian piano. Oppure posso immaginare il mio cammino come in un labirinto di case con porte e finestre aperte e chiuse, piccoli giardini, cortili, passaggi, stradine che continuano, altre senza sbocco, è un andare con una meta precisa, ma con varie sorprese positive e negative. Questo mi sembra il bello del lavoro, la possibilità di cambiare, di modificare molto dell’idea iniziale. So bene di non essere originale in questo, ma è così.
D: Nel presentare “Streghe, spiriti e folletti …” durante la festa del libro di Grottaferrata, tu hai affermato di amare di più il racconto in sé che la ricerca etnologica della quale, ormai, si vuole tu sia ‘figlia’: qual è il compromesso tra il dato tratto da una ricerca sul campo e il racconto?
R: È un compromesso – se così lo vogliamo chiamare – che mi viene abbastanza naturale. Insisto sul mio piacere del “raccontare” perché io m’innamoro delle storie che le persone mi raccontano, mi innamoro della loro umanità, del loro essere uomini e donne nel tempo avuto in sorte. Mi innamoro delle infinite sfaccettature della vita. È il dipanarsi della vita, il suo insondabile mistero che mi intriga.
D: Il titolo di questo tuo ultimo libro in ordine di tempo può sembrare di tendenza, modaiolo, perché maghi, streghe, presenze oscure, ‘vampiri lover’ sono il pane quotidiano di questi anni nei quali anche alcune forme di religiosità vanno assumendo i contorni del mito e viceversa. Cosa ne dici?
R: Non ho pensato affatto alla moda. Queste sono le storie che si raccontavano le sere nei Castelli, quando non c’ era la TV, racconti di paura i preferiti. La moda nel mio caso non c’entra e poi non so scrivere a comando, per seguire mode o richieste editoriali. Non sarebbe più un piacere, un’avventura. Tra l’altro i primi racconti di streghe e di anime del purgatorio li ho inseriti nel mio primo libro edito nel 1994.
D: Di solito dove scrivi, quando, e quale richiamo, invece, ti fa smettere, raccontaci la tua disciplina di scrittrice e … chi ti legge le bozze?
R: Non ho nessuna disciplina, per mia disgrazia. Ti ho già detto che scrivo come se lavorassi ad un telaio molto impreciso, la tela si fa e si disfa, si aggiunge e si toglie. Poi alla fine bisogna che la tela sia pulita, ordinata. Quando mi sembra che quest’ordine sia raggiunto il libro è finito. Ho imparato ad accettare le mie imperfezioni – nel senso che in quel dato momento non posso far meglio, ma spero di fare meglio nel futuro – altrimenti non lascerei mai andare un lavoro “per il mondo”. Le ultime bozze del libro sulle streghe me le hanno corrette alcuni amici e amiche. Sono fortunata ad avere la loro amicizia. Mia sorella, invece, è la prima lettrice, riottosa – bisogna pregarla a lungo – ma totalmente sincera e molto critica.
D: Hai dedicato a questo tuo ultimo libro qualche anno, che io sappia, sei una perfezionista? E poi: hai già un nuovo progetto?
R: È vero, c’è voluto parecchio tempo. Intanto perché ho incontrato realmente molta difficoltà nella ricerca delle persone che conoscessero le storie e volessero raccontarle. Ma, credo, soprattutto perché mi faccio prendere, afferrare, girare la testa da molti altri amori: la vita è più importante dei libri. Progetti molti, ma non diciamoli per scaramanzia. Delle streghe ne ho parlato fin troppo quando era in divenire.
D: Raccontaci cosa leggi in questo periodo, o qual è l’ultima cosa letta che ti ha sorpreso (o che ha modificato una tua convinzione)…
R. In questo periodo sto rileggendo L’ Aleph di Borges e contemporaneamente il saggio di Vandana Shiva Ritorno alla terra, ma sul mio comodino non mancano mai libri di poesia.
D: Se vuoi regalaci una frase del tuo ultimo libro che consideri un po’ il cuore di questo lavoro o un incontro avuto, che hai omesso nella narrazione ma che ti ha dato il segno della giustezza della strada che andavi percorrendo…
R: Sono tante le frasi che possono, in qualche modo, essere il cuore del mio ultimo lavoro, perciò mi è difficile sceglierne una. Dei miei libri ho l’idea che siano simili a delle comete, che abbiano delle lunghe code, delle scie: mi restano nella mente tanti incontri, tante parole che poi nei libri non ci sono, mentre quelli per ragazzi hanno le code al contrario perché gli incontri avvengono dopo. Bambini e ragazzi, si sa, sono spontanei, sinceri: oltre a curiosità e riflessioni sui testi, vengono spesso alla luce le loro ansie, incertezze, paure di fronte alla vita. Tutti i miei libri sono libri ‘d’incontri’, di parole fuori dalle pagine. A voler proprio cercare delle frasi significative, preferisco ricordare parole non mie, ma di altri. Voglio ricordare tre epigrafi che, forse, possono essere considerate la chiave del mio ‘raccontare’. Nel libro dei Boscaioli ce ne sono due prima della premessa: «Tutto quello che è interessante accade nell’ombra, davvero. Non sappiamo nulla della vera storia degli uomini», da Viaggio al termine della notte di Celine, seguita da una frase di Singer: «Quando un giorno finisce non esiste più, cosa ne rimane? Niente più di un racconto». Mentre nel libro Rocca di Papa al tempo della crespigna e dei sugamèle una frase di Cicerone: «Dovunque entriamo, poniamo il piede in qualche storia».

Dopo tre citazioni così non chiedo più nulla, il colloquio con la scrittrice continua sul ‘filo’, è il caso di dirlo, dell’ironia.

Testo raccolto ed elaborato dalla redattrice come per la precedente intervista a L. Chiarini del n.10, ottobre 2012.

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