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Pericolo Far West

Maggio 27
06:57 2011

Negli “anni di piombo” un grande avvocato e giurista, ora componente del Consiglio Superiore della Magistratura, affermava che il terrorismo dei brigatisti fu sconfitto, oltre che, come è ovvio, dall’impegno di forze dell’ordine e magistrati, soprattutto sul piano della legalità e della fermezza nel non accettare lo scontro violento. Una specie di destrutturazione psicologica e morale dall’interno che portava per un verso ad una crisi degli stessi delinquenti, e per un altro bruciava il terreno intorno ad essi aumentando consensi per le istituzioni. Ai delitti efferati e gratuiti, provocati dalla elaborazione e distorsione della ideologia in direzione della violenza, lo Stato reagì con la fermezza e la consapevolezza che solo il diritto avrebbe portato ad una soluzione vincente, anche se faticosa e costosa in diversi sensi, e questo accadde. Mentre i brigatisti puntavano la pistola per uccidere proditoriamente, le istituzioni puntavano la pistola delle regole e del giusto processo anche nei loro confronti, come doveva essere. Una sorta di confronto allo specchio che incrinava false certezze e metteva in discussione e alla fine annullava, con l’esatto contrario, farneticanti teorie sulla necessità della guerra allo Stato. Nervi saldi, rispetto delle regole ad ogni costo, non scendere a compromessi o cedere alla tentazione della ritorsione o della lotta sullo stesso piano violento: queste le “armi proprie” che deve adoperare qualsiasi Stato moderno e democratico.
Qualche recente avvenimento mondiale e nazionale ingenera dubbi, invece, sulla sopravvivenza, là dove non dovrebbero essere, di un DNA da Far West, che giustifica il ricorso ad una giustizia sommaria, o comunque comportamenti di reazione violenta per difendere interessi personali o territoriali. Nel primo caso ci riferiamo all’uccisione del terrorista Bin Laden, che andava sicuramente perseguito ed assicurato alla giustizia per i suoi tremendi crimini. Poteva in questo percorso anche essere ucciso, in uno scontro o per condanna, visto che in America è in vigore in larga parte la pena di morte (che comunque dovrebbe essere bandita per motivi giuridici, morali e religiosi). Tutto sarebbe rimasto nell’ambito delle regole, opinabili ma legittime. Il fatto che, come sembra, la missione avesse senz’altro come fine la eliminazione, suscita non poche riserve, non nello specifico si badi bene, ma in assoluto.
Il primo a sollevarle, subito dopo la notizia, è stato il Papa il quale però viene citato o tirato per la tonaca, ci si perdoni la locuzione, solo quando fa comodo. Il suo ammonimento a non festeggiare una morte (a prescindere dalle circostanze), che viene bene accostare, per contrappasso, al suono della campana dell’ultra-laicissimo Hemingway, è durato, nei media, lo spazio di un giorno. La realtà è che gli Stati Uniti hanno crediti e potenza per essere trattati in guanti di velluto, come del resto la Cina, che riceve solo buffetti per la violazione costante e pesante dei diritti umani, mentre viene blandita da tutti per interesse economico. In Italia capita, più modestamente, che qualcuno predichi di sparare per respingere le imbarcazioni di migranti, e la cosa non viene adeguatamente condannata o bollata col marchio della pazzia, ma rimane nell’aria, perfino se ne discute o viene trattata come espressione pittoresca (!).
Questi due fatti, così diversi e distanti, sono però rivoli affioranti di un fiume carsico pericoloso perché trasporta idee che si insinuano sottilmente e possono causare l’arretramento della civiltà conquistata a caro prezzo, scardinandone, magari inavvertitamente, i principi fondamentali che sono il rispetto del diritto e del valore della persona. Per giunta non sarebbe esattamente un colpo di genio andare a sfidare, come detto a proposito dei brigatisti, il terrorismo sul proprio campo, o scatenare contrasti etnici e guerre di religione. È come volersi difendere da ladri e rapinatori portando alla cintola la pistola: la lotta è inutile ed impari perché chi delinque è specializzato e si può contrastare soltanto con la prevenzione e specializzazione degli organi di polizia statali; non siamo in un film, anche se a qualcuno piacerebbe. Per questo non dobbiamo rischiare che il ricorrente lapsus Obama – Osama non sia solo una confusione di assonanze, ma nasconda un qualche neo sostanziale molto pericoloso ed inquietante, in prospettiva e nell’immediato.

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