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Marè, un commissario per “leggere” Roma

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Marè, un commissario per “leggere” Roma

06 Marzo
23:00 2008

Si deve a Giancarlo De Cataldo, autore di Romanzo criminale1, l’acuto rilievo circa “una delle peculiarità del poliziesco italiano: il rapporto con la città, e, più in generale, con il territorio”2. Ed ecco il commissario Gigi Marè, vivida creazione della penna di Mario Quattrucci3 e protagonista di suoi diversi e fortunati romanzi, giustamente premiati dal successo. Il commissario Marè è protagonista di una narrazione dove la Città Eterna si accampa come uno dei personaggi principali, non solo come teatro o mero scenario delle vicende. Ma chi è Marè? Vediamo anzitutto come ce lo descrive Quattrucci. Sappiamo così che è “1 e 81 di altezza, per 96 chili di ex muscoli e ciccia”, ovvero una “belva di ingombro imponente”. Dall’aspetto esteriore appare peraltro “goffo e un po’ trasandato”. Porta sempre il cappello (fin da giovane: ora per coprire la calvizie), al punto che senza di esso non saprebbe nemmeno “ritrovà la strada de casa”.
Personaggio interessante, Gigi Marè: autentico di umana verità, fragile ma forte, irriducibile, testardo, duro e rigoroso, terso di onestà intellettuale, di passione civile: uno dei pochi (o degli ultimi) rimasti vivi dentro. Marè è visceralmente legato al suo quartiere, quel “trapezio di strade e case compreso tra San Giovanni e le mura di Porta Metronia e di Porta Latina” dove egli sente ancora i palpiti di un cuore profondo, e il corposo “brusio della vita” che continua, nonostante tutto. C’è legato anche perché lì è nato e cresciuto; lì ha fatto il suo “apprendistato alla vita e i suoi corsi – inferiori, superiori e universitari – di formazione civile”; lì ha conosciuto l’amore e il dolore, ha cominciato a “darsi un’etica, a indignarsi, a sentire della vita la poesia e la speranza”.
È in quest’ottica che, spesso e volentieri, Roma emerge al suo sguardo di reduce; come ad esempio via Giulia, “strada che aveva sempre percorso con la segreta gioia di assaporarne la rattenuta bellezza e i frammenti di storia legati ai nomi e alle pietre”4. È ormai tramontata, insomma, una certa epoca, così come scomparsa una certa Roma (quella che Marè da giovane aveva creduto in movimento verso “un mondo e un tempo più umano”).
E si colga, a seguire, l’ironica amarezza di cui è intriso questo straordinario cammeo di scrittura e sapienza autoriale:

“Eppure Marè non aveva ancora deciso se tutto quel chiaro sui muri di palazzi e di chiese gli piaceva o gli dava sui nervi. No, non aveva deciso se quel burro e crema e pistacchio spalmati sulla piazza più paccuta del mondo, e su Roma all’ingrosso, gli ammortizzavano le paturnie o gli davano un tantinello di nausea.
[…] Eccola qui, ammiccava quel minuetto di torroncini, di confettini, di pangialletti, eccola qui l’Urbe Nòva del terzo millennio, la capitale cristiana del miglior mondo tra i mondi possibili, il luogo della felicità dei credenti (e anche dei miscredenti), sottratta finalmente alle grandi abbuffate e nutrita finalmente a uvetta e canditi, tutt’al più a tramezzini spalmati di maionese e mostarda… eccola qui, sussurravano, la città dell’uomo che tanto agognavi… E Marè vedeva, certo, che la Roma di pietre era sempre più bella, e gli amici suoi del Comune l’avevano fatta più ricca e pulita, di fuori e anche dentro: ma tutto quel chiaro lo lasciava perplesso, non gli dava emozione, non gli smuoveva i precordi. E gli sembrava invece perfetto per silenziare lo strillo, addormentare passioni, rincojonì li romani e cojonà li turisti… E poi c’era Roma quell’altra”5.

Roma l’”altra”, poi, è quella vera, quella originaria: quella con l’anima. Marè l’attraversa nelle lunghe corroboranti passeggiate, le “maieutiche” deambulazioni (di cui Quattrucci riporta e descrive fedelmente gli itinerari) che vedono la Città Eterna assurgere al ruolo di “alter ego”, a termine di confronto, per il commissario immerso nelle sue profonde interroganti elucubrazioni, a metà fra colloquio e soliloquio, alla ricerca di echi, tracce, indizi, risposte, prove e verità utili a placare (almeno un poco) la sua inappagabile sete di giustizia.
Storie e passioni, anni anime e volti si incontrano, congiungono e sovrappongono sullo schermo di uno sguardo panoramico, cinematografico e straordinariamente acuto, pur sotto l’apparenza bonaria e sorniona del nostro commissario, colto sul fatto del suo abituale (ma ogni volta diverso e nuovo) “leggere” e vivere Roma, anzi: le mille città che l’Urbe tutta conchiude e anima al suo interno.

“Da una collina e dall’altra scendono vie, scalinate, le case rossastre di Nathan, le palazzine novecento di S. Saba, i villini che dall’Aventino a primavera spandono il profumo svenevole del glicine. Arrivava fin qui, fino al Parco della Resistenza, all’Ufficio Postale di Libera e De Renzi, alla rustica soglia della stazione di Ostia, il respiro di maggio, l’aroma di aranci e gelsomini dilagato dai giardini del colle, sospesi sul fiume come aquiloni di pietra. Scendeva nei pomeriggi fino all’antica Porta e alla Piramide bianca come un fantasma, il silenzio dei chiostri, il tubare dei colombi dagli absidi delle chiese preziose. S’incanalava dal mare per l’Ostiense la brezza di ponente che ristora, e si mischiava al fiato caldo, all’afrore di ruca e di menta del Palatino, di San Gregorio, delle Terme di Caracalla. E, con la brezza, rumori e odori di un’altra Roma che aveva inizio al di là delle Mura, dove l’aria addensava di polveri e voci popolane e allegre.
Qui alzavano immense braccia di mattoni e fili i casamenti a dieci piani, i ponti della ferrovia, le stazioni; si stagliavano contro il cielo cinerino, in merletti di nichel, le geometrie tenaci dei gasometri; un odore di frutta, di pesce, di verdure, dai Mercati invadeva le vie dei rioni; vibrava ferrigno il Ponte dell’Industria sopra il Porto Fluviale; uscivano da osterie e mezzanini aromi di soffritto e di stufato. Poi, di là degli archi di Campo Boario, e fino alla rupe di S. Anselmo e del Priorato, tra i suoni smorzati di qualche rara officina e dei tram che scendevano per via Marmorata, altre voci del medesimo accento. E le luci dei negozi addobbati, l’odore di pizza e di supplì, il tepore dei condomini sul mercato coperto, i gridi dei ragazzini nei giardini di Santa Maria Liberatrice. E già di nuovo, da vicino, per via Manuzio, via Galvani, via Zagaglia, confuso a un rimasto odore di macello, il sentore del fiume. L’aria e la voce di Testaccio”6.

Questi squarci di “anima romana” scaturiscono da uno sguardo che per l’innocenza originaria della città (come per la Vita che la “abita” e vi scorre) nutre sentimenti di amore, di intensa tenerezza, di riconoscenza. Grande merito, poi, va certo alle alchimie della scrittura, nella coesione della sua plastica densità metaforica: agglutinante, versatile, mimetica, multisensoriale e – per così dire – proteiforme, nel suo anelito di adesione alle infinite sfumature di una realtà complessa che “non cape” (così è Roma), sempre refrattaria alle angustie riduzionistiche degli schemi, degli elenchi classificatori, pur necessari ad una forma qualsivoglia di conoscenza.

“Piazza del Colosseo era un rondò di solitudini in fuga. Salì alle Carine, s’affacciò dal terrazzo giardino, si lasciò ancora una volta plagiare dal gran teatro di luci che l’ACEA aveva acceso sul Tempio di Venere e Roma, e sull’Arco di Costantino, fra le quinte del Palatino e del Celio, lungo la fuga frusciante di viali puntati contro la gran mole dell’Anfiteatro. Poi si riscosse. Questa è la Roma di pietre, pensò, e perdersi lì sarebbe una bella vacanza. Ma io ho da fare con la Roma di carne e di sangue, quella in cui triboli e mòri magari ammazzato anche se sei un poliziotto, anche se porti il solino da prete”7.

È proprio nel divario fra la “Roma di pietre”, con le sue splendide, gloriose vestigia, e la “Roma di carne e di sangue”, sporca di misfatti quotidiani, che il commissario ritaglia il proprio dolente e quasi sacrificale spazio d’azione – previa “lettura”, di cose, carte, documenti, luoghi, tempi ed individui (più o meno colpevoli o innocenti). Una città che è (e si dà come) specchio del mondo e dell’uomo: cartina di tornasole e piano di confronto ad ogni “caso”, pur nelle molte e complicate implicazioni. La Roma di Marè-Quattrucci, si diceva prima, è personaggio autentico fra gli altri: non semplice scenario. Una Roma desueta e umorale, colta al di fuori dei luoghi comuni, spesso ineffabile o ricreata ma sempre vera, sia che mostri il volto dell’EUR, “imbalsamato in belle linee inumane, in luci e ombre funeree, senza anima e senza odore” o quello turistico del Centro Storico, ad esempio Piazza Navona, con i suoi caffè e le sue ricercate bottiglierie (meta frequente del commissario); sia che si svegli “aggravata da un cappottaccio di nuvole buttato a traverso su cupole e altane”, con il cielo che è un “imbroglio di stracci zellosi o una montagna d’ovatta intinta di scoli, con la pioggia appostata tra il Colosseo e il Cupolone, sia che, d’altra parte, subito s’incanti del suo stesso splendore opalescente, l’”aria addolcita, rischiarata”, non appena esca una “spera di sole”.
Ma è anche la grassa, sguaiata Meretrice che molti (anche romani) accende spesso di legittimo sdegno, specie quando si dipinge nei salotti dell’im-mondanità, dove talvolta anche a uno “duro e puro” come Marè – pur di battere le molte piste della sua indagine – capita di intrufolarsi.
È il volto oscuro e nascosto di una città corrotta, denaturata, mercificata, serva di un mondo dove “tutto, anche il disordine, è governato da leggi di bronzo e da una super-ragione programmante e organizzante”8, e dove ci aggiriamo “spaesati e rincojoniti”9 poiché tutto finisce per sembrarci inutile.
Fino alla desolata, amara constatazione: “Roma è città aperta, dove si incrociano tutte le mafie italiane e straniere, dove si gestiscono i latitanti, dove si organizza il riciclaggio dei profitti criminali e illegali”10.
Ma la vita non è poi così brutta come alle volte ci verrebbe di dipingerla, e non manca di elargire le sue piccole grandi gioie quotidiane. Tra le quali spicca, per potere taumaturgico, il cibo, goduto da Marè (anche in questo romano verace) in tutta la sua dovizia e dolcezza consolatoria. Mario Quattrucci è magistrale nel soffermarsi sulla festosa e invogliante sinfonia dei sapori, nel manifestarne le più intime e succulente sfumature. E, si badi bene, non si tratta quasi mai di piatti raffinati, da gourmet. Ed ecco allora le stupende parmigiane; ecco la poesia domestica degli spaghetti del giorno prima ripassati in padella; l’odor di matriciane fumanti e carbonare che invade le strade di Roma; i generosi timballi di fettuccine, i polli alla diavola con misticanza, le fritture di pesce a Fiumicino, e i supplì, i tiramisù, gli squagli di cioccolata, eccetera eccetera… in una sorta di grande “inno” alle cose buone e belle del mondo, a dispetto dei tanti orrori. Una filosofia di vita dove risuonano echi profondissimi, di autentica saggezza popolare:

“Quando Roma ti pesa come un vecchio cappotto stramicciato e umido, e il mondo cola liquami; quando tutto ti crolla addosso e domani sarà peggio di oggi; quando t’hanno passato dentro a un tritamonnezza, ti compri una pagnottella da asporto e passeggio, uno sfilatino imbottito di mortadella al pistacchio, te lo fai a mozzichetti mentre cammini, alla faccia loro e del dottore dietista, e la voglia di continuare rifà capoccella. Almeno un tantino, Almeno a Marè”11.
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1 Romanzo corale e polifonico sulla famigerata “banda della Magliana” (e, in filigrana, sulla storia d’Italia dagli anni Settanta ad oggi), da cui è stato recentemente tratto un film di successo, per la regia di Michele Placido.
2 Prefazione a: Mario Quattrucci, Troppi morti, commissario Marè, Roma, 2003, pp. 5-8.
3 Direttore di collane editoriali; collaboratore di giornali e riviste fra cui Paese sera, Ricerche, l’Unità, Rinascita e Studi storici; pittore, poeta e scrittore: ha esordito nella narrativa con il romanzo A Roma, novembre. Attualmente vive a Fiano Romano, alle porte della Capitale.
4 Ivi, p. 173.
5 Id., Hai perso, commissario Marè, op. cit., pp. 65-66.
6 Id., Troppi morti, commissario Marè, op. cit., pp. 183-184.
7 Ivi, p. 44.
8 Id., Troppi morti, commissario Marè, op. cit., p. 203.
9 Ivi, p. 213.
10 Ivi, p. 276.
11 Id., Hai perso, commissario Marè, op. cit., pp. 49-50.

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