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Più infantilizzati di quando sono entrati

Gennaio 28
23:00 2009

In questo ultimo periodo non si fa che parlare di eliminare le vecchie fortezze penitenziarie perché fatiscenti e inumane. Ciò mi fa pensare a quella Edilizia Penitenziaria nata in epoca emergenziale, privilegiando criteri tecnologici di neutralizzazione e incapacitazione. Per cui se questa è questa l’ottica mi chiedo dove potrà estrinsecarsi l’aspetto di carattere trattamentale-rieducativo, risocializzante, di recupero del detenuto. Se il carcere che nascerà non avrà spazi di risocializzazione, perché costruito su un ragionamento di solo contenimento del fenomeno criminale, se gli spazi in questione verranno immediatamente occupati per la troppa abbondanza di carne umana, e quindi non saranno adibiti a laboratori, a sale di lavoro, di studio (tra l’altro il lavoro è l’unica terapia valida, lo strumento principe di qualunque trattamento), continuerà a venire meno la funzione stessa della pena e, cosa ben peggiore, aumenterà la recidiva e la società si ritroverà in seno uomini ancora più infantilizzati di quando sono entrati. Ascoltando poco la televisione e assai di più le parole dei cittadini della strada, che arrabbiati lo sono certamente, ma fors’anche un po’ confusi, si rafforza in me la convinzione che occorre davvero “ricostruire l’uomo dal di dentro”, attraverso gli strumenti legislativi e l’impegno da parte della società e degli Operatori Penitenziari. In un Istituto sono di importanza fondamentale nel recupero del detenuto: l’Equipe del carcere formata dal Direttore, dal Comandante dagli Agenti di Polizia Penitenziaria, dagli Educatori. Psicologi, Cappellani, Assistenti sociali, le Associazioni di Volontariato, gli stessi Agenti di Polizia Penitenziaria, che rimangono il vero nocciolo della questione, il fulcro dell’ideale rieducativo della pena, essendo loro a vivere a stretto contatto con i reclusi.
Ogni percorso risocializzante e di riabilitazione, senza la professionalità di queste figure istituzionali rimarrà un’astrazione. Infatti l’assenza di questi riferimenti porta, se non ad una incompleta attuazione della Riforma Penitenziaria, ad un rallentamento della stessa e, peggio, ad una accettazione passiva della pena che nulla insegnerà al detenuto. L’uomo oltre il muro dovrà saper vincere una scommessa assai importante, riappropriarsi di una cultura, di una conoscenza, e ciò può avvenire unicamente con l’incontro e il confronto con la società esterna. In questo senso assume grande rilievo l’impegno di ognuno, ciò alimentando processi ripetuti di relazioni e interazioni, affinché sia possibile un cammino di crescita individuale attraverso la sinergia di quattro poli convergenti: Magistratura, Istituzione Penitenziaria, Società e Detenuti. Se solo una di queste componenti viene meno tutto il progetto è destinato a fallire. Se il “carcere” vuole divenire un “luogo ultimo”, che assolve alla sua vera funzione di salvaguardia della collettività, di sicurezza e di recupero effettivo degli uomini, forse dovrà rifarsi anch’esso a quanto ci ha detto il Beccaria: “Uno Stato ha tutto il diritto di difendersi mai di vendicarsi”.

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