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Memoria e dialetto in Giracéo di Maria Lanciotti

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Memoria e dialetto in Giracéo di Maria Lanciotti

Memoria e dialetto in Giracéo di Maria Lanciotti
Novembre 16
16:19 2014

Giraceoe tutto revè ‘n cima co nu fiottu

rusciu, comme nu fócu.
(e tutto risale con un fiotto/ rosso, come un fuoco)

Il dialetto, quando è lingua della memoria, diviene ponte tra presente e passato e testimone di un mondo antropologico scomparso; il tempo può sfumarne i contorni, come attraverso una lente, ma questo è proprio dei meccanismi della memoria che nel tempo diviene selettiva e deformante. Insieme ad altri temi, è soprattutto il mondo dei ricordi, declinati in varie modulazioni, a dominare in Giracéo, la raccolta in dialetto della poetessa Maria Lanciotti, nata a Roma, ma cresciuta nell’infanzia tra i suoni del dialetto di Subiaco, dove da bambina si recava a trascorrere l’estate, vivendo immersa nella lingua e nelle tradizioni locali che non ha mai dimenticato.

 

Ora Maria Lanciotti vive a Velletri (Roma) e di Subiaco, pregevole borgo medievale dell’Alta Valle dell’Aniene, dice lei stessa: «Subbjacumeo me lo porto nella voce insistente del fiume, nel frusciare morbido dei pioppi, nel suono delle campane e delle fisarmoniche nei giorni di festa. Torno spesso a Subiaco e ritrovo sempre quel che cerco, la memoria lucidissima di un tempo lontano e presente e di affetti mai dimenticati». Il microcosmo arcaico raccontato dalla Lanciotti è un mondo ormai mitico in frizione con gli stili di vita legati alla modernità; anche il fiume, ad esempio, è costretto a fare i conti con nuove realtà ambientali e può esserci chi, solo per avere mutato residenza, non vuole o non sa più ricordare nemmeno le vecchie parole, in un tempo di consumi rapidi, in cui anche parole e ricordi finiscono al macero: «Mo uno se more/ e fau piazza pulita»: (Adesso uno muore e fanno piazza pulita). Quando si parla di ricordi e non si è più nella verde età, può capitare che il passato «revè ‘n cima co nu fiottu/ rusciu, comme nu fócu» (risale con un fiotto/ rosso, come un fuoco) e a volte «comme/ nu tiru ‘e fiógna/ ca t’accóglie agliu pétto» (come/ un tiro di fionda/ che ti colpisce al petto). Così accade nella lirica Lùccica in cui attraverso immagini a tratti surreali si disegna la storia di una sposa che si è fatta vecchia.
Dal passato tornano figure ben disegnate, come quella struggente di Maria Trucchione, quasi uno Spoon River, che racconta la sua storia intrisa di amore e di guerra, o quella della barbona, testimone della miseria del nostro tempo, che culla negli stracci un antico sogno di madre.
Ci sono i luoghi del paese, alcuni diruti, un tempo forse luoghi d’incontri d’amore e resta vivo nel ricordo il cicaleccio di vicoli stretti che ricorda le fatiche di un tempo, quando «’gni spica ‘e ranu/ era n’avemmaria/ ‘e nu rosariu/ ca no scortèa mmai» (ogni spiga di grano / era un’avemaria/ di un rosario/ che non finiva mai).
Ma nella raccolta della Lanciotti ci sono anche altri temi e altri registri. C’è, ad esempio, il minimalismo della vita quotidiana assaporata nelle piccole cose: «Ju sfriju ‘e ll’óglio/ ‘ntremente j’agliu frìe/ e ci jitti cicoria/ e ramoracce» (Lo strepito dell’olio/ mentre l’aglio frigge/ e ci metti cicoria/ e ramolacce). C’è l’amore, a volte parco nelle sue manifestazioni, ma che sa tuttavia palesarsi attraverso piccoli gesti o la condivisione di piccoli gesti.
Dell’Autrice si ricava il ritratto di una donna decisa: «Tengo na léncua/ ca ‘n se sta mmai ferma» (Ho una lingua/ che non sa stare mai ferma), che, anche quando le ossa si fanno fragili e la pelle si aggrinzisce, porta dentro di sé uno spirito rivoluzionario «ca te fa nova ssa vita» (che ti rinnova la vita), un po’ come un fragile germoglio che prende fiato e si ostina ad arrampicarsi.
Nel fondo trapela la consapevolezza dell’inesorabile avvicendarsi di tempi e situazioni: «S’ha da recommenzà/ chella fatica/ ca se scórte/ scórte puru la vita», (Si deve ricominciare/ quella fatica/ che se finisce/ muore anche la vita); si veda la breve lirica Nu recamu ‘e vita dove recita: «ju céo, nu/ lenzóio ‘e spósa, / nu recamu ‘e vita/ refinitu/ e sempre ancora/ d’areccommenzà» (il cielo un lenzuolo da sposa / un ricamo di vita / rifinito / e sempre ancora / da ricominciare).
C’è infine l’attenzione al paesaggio, ai colori, ai profumi, ai rumori della terra, in una rappresentazione materica dei luoghi e sempre carica di forti emozioni, come in Mimosa: «adda comm’è bella/ ‘lla mimosa/ ca s’orobba ju sole, ca sventaglia òro/ e addóre/ de primavièra» (oddio com’è bella/ la mimosa/ che ruba il sole,/ che sparge oro/ e sentore/ di primavera).

Maria Lanciotti, Giracéo (Capogiro)
Poesie in dialetto sublacense, Edizioni Cofine 2013

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