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Parco dei Castelli Romani. Intervista a Sandro Caracci

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Parco dei Castelli Romani. Intervista a Sandro Caracci

Parco dei Castelli Romani. Intervista a Sandro Caracci
settembre 02
22:13 2014

La vicinanza di Roma, la forte speculazione degli anni 60-70, stava compromettendo il territorio in una cementificazione selvaggia di cui ancora oggi se ne pagano le conseguenze, per l’assenza di servizi e la compromissione di un territorio ad alto interesse archeologico e naturalistico. Non tutti i cittadini e le amministrazioni valutavano favorevolmente l’iniziativa, vedendosi ridurre una sovranità territoriale.
Nel corso di questi anni, tra Presidenti e Commissari, il Parco ha cercato ‘spazio nel territorio’ per tener fede a quanto prescritto nell’articolo 2 della L. 29/97: «garantire e promuovere la conservazione e la valorizzazione delle aree protette nonché il recupero e il restauro ambientale dei siti degradati».
Il 31 luglio 2013, Zingaretti nomina Sandro Caracci (già Presidente dal 1995 al 2002) nuovo Commissario del Parco. Anche in considerazione della sua precedente esperienza, gli pongo alcune domande sulle attuali attività e sulle proposte che intende attuare per un maggiore sviluppo che coinvolga i cittadini ed il Parco.

D: Dal 1995 al 2002 ha ricoperto la carica di Presidente. Siamo nel 2014, a un anno dall’insediamento come Commissario, quali differenze e progressi o regressi ha registrato in questi 12 anni?

R. Dal punto di vista organizzativo ho trovato un Ente più strutturato, attraverso l’attivazione di servizi chiamati a rispondere alle numerose competenze assegnate dalle normative di legge. Ma proprio questo – cioè l’entrata a regime dell’Ente Parco – ad alcuni è apparso come una sorta di appesantimento burocratico invece che la piena espressione della funzione tesa a tutelare e valorizzare, in senso ecosostenibile, l’immenso patrimonio ambientale, architettonico e paesaggistico dell’antico Vulcano laziale.
In questo suo ruolo “scomodo”, in quanto chiamato ad operare in un contesto estremamente antropizzato e quindi suscettibile di pressioni di ogni tipo, il Parco probabilmente ha smarrito la “freschezza” e l’entusiasmo che aveva caratterizzato la prima parte della sua vita, dovendo operare più sul piano tecnico e legale a difesa delle ragioni istitutive, che su quello della valorizzazione del territorio.

D: il P.C.R. ha trovato, sin dalla sua proposizione ed attuazione, un contrasto nel territorio, sia da parte di molte amministrazioni che da varie associazioni. Dopo 30 anni come si può conciliare territorio – comuni – cittadini?

R. Per rispondere a questa domanda occorre ripercorrere la genesi del Parco, iniziata il 10 aprile del 1976 con la costituzione dell’apposito Comitato promotore e l’approvazione della sua legge istitutiva in data 13 gennaio 1984.
Erano anni, quelli, caratterizzati da eventi devastanti, quali la paventata lottizzazione delle pendici del Tuscolo dal versante di Monte Porzio Catone e il forte inquinamento delle acque del lago di Nemi che sconvolsero l’opinione pubblica castellana.
Certo, anche oggi vi è chi ritiene che il futuro di questo territorio ruoti solo e soltanto su un certo tipo di edilizia che non esiterei a definire speculativa; pensare, però, che oggi siano possibili operazioni così devastanti è pura follia. Piuttosto dovremmo domandarci se le aspettative riposte dai 7000 cittadini e cittadine dei Castelli Romani, firmatari dell’iniziativa referendaria per la proposta di legge istitutiva del Parco, siano state soddisfatte sino in fondo. Solo in questo modo riusciremo a conciliare gli interessi della difesa del territorio con quelli di chi vi abita e di chi vi svolge funzioni pubbliche e attività private. Personalmente ritengo che molte di quelle aspettative siano ancora sospese nel vuoto a causa di colpevoli ritardi, metodi burocratici e chiusure da “torre d’avorio” che in alcuni casi hanno accompagnato la storia del Parco nei suoi trent’anni di vita, alimentando le polemiche di chi considera il Parco tutt’al più come una mera occasione per fare marketing territoriale, oppure un ambiente da chiudere in una asettica sfera di cristallo.
Non credo sia possibile unire visioni così equidistanti! È possibile, invece, credere nelle immense potenzialità che il Parco può offrire al nostro territorio per affrancarlo dalle logiche di una città tentacolare come Roma, da anni debordata oltre il Grande Raccordo Anulare alla ricerca di territori in cui espandere i servizi di cui ha bisogno. In questo ragionamento un ruolo importante lo può e deve avere la Comunità del Parco, formata da tutti i Sindaci dell’area castellana, dalla Provincia di Roma e dalla XI Comunità Montana. I Sindaci, chiamati in questi giorni a confrontarsi in merito alla costituzione dell’area metropolitana, preoccupati come sono dal ruolo egemone svolto da Roma, probabilmente non si avvedono delle possibilità offerte loro dal Parco per svolgere quelle politiche di “area vasta”, già adottate con successo in altri Enti Parco d’Italia, in cui il modello di sviluppo si basa sul rispetto delle risorse ambientali del territorio e nella valorizzazione dei suoi tratti più peculiari.

D: quali iniziative si possono intraprendere affinché il Parco sia considerato una “proprietà dei cittadini”?

R. Il Parco è già dei cittadini e non sarà una sparuta e chiassosa minoranza a cambiarne la storia. Certo, tutto è migliorabile e potrà considerarsi appieno “proprietà dei cittadini” quando finalmente tutti elaboreranno l’idea che l’ambiente che ci circonda va tutelato e conservato in quanto bene comune da trasmettere il più possibilmente integro alle future generazioni. Non è retorica. Ma buon senso, lo stesso con il quale i nostri predecessori ce lo hanno consegnato.

D: Il Parco, voluto dai cittadini, è rimasto una chimera. Troppi gli interessi dei privati, appoggiati da partiti e politici locali. Contrastante l’ostruzione dei Comuni mirata ad evitare la perdita di sovranità nel proprio territorio. Può darci indicazioni su interventi nell’immediato e a medio termine delle iniziative che la sua amministrazione propone per un definitivo decollo del “Parco dei Castelli Romani”?
R. Il Parco non appartiene soltanto ai 7000 temerari che il 23 aprile 1981 depositarono le firme al Consiglio regionale del Lazio per chiederne la sua istituzione ma all’intera comunità castellana. È una realtà che deve evitare di chiudersi nella autoreferenzialità, ma anche smetterla con la sindrome da “fortino accerchiato” cui ogni tanto sembra cadere, sottoposto agli attacchi provenienti da alcuni specifici settori. Per non alimentare tali posizioni occorre, però, dotare l’Ente degli strumenti capaci di svincolarlo dalle secche che ne impediscono il definitivo decollo; primo tra tutti il Piano di Assetto. Questa prospettiva deve essere dettata dalla assoluta certezza che solo mettendo il Parco nella condizione di svolgere appieno la sua funzione, riusciremo ad affrancare il nostro territorio dalle logiche meramente speculative e senza ritorno cui altrimenti è destinato. Avverto su di me questa enorme responsabilità giunta – peraltro – in un momento di forte crisi economica che riduce la possibilità di investimenti e in una fase di commissariamento che prelude al riordino delle Aree protette. Ma bisogna guardare avanti, fare leva sul nuovo quadro comunitario 2014/2020 per attingere a quelle risorse necessarie per dotare i Castelli Romani di strutture in grado di rilanciare l’economia locale su modelli compatibili con la storia, le tradizioni ed il ricco ambiente che ci circonda. In attesa del riordino della legge regionale sulle Aree protette, che auguro possa quanto prima essere approvata per rendere gli Enti locali arbitri responsabili del destino del territorio, sono impegnato affinché l’Ente Parco funga da perno in questo processo di sviluppo sostenibile. A breve saranno inaugurati due nuovi centri visita del Parco, realizzati in collaborazione con i Comuni di Albano e Velletri, mentre è in avanzata fase la realizzazione della rete sentieristica “Terre Ospitali dei Castelli Romani e Monti Prenestini” che si snoderà per circa 30 Km lungo l’asse tuscolano da Frascati a Rocca Priora e l’edizione autunnale di “Cose mai Viste 2.0” che, a proposito di turismo, spesso troppo parlato e poco praticato, rappresenta la più grande e articolata occasione per conoscere ed apprezzare il nostro meraviglioso territorio.
Rocca di Papa, 20 agosto 2014

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