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“O tu che ignaro passi”, Giorno del ricordo del massacro ed esodo giuliano dalmata

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“O tu che ignaro passi”, Giorno del ricordo del massacro ed esodo giuliano dalmata

“O tu che ignaro passi”, Giorno del ricordo del massacro ed esodo giuliano dalmata
febbraio 10
11:41 2019

Testo conservato e diffuso da Archivio dei diariFondazione Archivio Diaristico Nazionale

«Vidi una fila di otto bambini legati tutti assieme ad una lunga corda. Erano di un papà previdente che, per non perderli, aveva trovato questa soluzione. »

È il 15 gennaio del 1946 quando la giovane Matilde Lizzul, 23 anni, scappa insieme a una moltitudine di concittadini da Fiume, dove è nata, per rifugiarsi in Italia. La sua storia – custodita dalla Fondazione Archivio Diaristico Nazionale è la storia degli esuli che la circondano in viaggio e forma solo l’ultimo anello di una catena di sofferenze inflitte a decine di migliaia di persone nate e cresciute lungo la frontiera adriatica a ridosso della Seconda guerra mondiale.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre infatti e ben oltre la fine del conflitto l’Istria, la Dalmazia e la città di Fiume diventarono il teatro di una sanguinosa repressione e di un’epurazione messe in atto per spazzare via da quei territori la presenza italiana. Migliaia di persone gettate nelle foibe o uccise dopo processi sommari dal regime di Tito. Un massacro al quale fece seguito l’esodo giuliano dalmata ovvero l’emigrazione forzata della maggioranza dei cittadini di etnia e di lingua italiana dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia.
Alle vittime e alle moltitudini costrette a scappare, lo Stato italiano ha dedicato il Giorno del ricordo, solennità civile istituita con la legge del 30 marzo 2004 n. 92 e celebrata ogni 10 febbraio. A quella tragica vicenda di un popolo è dedicata la memoria individuale di Matilde Lizzul che vogliamo condividere con voi oggi. A lei, alla memoria di tutte le persone che vissero quei tragici fatti e a “tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”, come recita la legge del 2004, la dedichiamo integralmente…

«Quando nell’aprile del 1941 Germania e Italia invasero la Jugoslavia abitavamo tutti a Fiume. La nostra bella città era proprio al confine con la Jugoslavia, perciò, in caso di guerra, saremmo stati in prima linea, il che significava correre un grandissimo pericolo. Venne l’ordine di lasciare la città e fummo obbligati a sfollare.

I miei genitori decisero d’andare dal nonno a Sumber, un paesino dell’Istria orientale, perché sembrava un luogo sicuro. Partimmo su un camion dove la mamma e il papà avevano messo solo le cose necessarie e soprattutto roba da mangiare: noi eravamo in cinque. Quando arrivammo a Sumber, tutto il villaggio ci venne incontro. E solo allora, quando si resero conto del nostro sfollamento, quei contadini che vivevano completamente staccati dal mondo si resero conto della gravissima situazione di Fiume e dell’Italia. Rimanemmo in Istria per circa tre settimane perché, per ragioni strategiche di guerra, il fronte era stato spostato in Croazia. Così tutti i Fiumani poterono ritornare a casa. Anche se ciò non significò la fine della guerra: al contrario, questa esplose con tutta la sua potenza. Continuarono i bombardamenti giornalieri, ossessionanti, che a poco a poco distrussero tutte le città. Per fortuna, a Fiume, c’erano tanti rifugi, necessari per accogliere tutti i cittadini terrorizzati dall’invasione dal cielo, di questi aeroplani che lanciavano le bombe dappertutto. I nostri rifugi erano stati scavati dentro alle colline della città. Erano ampi, alti e sicuri, e molte volte dovevamo rimanere chiusi là dentro non per ore, ma per giornate intere.

Ma per noi Fiumani la vera tragedia cominciò dopo la fine della guerra, nel 1947, quando per il Trattato di Londra la nostra città fu ceduta alla Jugoslavia.

Una decisione tragica per tre motivi: era difficile accettare il feroce regime comunista di Tito. Molti fiumani erano profondamente italiani. Chi voleva mantenere la cittadinanza italiana non poteva rimanere a vivere a Fiume.

Vivere sotto il tremendo regime di Tito creava delle difficoltà insuperabili, perché il regime defraudava la popolazione della sua proprietà e soprattutto ne annullava la dignità e l’indipendenza. Cominciò così la nostra agonia. Questa volta nessuno ci mandò via, come era successo nel 1941, ma fummo noi stessi, cittadini fiumani, a decidere di lasciare per sempre la nostra città. Cominciò così fin dal 1945 il grande ‘Esodo’ che fu una fuga da un regime di terrore, andammo avanti, lentamente, per anni: il 90% della popolazione incominciò a lasciare la nostra amata città. Non è facile per nessuno e specialmente per una famiglia abbandonare la propria terra, la terra dei suoi avi, dei suoi morti; non è facile lasciare improvvisamente tutte le cose che hai amato, quelle che ti davano tanta pienezza e serenità, allontanarti per sempre dalla tua casa, dal tuo modo di vivere, da tutte quelle persone che per anni ti hanno accolto, ascoltato, voluto bene e con cui hai condiviso la tua vita. Adesso bisognava proprio lasciar tutto, tutte le nostre sicurezze, le cose che si erano accumulate pian piano, negli anni, con le nostre capacità e i nostri sforzi. Non sai, non puoi decidere dove andare, ma devi farlo, per non morire di disperazione e paura, perché se rimani, è solo questo che ti aspetta.

Non era facile.

Per andar dove? La guerra era appena finita, le città non esistevano più perché molte case erano diventate montagne di macerie. Il caos e la confusione dominavano dappertutto.
Io fui la prima della famiglia a lasciare Fiume, il 15 gennaio 1946. Avevo 23 anni.

Dopo aver trovato un piccolo camion, perché non esisteva nessun mezzo regolare di trasporto, arrivai alla stazione di Trieste, la città più vicina a Fiume, da dove partivano tanti treni nelle diverse direzioni, a sud e a nord d’Italia. L’affollamento alla stazione era incredibile, con urla, grida, pianti che si sentivano da tutte le parti e si percepiva nell’aria l’ansia, l’angoscia, la preoccupazione.

E vidi una fila di otto bambini legati tutti assieme ad una lunga corda. Erano di un papà previdente che, per non perderli, aveva trovato questa soluzione.

Io riuscii finalmente a prendere il treno per Venezia, dove cominciò la mia nuova vita» Matilde Lizzul – immagine web –

 

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