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Pour parler: la terrazza

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Pour parler: la terrazza

Pour parler: la terrazza
settembre 04
02:00 2007

Siccome la stagione è calda, e il tempo, quando si soffre, si sa, non passa mai, ne approfittiamo almeno per condividere con i lettori gli umori maligni che l’afa ci suscita. E non per invidia di chi è partito, ché quelli si sono esposti a ben altri patimenti, dalla cottura a vapore nelle code autostradali agli alberghi a ore pagati come cinque stelle, come i quotidiani giornalmente ci dettagliano. A noi resta un po’ il rammarico di vedere questi bellissimi Castelli, che potrebbero essere meta di un turismo di qualità, degradati a dormitorio per Romani pendolari, o a thermopolium serale sempre per i colonizzatori romani (tra l’altro, come sapete, è di questi giorni la guerra delle fraschette). Per il resto, ben contenta di essere rimasta a casa, in un bagno di aria condizionata, passo le giornate dietro le imposte chiuse a controllare se il vicino in assenza della moglie ‘riceve’ o se il portiere osserva il suo orario. E soprattutto a spiare i rom (una volta li chiamavamo zingari, chissà se ancora si può fare?) che spiano gli appartamenti vuoti per tentare ardite (non poi tanto, visto che restano sempre impunite) incursioni. Nella speranza che vedendo le finestre sbarrate e nessuna risposta al citofono, non trovando niente di meglio, vengano almeno a liberarmi dei libri polverosi che minacciano il mio Lebensraum senza che nessun vuotacantine accetti di ritirarli. Nel mio nascondiglio mi capita di ricevere di tanto in tanto amici in transito, cui non pare vero di trovare un’insalata di riso o una pasta fredda negli affanni tra una valigia e l’altra. Mi visita tra gli altri un’amica di vecchia data, persona mite e garbata, tanto gelosa della sua privacy quanto indifferente a quella degli altri (e pertanto una vicina ideale). Quasi con le lacrime agli occhi, chiedendomi consiglio, lamenta l’uso improprio che qualcuno della verticale fa della sua terrazza, dove quotidianamente vengono riversate dell’alto quantità industriali di rifiuti alimentari (noccioli e buccia di frutta, ali di pollo rosicchiate, maccheroni stecchiti), nonché, per non trascurare nessun settore merceologico, assorbenti igienici, bavaglini e, soprattutto cicche, beninteso accese, spesso condite da sputi. Freno il primo impulso ad armarle la mano con la vecchia Mauser con cui di tanto in tanto mi alleno (cosa che spesso mi frutta, sotto lo sguardo orgoglioso di mio figlio, i complimenti dei giostrai, tipo “A signo’, che ha fatto er militare?”, nonché un vasto corredo di portachiavi, orsacchiotti e altre cianfrusaglie-premio). Non potendo consigliarla neppure di svillaneggiare pubblicamente gli autori di cotanta impresa, mi limito a spendere con lei qualche parola consolatoria. Ma il fatto stuzzica la mia immaginazione e poi, da sola, provo a dar corpo a questi fantasmi. Di primo acchito li immagino come i Simpson. Ma certamente a quelli manca la simpatica sfacciataggine yankee di questi, dove, invece, confessare la colpa aprirebbe già la via alla redenzione, come ci insegna la morale cristiana. Me li immagino quattro, come la famiglia-tipo italiana prevede: due genitori più la ‘coppietta’, un figlio e una figlia, non più adolescenti (adulti immagino non lo diverranno mai), mediocri carriere scolastiche segnate da precoci insuccessi. E i genitori come saranno? Un padre sfiancato dai tanti sgambetti fatti e subiti prima di raggiungere il ruolo di modesto dirigente in qualche ufficietto inutile. Più difficile immaginare una madre che pratica e insegna ai figli l’insozzamento sistematico di quello che toccano, l’oltraggio alle persone e ai beni altrui. Perché è di fatto generalmente ancora la madre che sopporta l’ufficio e la responsabilità dell’educazione dei figli, e può esercitarlo in due direzioni: trarre (e-duco) il figlio dalla melma in cui l’animo umano irrimediabilmente (dal peccato originale in poi) si dibatte; o, viceversa, quella lordura trarla fuori e costruirci un solido scudo che renda la creatura affidatale impenetrabile a qualunque idea di rispetto, condivisione, collaborazione con i suoi simili, nonché insensibile alla bellezza. Che è pure un valore, e, non a caso nel nostro uso linguistico il sintagma ‘bello e buono’ unisce due categorie ritenute supreme: Biancaneve è bella e buona, la strega il contrario. Così lordare quello che è pulito, distruggere ciò che è bello diventa semplicemente un eiettare quanto costoro hanno dentro, un manifestarsi e affermare così, nell’unico modo che hanno imparato, la propria esistenza. Qui un laudator temporis acti direbbe: colpa dei tempi. Noi diciamo invece: colpa delle persone, perché la responsabilità individuale è un presupposto fondamentale per la convivenza civile. Così come lo è il controllo sociale. Controllo sociale è (spieghiamo per i più giovani che poco lo conoscono) quell’atteggiamento molto praticato in passato fino agli anni ‘50-’60, per cui la vicina Maria, la prima volta che ti vedeva parlottare timidamente con un ragazzo, prendeva da parte tua madre con fare misterioso, tra compassione e riprovazione, e le rivelava a bruciapelo che sua figlia ‘se la faceva’ con un ragazzo. Mentre il portinaio lasciava a metà di lavare le scale per comunicarle che il figlio piccolo aveva trinciato di netto con la bicicletta tutte le fragole piantate nel giardino condominiale. E, nonostante ciò, tu non bruciavi lo zerbino della signora Maria, né tuo fratello mischiava alla saponata del portiere l’olio di frittura. Anzi, li si salutava tutti e due (quei bastardi delatori!) con accresciuta timida riverenza. Inconcepibile al giorno d’oggi. Oggi che, insieme alla festa della mamma, del nonno e del cane, in qualche quartiere sono comparsi timidi striscioni per invitare a celebrare la festa dei vicini (magari un po’ in ritardo, visto che altrove qualcuno la festa ai vicini la fa). Comunque sia, il controllo sociale era allora apolitico, trasversale, multietnico (colpiva cioè sia milanesi che calabresi). Cambiavano soltanto le pene: dallo scappellotto del padre in tuta alla paternale di quello in tocco o toga. Si esercitava in provincia più che in città, dove comunque resisteva all’interno del quartiere. Contribuiva ad affinare la dialettica interclassista e a fissare le coordinate dell’agire politico, ed è forse anche un po’ ad esso che dobbiamo la maturazione di eccelse personalità di statisti (penso a Lei, Senatore, mio modello insuperato da quando, ginnasiale, ricevetti dalle Sue mani la mia prima borsa di studio!). Con il ’68 è cominciato il suo inarrestabile declino. E nessuno mi toglie dalla testa che, accanto ai pochi veri ‘intellettuali di regime’, che consumavano l’estate nella villetta a Torvaianica tra le pagine di Marx e Lenin, una gran parte di coloro che in quegli anni sfilavano con bandiere e striscioni non aspirasse a nient’altro che a mietere impunemente fragole e cuori, sotto gli occhi impotenti di vicini e genitori. Tra quelli c’era forse anche la madre diseducante di cui sopra, che ancora persegue la sua personale ribellione? Temo piuttosto che quella sia invece soltanto una sfaccendata che, senza aver trovato un proprio ruolo sociale, cerchi tra maestri di tennis o di sci chi “glielo dà, o’ curaggi’ e’ suppurta’”come recitava una maliziosa strofetta napoletana d’altri tempi (ma lì ci si riferiva al maestro di mandolino, oggi da questi altri degnamente sostituito). Per concludere, mi sovviene la scena cui ho assistito di recente. Un ‘vu’ cumprà’ (una volta si diceva così), arrivando trafelato, sotto questo sole, alla stazione della metro, con la sua azienda (cioè il borsone pesante) in una mano e la sigaretta accesa nell’altra, si fermava a spegnerla sul muro e ne gettava il mozzicone nel cassonetto prima di lanciarsi all’arrembaggio del treno. E allora Colonnello (Gheddafi), ci mandi pure i suoi, se sono tutti così, ma, per favore, si prenda in cambio certi nostri, che tra gli scorpioni del deserto troveranno l’unica società degna di accoglierli! (Si avverte che ogni eventuale riferimento a fatti o persone è puramente casuale)

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