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Non solo borghi più belli e città storiche…

Non solo borghi più belli e città storiche…
Luglio 10
08:08 2022

Oltre lo sguardo da ‘stato d’emergenza’ (pandemia, siccità, riscaldamento globale) che fa d’ogni cubicolo un riparo e d’ogni fonte di cibo e acqua la salvezza, cosa sono diventati i luoghi che abitiamo? I vecchi centri storici e le cittadelle che gli crescono attorno secondo necessità? Quartieri dormitorio per tornare la sera e per ‘stare’ quando non si va via il fine settimana e conseguenti perimetri urbani, periurbani ‘dotati di tutti i conforts’: ovvero un supermercato, un caffè multinazionale, due giostre di plastica, un giardino rinsecchito.

In Italia e nel mondo sono nate intere città e paesi, ricchi o meno ricchi, che raccontavano la funzione di chi ci abitava ma anche l’animo degli abitanti. Oggi, i giardini abbandonati a se stessi fra immondizie, arredi rotti e piante secche, chi dovrebbero rappresentare? Casermoni tutti uguali, o meno che casermoni, distese di villette a schiera, troppo a schiera per essere villette, e quartieri annessi fanno la loro funzione: riparare e rigettare in maniera centrifuga, fuori, un lavoratore che subito deve andare a consumare il suo guadagno: fine settimana in gita, spesa, vestiti. Anche i giardini abbandonati non possono che testimoniare questo movimento.

I ragazzi che dovrebbero abitare quei quartieri, quelli che hanno più tempo perché non ancora risucchiati dalla macchina ‘produttiva’, chissà cosa pensano. In inverno sono presi da mille attività ed in primavera estate si spostano fra questi scenari: nella prima periferia romana esistono giardini recintati, sporchi e maltenuti come gli altri, perché si è costretti a ‘ingabbiare’ i bambini per poterli controllare fra traffico sostenuto e nuovi timori; si viaggia in un susseguirsi di rotatorie infinite che non si ha voglia nemmeno più di fare un giro in auto; anche questi miseri spazi spartitraffico sono pieni d’immondizia che se un giorno si decidesse di raccoglierla tutta non ci sarebbe discarica per contenerla (ecco perché resta là dov’è, sospettiamo…). Rovi invadono marciapiedi, e sono quasi belli con le loro fioriture estive che poi andranno a frutto. Poiché comunque si tratta di Roma appare la visione di un nasone, la classica fontanella. Attorno un po’ di vita, sorrisi, bambini e ragazzi che bevono, ci scappa un gavettone. Scambio tra le persone e conforto vero, l’acqua fresca nella calura, innescano un momento d’allegria.

La parola d’ordine sarebbe: non dimenticare lo ‘stato d’emergenza’, innegabile, ma notare effettivamente com’è che ‘chi decide’ costringe molti ad abitare in ‘non luoghi’ fatti apposta per scappare. Ed i cittadini ne confermano l’intenzione, sia chiaro: abitando troppo spesso per ‘mancanza di tempo’ o per inerzia, luoghi senza cura, senza vita che non sia l’acquisto, sempre di corsa. Rallentando, invece, ogni angolo potrebbe assumere un carattere; essere bello oltre la scienza mediocre del decoro; riprendere vita perché lo si vuole e perché paese, comunità, significa anche ‘stare’, spendere tempo presso i luoghi che ci ospitano, assieme agli altri (vuoi o non vuoi, week end fuori o no) per la maggior parte dell’anno. Non significherebbe tornare a vivere come in altri secoli, non certo migliori di questo (basta leggere Dickens o Zola), ma esercitare la cura della speranza: avere attenzione per le cose comuni, piantare osservando l’economia (d’acqua) circostante suggerita dalla natura, incontrarsi, scambiare. Il resto appare un abbaglio. (Serena Grizi)

nell’immagine web: volontari in quel di Caserta sistemano gli arredi di un parco 

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