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Neroluce

Gennaio 10
20:48 2012

Il testo di Roberto Russo risultò tra i vincitori al concorso di Drammaturgia tenuto da Giorgio Strehler nel 1995 al Piccolo Teatro di Milano. A 16 anni di distanza dalla lettura scenica di Roberto Graziosi, Paolo Ricchi dirige il racconto del viaggio in treno di alcuni viaggiatori, muniti di falsi documenti, che fuggono da una città e da una guerra civile sconosciute verso una meta oscura. Buio e luce, ignoto e speranza, si accostano simbolicamente nel titolo Neroluce. L’attesa dell’ignoto ricorda le lunghe pause dei personaggi beckettiani in vuoti lassi di tempo pieni, semmai, di vuote parole. Le quali ormai «fanno ridere, sono stracci […]. Prima ognuno sapeva chi era e cosa voleva, ora siamo fuori parte». Prima o poi la vita impone a ciascuno di fare i conti con la propria identità, magari chiedendo un semplice documento, la cui parola scritta è specchio di ciò che si è o somma di ciò che si è stati: essa ha dunque un valore fondante per le nostre certezze. Torna l’idea montaliana della coesistenza di parola e realtà, nella quale, tuttavia, è insita l’immagine di un «anello che non tiene», che non congiunge l’essere al linguaggio.

L’assenza di un documento vero, di una parola che corrisponda alla realtà, è simbolo di un’identità perduta. In scena dal 20 al 22 dicembre al Teatro dell’Orologio di Roma, lo spettacolo è egregiamente interpretato da Fabrizio Caiazzo, Patrizia Tudisco, Piero Dimarzia e Angela Zampetti, rispettivamente nelle vesti delle due coppie di guardinghi viaggiatori che si accusano a vicenda di essere spie della nemica “terra di fuori”, mentre l’attore Massimo Dionisi è l’ottimo interprete delle pirandelliane “corde pazze”, tali solo all’apparenza, dello stravagante bigliettaio, la cui lucidità si scopre pian piano rappresentando, forse, la parte più vera di ogni uomo. Per un verso egli risponde tergiversando alle domande dei viaggiatori sulla meta di quel viaggio, comunica attraverso metafore e non si preoccupa di farsi comprendere da chi non vuol vedere o sentire, ma solo esser tranquillizzato con un “forse quella zona è stata presa dai nostri”; per un altro, egli riflette e fa riflettere su una questione ben più vitale: se “ci vuole una vita per crearsi un’identità”, che senso ha “morire sotto falso nome?” Di fatto, la scelta manifesta dell’autore è quella dell’ironico rovesciamento di ogni cosa: il bigliettaio, forse lo stesso macchinista che conduce il treno, asseconda l’illusione dei viaggiatori, dalla quale non vuole svegliarli. È meglio lasciarli pensare che quei lasciapassare siano regolari biglietti di viaggio piuttosto che falsi documenti sui quali la parola faccia da specchio alla perduta identità. La verità è scomoda: meglio camminare al buio e non fermarsi, vivere non sapendo o fingendo di non sapere. L’esortazione a continuare a vivere nell’illusione è altrettanto ironica: essa nasconde la paura dell’uomo di conoscere l’assurda verità di una guerra solamente interiore.

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