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Perché voterò Franceschini

Ottobre 16
13:28 2009

Infinite sono state le analisi e gli interventi in questi giorni, non vorrei aggiungere la mia modesta, penso di riferirmi ad alcuni libri recentemente distribuiti per opera di addetti ai lavori ben più coinvolti del sottoscritto. Mi riferisco alle pubblicazioni di Veltroni (Noi), Rutelli (La Svolta), Santagata (Il braccio destro), Caporossi (La Comparsa).

Questi libri, a mio avviso, sono un contributo critico al dibattito politico attuale: non una discussione astratta, ma il racconto di testimoni del processo costituente del Partito Democratico.
Paola Caporossi, infatti, è stata componente del “Comitato dei 45 saggi”, che nel maggio del 2007 ebbe il compito di scrivere le regole per la nascita del nuovo partito. Giulio Santagata è stato il braccio destro di Prodi nella campagna vittoriosa dell’Unione tramite la “Fabbrica del Programma” e poi ministro nel Governo Prodi, Rutelli e Veltroni non necessitano di presentazioni.
Il racconto, a tratti personale, riporta in presa diretta profili inediti di personaggi politici come Veltroni, Prodi, Fassino, e altri, nonché episodi passati sotto silenzio e ignorati dal grande pubblico.
Si viene così a sapere, per esempio, che Romano Prodi fu l’unico ad opporsi alla “messa in sicurezza” della vecchia classe dirigente nel passaggio al nuovo partito, mentre Rosy Bindi si espresse a favore.
Un Partito Democratico è comunque nato. Ma è tutta un’altra cosa rispetto al progetto originario, e la fine di Veltroni (eletto alle primarie ed abbattuto da faide interne) ne è forse la dimostrazione più convincente. I sottotitoli di alcuni libri indicano più che chiaramente le tesi esposte: “lettera ad un partito mai nato”, “perché il partito democratico non è mai nato”, “nella speranza che il Paese ritrovi una visione positiva, solidale e aperta al futuro”.
Nonostante tutto esistono delle ragioni per tentare un “accanimento terapeutico” e andare a votare un segretario piuttosto che un altro.
La consultazione aperta a tutti i cittadini non è solo per l’elezione del Segretario, c’è una sfida di contorno molto importante, quella dei concorrenti per le assemblee, che non è affatto irrilevante ai fini del successo per la leadership nazionale. Il 25 ottobre, infatti, non si vota direttamente uno dei tre sfidanti, ma le liste che portano il loro nome e sono collegate a Franceschini, Bersani e Marino. Gli elenchi non annoverano nomi illustri perché la regola dice che possono candidarsi solo i tesserati del Partito Democratico.
Con Franceschini si tenterà l’ultima carta per mantenere in vita il progetto che tanto appassionò gli italiani, se invece vinceranno D’Alema e i suoi soliti compagni di viaggio si potrà considerare conclusa la scommessa del PD, con le deprimenti conseguenze sotto gli occhi di tutti: il governo delle destre per altri dieci anni.
Veltroni già ipotizza la via da intraprendere in questo deprecabile caso, un’ “Alleanza Riformista”, quello che in fondo avrebbe dovuto essere il PD ma che non è mai ancora riuscito ad essere, una via da percorrere con l'”umanità riformista” oggi sotto scacco, ma una via dai tempi lunghi, è per questo che nel frattempo occorre salvare, a costo di tenerlo in vita artificialmente, il progetto del Partito Democratico, Dario Franceschini è l’unico che ha intenzione di rimanere ancorato a quel progetto a dispetto delle carenze programmatiche purtroppo sin troppo evidenti. Franceschini è l’unica possibilità per sperare di vedere in tempi ragionevoli avviare una “Bad Godesberg” del mondo riformista italiano, dai cristiano sociali ai socialisti. E’ per questo estremo tentativo di tenere in vita il sogno del PD che andrò a votare Franceschini il 25 ottobre.

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