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Primi giorni ‘come prima’ ma prima com’era?

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Primi giorni ‘come prima’ ma prima com’era?

Primi giorni ‘come prima’ ma prima com’era?
Maggio 21
19:07 2020

(Serena Grizi) Riaperte le saracinesche delle attività su strada più provate dallo stop forzato legato alla pandemia. Bar, ristoranti, negozi vari odorano di disinfettante e mettono a disposizione, secondo possibilità, tutte le ‘cortesie per gli ospiti’ prescritte dall’ultimo DPCM, nei modi più garbati che si conoscano o meno. Gli operatori più bravi non stanno a sottolineare quello che è già così schiettamente sotto gli occhi di tutti: mascherine nei locali pubblici, distanziatori, vietato in molti grandi magazzini provare i vestiti (qui mitigano il clima opportune raccolte di canzoni italiane invece che il solito sottofondo/ronzio anonimo di ragazzini cooptati dalle grandi etichette discografiche), e provano a vivere il rientro tenendo un profilo basso perché si respira un po’ di contentezza ma anche tanta stanchezza. Se ci sarà estate sarà l’estate delle file, della mascherina che già fa caldo adesso a portarla schiacciata sul naso, degli sconti su molti prodotti, del rincaro su altri, di chi aumenta il prezzo del caffè e del cappuccino, di chi, intelligentemente (perché si tratta di prodotti popolari), lo diminuisce; delle mani che odorano d’ogni cosa meno che di mani, dei bagni dei locali finalmente puliti perché è un obbligo sanificarli quasi ogni cliente. Molte serrande non si sono alzate dai Castelli Romani al litorale: per stare dietro la pandemia e quel che ha portato (chissà ancora cosa porterà) occorre fare i conti con quel che serve per andare avanti e bisogna studiare: leggere, comprendere, districarsi in mezzo  a norme  a volte contraddittorie tra loro; applicarle nel modo più semplice, eliminare i bizantinismi, i giri di parole, capire com’è che si calano dentro la realtà giornaliera senza tediarsi e tediare nessuno. Capire in tempo anche quand’è che non si riapre perché l’esercizio era già piccolo prima e adesso ci vorrebbe solo un miracolo.

Al mare stabilimenti aperti: alcuni solo per attività elioterapica, perché non è ancora stato ingaggiato un bagnino (lo si farà il 2 giugno sempre che non si debba fare un’altra chiusura, chissà i dati a quale scenario potrebbero consegnarci per allora). I conti sono sul fil di lama. Si trasporta sabbia per ripascimento tra scavatori e camion con ribaltabile. Si ricostruiscono i fronti di cabine di legno bianche ma non ispirano nemmeno un verso a guardarle così ridotte a parti da montaggio svedese. Il sole però splende alto. Il promontorio del Circeo spicca tra i flutti azzurri come un’enorme nave che solcando l’acqua possiamo immaginare vada dove vuole. In un giorno in mezzo alla settimana, lontani dalle feste, un po’ da noi stessi, e di certo dagli altri, una tovaglietta di carta bianca con una cornice di pescetti azzurri ed un piatto ben cucinato sembrano un piccolo miracolo. L’hanno pensato in molti ed infatti sembra quasi domenica. I bambini che sguazzano in acqua da ore ne usciranno stasera con le squame, attorno a loro spruzzi d’acqua argentata e risate. Chissà cosa pensano mentre giocano (dopo mesi costretti al chiuso o di giri attorno ad un palazzo, il gioco è un altro modo di elaborare il vissuto), e cosa ricorderanno del loro ‘breve’ prima, paradigma d’imperfezione e scontento per gli adulti, qualcosa da non desiderare mai in nessun caso e ora agognato quale tempo di ‘normalità’. Questi futuri adulti non si dovranno lasciare soli nel rendere superate parole quali plastica, petrolio, sfruttamento, razzismo, esclusione sociale, inquinamento, ecomafie, lavoro sommerso e per farlo bisogna essere convinti che quel ‘prima’ già non faceva più per nessuno. Un’occasione come un’altra (ma non fra molte altre) perché del tempo trascorso non si sprechi ciò che si è potuto sperimentare, i limiti dentro i quali ci si è trovati a vivere.

Prosegue per molti il telelavoro, anche uffici pubblici e privati hanno problemi di metrature. Del lavoro agile fin qui messo in atto abbiamo appreso che è una forma elementare del telelavoro che potrebbe essere: ovvero tentare di svolgere a casa, con le stesse modalità dell’ufficio, una serie di compiti scontrandosi col fatto che molti passaggi diventano inutili nella destrutturazione quasi obbligatoria delle collaborazioni, mentre si conferma un’idea di appartenenza che darebbe forza e consistenza al risultato che si tenta di raggiungere e ne motiva l’esistenza. Lo sviluppo d’una vera metodologia, in questa trasformazione colmerebbe il divario tra il prima in ufficio e l’oggi in casa ma da noi si passa, ancora, dalla teoria alla pratica di certe idee, ‘utili’ per alcuni versi, solo nell’urgenza. D’altro canto non può passare inosservato che la modalità ‘agile’ è invasiva dell’esistenza e intanto disaggrega malamente non solo il lavoro ma anche i lavoratori e non tarderebbe a renderli meno coesi, perciò meno forti nel difendere, oltre che i doveri, i loro diritti.

Un suggerimento interessante, al termine d’un lungo e strutturato articolo sembra darlo il filosofo Paul B. Preciado: «Dobbiamo passare da una mutazione forzata a una mutazione decisa da noi. (…) Dobbiamo imparare anche a disalienarci. I governi chiedono il confino e il telelavoro. Sappiamo che quello che stanno chiedendo è la decollettivizzazione e il telecontrollo. Usiamo il tempo e la forza del confino per studiare le tradizioni di lotta e di resistenza delle minoranze che fino a oggi ci hanno aiutato a sopravvivere. Spegniamo i telefoni, scolleghiamo internet. Facciamo il grande blackout di fronte ai satelliti che ci osservano e riflettiamo insieme sulla rivoluzione in arrivo.» Paul B. Preciado, Le lezioni del virus su Internazionale n. 1356 – anno 27, 30 apr/7mag 2020.

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