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Olimpiadi 2008 in Cina per i diritti umani

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Olimpiadi 2008 in Cina per i diritti umani

Olimpiadi 2008 in Cina per i diritti umani
Luglio 04
02:00 2008

Amnesty International (organizzazione non governativa in difesa dei diritti umani con oltre 2 milioni di soci e sostenitori in più di 150 Paesi e con sede centrale a Londra), dopo le recenti repressioni in Tibet da parte del governo cinese, lancia una campagna “per battere in velocità le gravi violazioni dei diritti umani in Cina prima dell’inizio delle Olimpiadi, ora che la fiaccola olimpica sta facendo luce su questi gravi problemi”. Così si è espresso il direttore della Sezione Italiana di Amnesty International”, Gabriele Eminente. Il rappresentante italiano di questa associazione senza fini di lucro, infatti, non intende farsi sfuggire l’occasione delle Olimpiadi (che inizieranno l’8 agosto prossimo in Cina) per stare al fianco dei cinesi in questa battaglia per l’affermazione della democrazia nel loro Paese. Sebbene nell’aprile 2001 aveva fatto ben sperare la seguente affermazione del vicepresidente del Comitato promotore di Pechino 2008 Kiu Jingmin: “Assegnando a Pechino i Giochi aiuterete lo sviluppo dei diritti umani”, negli ultimi mesi, invece, in preparazione di “Pechino 2008”, la censura e la repressione nei confronti di giornalisti e difensori dei diritti umani è andata aumentando, come hanno dimostrato i recenti fatti in Tibet. Insomma per Amnesty International “dobbiamo correre alle Olimpiadi 2008 in Cina per vincere i diritti umani”, quali sono elencati nella Dichiarazione Universale approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948. Vale la pena qui ricordare che il movimento politico che portò all’adozione della Dichiarazione Universale viene fatto risalire al celebre discorso del Presidente degli Stati Uniti Roosevelt al Congresso americano (pronunciato il 6 gennaio del 1941) sulle quattro libertà fondamentali dell’uomo: libertà di parola, libertà di credo, libertà dal bisogno e libertà dalla paura. Si riconobbe, allora, che queste libertà potevano essere anche garanzia di pace internazionale. Amnesty International, quale organizzazione ONLUS che da oltre 40 anni opera e si batte nel mondo per la difesa dei diritti umani e la liberazione dei detenuti per motivi d’opinione, nel 1977 ha ottenuto il premio Nobel per la Pace e nel 1978 il premio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Oggi Amnesty International vuole concentrare i suoi sforzi in Cina, dove – denuncia – si sta facendo un ricorso crescente agli arresti domiciliari nei confronti di quanti, sfuggendo alla censura, si rivolgono ai media stranieri per informarli su quanto avviene nel Paese in materia di violazioni dei diritti umani. E l’accusa per costoro è di “incitamento alla sovversione dei poteri dello Stato” . Inoltre – sostiene ancora Amnesty International – si sta verificando una recrudescenza della pratica della “rieducazione attraverso il lavoro forzato” , una forma, questa, illegale di detenzione extragiudiziaria e di giustizia sommaria, senza processo, né formale accusa. Sarebbero 150.000 ogni anno quanti vengono reclusi nei campi di lavoro. La Cina, tra l’altro, è al primo posto nel mondo per numero di reati punibili con la morte (sono ben 68!), tra cui quello di evasione fiscale, ed è al primo posto per numero di esecuzioni capitali (sono state 470 nel 2007). Tra quanti vengono messi a morte ci sono quelli che confessano sotto tortura reati non commessi, così come è avvenuto per Teng Xingshan, giustiziato nel 1989 per l’omicidio della moglie, ricomparsa poi viva e vegeta nel giugno 2005. Per questa grave situazione in Cina, Gabriele Eminente di A.I. chiede, a tutti coloro che desiderano dare una mano in questa “corsa per la democrazia in Cina” , di firmare l’appello online su www.amnesty.it, di fare una donazione anche piccola sul c/c postale 552000 o con carta di credito sul medesimo sito internet, oppure di chiamare il numero 06.4490210.
Per quelli che vogliono saperne di più sulla reale situazione politica in Cina, suggeriamo la lettura del libro di Wang Hui “Il nuovo ordine cinese”, edito da Manifestolibri, Roma, 2006. Emerge nel libro che le repressioni dei dissidenti, iniziate sin dall’epoca di Mao, sono proseguite senza interruzione negli anni ’80 quando Deng ha dato avvio alla nuova rivoluzione in senso liberista, per continuare ancora oggi. Lo scrittore Wang Hui nel 1989 è stato uno degli organizzatori della protesta cinese di piazza Tienanmen, che si aprì con determinazione in aprile e si concluse nel sangue nei primi giorni di giugno con il famoso massacro di migliaia di manifestanti. Wang ripercorre quegli eventi e ne elenca le cause. Allora, i mass-media internazionali, riprendendo Deng che marciava sotto il gigantesco ritratto di Mao, parlarono del massacro come dell’ennesimo esempio di brutalità comunista, mentre della vecchia guardia dissero che era contro le riforme liberiste. Ma Wang chiarisce che era tutto il contrario. I manifestanti erano studenti universitari, lavoratori, piccoli imprenditori ed insegnanti che, reclamando democrazia, si opponevano alle riforme liberiste che in tutto il Paese avevano fatto abbassare i salari, aumentare i prezzi e provocato una vasta crisi di licenziamenti e disoccupazione. Scrive lo scrittore cinese che, come i dissidenti del 1989, anche quelli di oggi chiedono libertà civili e tutela dei lavoratori.

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