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#Nonleggeteilibri – Il sale della terra: essere la difficile via per l’umanità…

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#Nonleggeteilibri – Il sale della terra: essere la difficile via per l’umanità…

#Nonleggeteilibri – Il sale della terra: essere la difficile via per l’umanità…
Novembre 26
18:40 2020

«Non leggete i libri fateveli raccontare» (Luciano Bianciardi)

(Serena Grizi) Il sale della terra (titolo originale: American Dirt) di Jeanine Cummins, Feltrinelli 2020 traduzione di Francesca Pe’ € 18,00 isbn 9788807033810 e-book € 9,99. Disponibile al prestito inter bibliotecario SBCR www.consorziosbcr.net

Il libro condivide lo stesso suggestivo titolo del libro di S. Salgado anche se Il sale della terra di J. Cummins traduce l’originale American Dirt (locuzione di tutt’altro tenore) e sembra procedere dal passo del Vangelo secondo Matteo, sottolineando uno dei temi del libro. Che fanno una donna ed un bambino provenienti dal Guerrero in giro per le strade di Città del Messico e poi diretti sempre più a nord, verso il confine con la California cercando di farsi dare passaggi più o meno inconsapevoli e tremendamente pericolosi sui tetti dei treni merci che attraversano il paese detti la ‘Bestia’? Fuggono dalla violenza dei cartelli del narcotraffico e si ritrovano sulla rotta dei migranti, mentre fino a pochi giorni prima erano stabili nella loro vita stabile, senza problemi evidenti, quasi come le giovani Rebeca e Soledad, belle come l’aria fine del paese fra le nuvole dal quale provengono, leggere nonostante tutto. Sotto i loro piedi ci sono la polvere e i binari e molti giorni incerti, in alto il sole che spande, attorno, l’ineluttabilità della giornata presente la cui inaspettata violenza afferra e incolla il lettore, che vuol sapere cosa accadrà dopo, alla pagina: sincerità lieve e composta della prosa, capace di far ‘ascoltare’ la tensione e il terrore come rombi sordi che salgono all’orecchio simili ad un innalzarsi repentino della pressione del sangue. Il lettore condivide la speranza che nel momento peggiore si sollevi un mattone dal terreno per potercisi nascondere sotto, assieme ai protagonisti della storia, laddove l’identificazione può diventare totale e si desidera scomparire di fronte alle dure prove che attendono chi parte senza una meta certa da raggiungere che non sia ‘scappare da dove si è’. I migranti, i nativi soprattutto, i colorati, hanno sempre torto; hanno torto i poveri ed anche chi non nato in quella condizione ci finisce; pare che abbia torto, in fondo, chi ha paura, nonostante abbia mille motivi per averne. La debolezza è provare a dire la verità, che sembra che il mondo, pur professandosi anelante alla verità, non voglia affatto sentire: come quella che scriveva Sebastián, marito di Lydia e padre di Luca sul suo giornale e per la quale è stata condannata un’intera famiglia. Le parole e i passaggi della Cummins sono davvero invasi dal sole caldo del Messico ma questo non fa che accentuare la disperata condizione del mondo degli uomini in contrasto con lo sfondo che la terra continua a donare alla vicenda umana: la bellezza quieta d’un piccolo centro di sera; i cieli azzurri, i paesaggi verdi o desertici che s’alternano, a partire già da Acapulco, una volta meta di fantastiche vacanze, sfondo preferito di molte storie ‘rosa’ più che delle guerre infinite dei narcos. In alcuni passaggi ci s’interroga sulla semplicità d’una narrazione che sembra già copione perfetto per un film e che pure nella capacità evocativa, e in quella di emozionare, pare non possa dire molto altro attorno al mondo. E la lettura della realtà, là dove non può fare altro che restare piatta e disperante, legata immanente ad azioni individuali che sembrano impossibili da compiersi e con le quali solo si potrebbe mutarla (ma il terrore può spingere in fondo alla coscienza ogni ideale davanti alle prospettive di tortura e di perdere la vita così che si diventa d’una materia meno umana, d’un sale meno salato perché è umano anche, nell’intrecciarsi di molte storie, non essere capaci dì salvare tutto e tutti pur tentando oltre l’estremo), diventa uno dei messaggi più forti del libro. Il respiro volutamente corto, verrebbe da dire, di alcune pagine, pur se all’autrice sono state riconosciute molte abilità nella gestione d’un racconto sempre sul filo del rasoio, il fatto di non essere messicana, e molto altro, ha portato tante critiche negative a questo libro. Difficile pensare che se il libro non avesse avuto il successo che ha avuto, di pubblico ed economico per la scrittrice, in tanti si sarebbero mossi per affossarlo, accusandola addirittura di guardare ai migranti come una signora mentre gioca con la sua collana di perle. Accuse di guardare ai suoi personaggi come una borghese, furono mosse anche ad Elsa Morante per La storia, romanzo del 1974, seppure in un’epoca diversa, diverso anche lo spessore della polemica. Ma se si crede che in piena libertà lo scrittore possa (e debba) saper incarnare mille identità diverse e possa scegliere cosa raccontare d’una vicenda abnorme ed enorme e come farlo, Jeanine Cummins col suo Il sale della terra ha fatto ciò che Émile Zola fece con Lo scannatoio (1877), facendo assurgere a contro eroina della storia con la S maiuscola la lavandaia Gervaise, simbolo di chi pagò con la propria distruzione morale e fisica l’avanzare della metropoli sopra la campagna e l’arricchimento reso possibile dalla rivoluzione industriale; e ciò che fece Elsa Morante con i suoi Ida e Useppe nelle cui piccole vite riverbera l’orrore della Guerra e non lo fa una volta, ma continua a farlo in qualunque momento si rilegga il libro che resta anti monumento, e memento anzi, a non proseguire sulla strada dello scontro virile. Le righe della Cummins fanno tremare i polsi e poiché la sua protagonista Lydia, per sua natura, perché della classe media e con diritti, seppure assieme al suo bambino di otto anni, entrambi colpiti duramente dalla violenza, non avrebbe potuto accogliere su di sé la somma d’ingiustizie perpetrate non solo dagli agenti di frontiera a protezione del confine statunitense ma, in fondo, da coloro che questo nostro sistema rende forti con un’arma in mano, con la brutalità del potere, anche il più infimo, mette al centro il generoso e mai divenuto adulto Beto e persino un coyote che raccoglierà a modo suo il testimone, e le coprotagoniste Rebeca e Soledad. È sulle loro chiome lucenti, oltre una bellezza che pare assurgere a specchio del loro coraggio e valore interiore, che vola la nostra fantasia quando la paura e l’orrore, la tensione, non si riesce a credere possano arrivare ad essere così insostenibili.    

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