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Prof Brunetti: “I medici, autentici monaci coraggiosi”

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Prof Brunetti: “I medici, autentici monaci coraggiosi”

Marzo 19
20:32 2020

“Nella vicenda del coronavirus, i medici con la preziosa collaborazione di altri operatori- afferma il professor Guido Brunetti in questa intervista- stanno scrivendo una meravigliosa avventura che evoca le pagine più belle dell’umanità, il cammino stesso della civiltà. Così ha scritto un medico, Marcello, a sua madre: ‘Siamo in trincea, stiamo combattendo, alla fine ce la faremo”.

Un grande atto di fiducia che ci conforta.

Certamente. Ci vengono in mente le belle immagini del dottor Juvenal di G.G  Màrques, del dottor Abrenuncio e il medico della “Corsia n.6” di Cechov. Come sottolinea la Bibbia, dobbiamo rendere al medico l’onore dovuto, poiché ‘il Signore lo ha creato’. I  comportamenti dei medici sono la prova tangibile dell’umanesimo in medicina”.

Il medico come un alleato.

“Il medico come amico del paziente: una delle più alte rappresentazioni del suo valore etico. E’ questa la ‘religio medici’, la religiosità del medico. Che è il curante del corpo e dell’anima di ogni persona, ricco o povero, giovane o vecchio. E’ un rapporto profondo, interiore tra due anime”.

E’ un senso di gioia nell’angoscia…

“E’ la vittoria di una medicina umana e umanizzante che vince su alcune gravi tendenze disumanizzanti della medicina tecnologica e del medico burocrate. E’ ciò che Ippocrate, il padre della medicina, chiamava divinum”.

Ci sono riscontri, prof  Brunetti?

“Questi medici che lavorano e soffrono rappresentano figure che si snodano lungo un avvincente viaggio che parte dall’antichità e giunge sino ai nostri giorni. La loro solenne e imponente opera ricapitola le vicende  dell’umanità, volto a creare benessere bio-psichico, a debellare la malattia e alleviare i tormenti e le paure ancestrali della sofferenza e del dolore. Stanno insomma scrivendo una splendida storia che richiama il percorso della civiltà”.

L’origine di questo fenomeno.

“I primi segnali risalgono a Ippocrate (V sec.a.C.). Il sapere medico è considerato un fatto iniziatico, sacerdotale; acquisito per rivelazione divina. Per scampare alla peste che ha colpito l’esercito, Achille dice: ‘Interroghiamo un profeta, un sacerdore o un indovino che possa debellare la pestilenza’. In Grecia, la figura di Esculapio traduce la tradizione curativa sacrale. Omero infatti paragona il medico a ‘un divino cantore’, a un ‘indovino’. Nell’Antico Testamento, Giobbe dice: ‘Il Signore sia benedetto per queste mani che guariscono. Tra medico e ammalato si crea un rapporto a dimensione umana: egli incoraggia, ascolta, conforta, aiuta, dialoga; è cortese, paziente e sicuro. Nelle culture arcaiche, la malattia è una manifestazione di una potenza divina. E’ Apollo a mandare la pestilenza agli Achei ed è Jahvè a colpire in questo modo i Filistei. E’ un fenomeno che ha interessato anche la letteratura, a cominciare da Omero, Orfeo, Virgilio, la tragedia greca e arrivare ai nostri giorni. Le opere di Dostoevskij e Tolstoi, al riguardo, assurgono a piani elevati, dove la malattia, la vita e la morte non sono riguardati come un semplice evento patologico e sociale, ma assunti come espressione etica, metafisica e cosmica. E’ questo il senso autentico di questi medici che affrontano in questi giorni un nemico subdolo, invisibile. Sono per noi gli autentici monaci coraggiosi”.

 

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