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Iride

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Titolo:      Iride
Autori:      Andrea Palmarini
ISBN-10(13):      978-88-95736-77-8
Editore:      Edizioni Controluce
Data pubblicazione:      Settembre 2019
Edizione:      I edizione
Numero di pagine:      88
Formato:      148×210
Collana:      Poesia
COD: 100 Categorie: ,

Descrizione

Andrea Palmarini è un giovane autore che ha già pubblicato sillogi poetiche.
Ho letto con ammirazione le poesie di questa nuova opera e le ho ritenute molto belle.
I versi sono strutturati secondo una corretta scrittura metrica, ma il testo è già musicale in sé medesimo.
Certamente una caratteristica principale è proprio la musicalità del verso, che viene spontanea al poeta e che fa da colonna portante, oserei dire “da ossatura” sulla quale si impiantano, armonizzandosi, le “pennellature” dei versi, che nascono dall’ “io interiore” proiettandosi al di fuori, lontani, a volte nel tempo e nello spazio oppure rievocando personaggi mitologici.
Il verso metrico è preferibilmente il decasillabo piano e/o l’ottonario che danno il ritmo di una canzone.
Dalla lirica si evince un retroterra culturale in senso letterario non comune a tutti i giovani di oggi.
Il riferimento ai classici della letteratura si evince in diverse parti dell’opera.
Tra le poesie, a mio parere, più belle vorrei citare: “La città eterna” (I giardini del Gianicolo / guardano lieti / le morbide sfumature dei colli); la poesia è una rappresentazione pittorica di Roma nei suoi aspetti più salienti e caratteristici.
“Desio” (Non puoi voltarti / e guardarmi / ho gli occhi iniettati / di questo rosso autunnale / ma adesso accarezzami violentemente / come d’ottobre il Libeccio…), forse la migliore. In un ermetismo ungarettiano, in due versi il poeta paragona il rossore degli occhi al rossore autunnale, poi passa ad uno scuotente “accarezzarmi violentemente” per chiudere con l’alitar del sussurro del Libeccio. Tutto in due versi: sapiente alternanza di emozioni, figure e suoni della natura.
“Lucciole”: incantevole descrizione di uno squarcio di natura che il poeta riesce a cogliere con il suo occhio e il suo animo sensibili e recettivi a chi sa osservare, contemplare, stupirsi, anche di piccole “transizioni di luce” come le lucciole.
Il timbro cambia completamente in “Madre Terra” (Nei tuoi meandri / più oscuri / attirami / e nella tua terra / rapiscimi), desiderio-invocazione, quasi un richiamo ancestrale di tornare a quella cenere di origine non come voglia di estinguersi bensì come esigenza prioritaria di pacata serenità e pace perpetua.
“Marea”: ancora in appena tre versi una decisa e vibrante pennellata della natura mista ad emozioni forti e tuonanti come una fulminea saetta durante la notte, prevale il desiderio di riunirsi all’infinito (…dal sussurro della marea che mi porta lontano / mentre correnti violente / vidimano la battigia).
“Bramosia”: una simbiosi perfetta tra l’emotività di un sentimento forte e le immagini terrene, il tutto proiettato verso l’eternità (ti vorrei ora / come se le brame delle mani / potessero disciogliersi / tra acquerelli disegnati / sul tuo viso).
Similitudini molto peculiari, intense ed efficaci sono presenti in diverse poesie, come ad esempio in “Mai sole”: “Rovi intrecciati / come vasi sanguigni in cielo”; da questa immagine improvvisa, istantanea, luminosa, nasce l’ispirazione dei versi successivi che quasi passano in seconda battuta rispetto alla forza creatrice del battito poetico iniziale.
E per finire questa sommaria disamina di alcuni testi dell’opera vorrei citare “Falce di Luna”, di leopardiana memoria: bellissima la chiusa finale (questa falce di luna / ti cullerà / guardala / e lasciala brillare). Ancora una interiore beatitudine che nasce dalla contemplazione degli astri lontani eppur così vicini, anzi presenti dentro di noi come se fossimo, in un filosofico stoicismo, un tutt’uno, con la differenza che nel nostro essere c’è qualcosa che pulsa: il cuore. Qualcosa che vibra: l’animo. Qualcosa che cogita: il cervello.
 Eugenio Zampetti

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