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Perché parlare ancora dei diritti umani?

Giugno 03
23:00 2009

Tommaso Campanella (1599-1639) scriveva che “i moti umani durevoli sono fatti prima dalla lingua e poi dalla spada”. Questo piccolo aforisma sintetizza il fine che dovrebbe avere l’evoluzione umana: poter vivere insieme avendo la coscienza e la piena consapevolezza di far parte della ‘Comunità Umana’. Significa, quindi, mettere da parte i particolarismi, il desiderio di sopraffazione, la crudeltà, che deriva sempre dall’egoismo, il disprezzo per il diverso da noi pur continuando ad appartenere per costumi, tradizioni e spirito alla propria etnia, religione, lingua ecc.

Ovvio che ogni individuo è ‘diverso’ dagli altri, come in natura non esiste un particolare uguale all’altro; ma tutto è sorretto da una straordinaria armonia. Ci sono delle norme etiche, dei concetti di diritto, in particolare il riconoscimento dei diritti umani, che sono, ma meglio ancora oggi si dovrebbe dire ‘dovrebbero essere’, alla base della nostra vita di relazione e che appartengono immutati a tutti gli esseri umani. Sono proprio questi valori che fanno la differenza tra l’uomo che dice “occhio per occhio” e l’uomo che è consapevole di essere un cittadino del mondo, partecipe della comunità umana. Individuo tra altri pari individui, tutti portatori degli stessi diritti e degli stessi doveri, soggetto di rispetto non in virtù dell’appartenenza allo stesso popolo, non per il colore della pelle o per la religione praticata, ma semplicemente perché ‘essere umano’.

È interessante rilevare che tutte le grandi religioni monoteistiche – come anche le religioni orientali – sebbene in epoche diverse, abbiano enunciato principi etici che impongono all’individuo di rinunciare ai suoi egocentrismi e ai suoi istinti di sopraffazione sull’altro. Citando ancora Campanella: “Nessuno domina a sé solo, e a pena un solo ad un altro solo signoreggia. Il dominio dunque richiede unità di molti insieme, che si dice Comunità”. Quindi la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948, pur non essendo una legge internazionale che vincoli stati e individui, ha tuttavia una grande forza morale e politica. Infatti, sono ancora oggi troppe le violazioni ai più elementari principi di convivenza: i genocidi, le pulizie etniche, le stragi di civili, la morte per fame di migliaia di persone causate scientemente da governi assassini, le mutilazioni genitali femminili, le torture commesse in nome della ‘sicurezza’; e, ancora, i bambini soldato, lo sfruttamento dei minori per il lavoro e per il piacere sessuale di adulti depravati così frequente in Asia, in Africa, in America e anche in Europa. Per non parlare poi della pratica, ancora molto diffusa, di considerare le donne una proprietà, come per esempio le “mogli-bambine” oggetti prima dei padri e poi dei mariti; o come le giovani donne comprate o rapite in paesi poveri e destinate alla prostituzione nei paesi più ricchi. Situazioni, tutte queste che umiliano, feriscono, uccidono l’animo e lo spirito di chi le subisce, proprio perché negano la facoltà all’auto determinazione e violano il principio primo che cònnota l’essere umano: la dignità e la libertà dell’individuo in quanto tale.

E che dire dei quotidiani episodi di xenofobia e razzismo, in assoluto disprezzo per il più debole, compiuti con totale ottusità mentale e che soprattutto tra i più giovani si manifestano nei confronti del diverso – sia esso compagno di scuola più timido o diversamente abile o figlio di immigrato – cui ormai giornalmente assistiamo?
Per questo ancora e sempre di più è necessario non soltanto parlare di diritti umani; ma oggi più che mai, nel mondo ormai piccolo in cui viviamo, c’è necessità di stimolare, incuriosire, educare, soprattutto le nuove generazioni, a conoscere e ad apprezzare come possibilità di arricchimento la ‘diversità’ qualunque essa sia, culturale, religiosa, fisica, etnica.

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