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Quando a Ciampino non c’erano i vecchi

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Quando a Ciampino non c’erano i vecchi

Quando a Ciampino non c’erano i vecchi
Marzo 16
11:36 2020

Il vento della memoria. Quando a Ciampino non c’erano i vecchi

 Mi sono fatta coraggio e ho chiesto a una persona cara di bruciare la valigia di cartone. Le cerniere arrugginite e sbilenche non tenevano più e la carta con i fiori azzurri all’interno era tutta accartocciata. Dentro c’erano tante cose, preziose e inutili.

Non si può portare tutto dietro durante la faticosa traversata che è la vita. Quando i passi si fanno più pesanti ci si deve un poco alleggerire del bagaglio.

Quella valigia l’ho avuto sempre sotto gli occhi e sempre mi parlava di viaggi. Si trovava sull’armadio nella stanza dei miei genitori e dentro c’erano le pere a maturare fra la paglia e qualcuna durava fino a Natale.

Ora che la valigia è bruciata la vorrei indietro. Col suo odore di fibra e di pere. Poi penso che la valigia è qui, in tutti i miei sensi e ancora mi racconta di partenze e ritorni. Mi parla di distanze che tali non sono. Di fiori azzurri scompigliati dal vento.

Un piccolo atto di abbandono, il rogo della valigia, che si può compiere solo quando tutto è in salvo, nella valigia che noi stessi siamo.

 

Ancora mi chiedo qualche volta perché mio padre scelse Ciampino per spostarsi. Tutto intorno a Roma poteva scegliere, agglomerati di case destinati a diventare borgate sorgevano ovunque nella pianura circostante, perché Ciampino?

Facile la risposta: mio padre lavorava a poca distanza da quello che all’epoca era il sogno di una cittadina progettata col criterio dell’ordine e della bellezza, con la ferrovia, l’aeroporto e tante strade che portavano alla capitale. Roma era New York, per chi veniva dalle montagne.

Che cosa apparve agli occhi di mio padre quando s’innamorò di Ciampino? Una chiesa nuova e bella, un collegio che sembrava una reggia, una piazza rotonda con  una raggiera di vie alberate, lo scenario dei Castelli e tanta terra da edificare e da coltivare.

Mio padre vide tutto questo e lo descrisse a mia madre. Mia madre vide per la prima volta Ciampino quando venne ad abitarvi. Il racconto di mio padre le era piaciuto e l’aveva seguito a occhi chiusi; parlava di pianure, di acqua abbondante, di terra fertile, di possibilità di lavoro. Parlava dei villini e del Sacro Cuore.

E i miei due fratelli, di dieci e sette anni, che videro arrivando a Ciampino?

Provo a immaginarlo. Videro una spianata che si prestava a giochi diversi da quelli che facevano in paese. Calciare, pedalare in bicicletta. Niente più vicoli e scalinate, niente sponde di fiume, niente porte aperte e vecchi seduti sugli scalini.

A Ciampino i vecchi non c’erano, quando loro arrivarono qui, nel 1939.

I vecchi restavano al paese lagnandosi dei figli che abbandonavano loro e i pochi averi. Chi partiva faceva un torto a chi restava e doveva sopportarne le conseguenze.

Quando i miei tornarono sfollati al paese, dopo il bombardamento di Roma a luglio  del 1943, che devastò Ciampino, non trovarono accoglienza. Ospitale fu la terra e la casetta in campagna in cui si rifugiarono per qualche tempo, nutrendosi di cicoria e  patate. Con me piccolina, nata a Roma com’era nelle loro intenzioni, che non sapevano come svezzare.

Ciampino apparve loro come un luogo ben definito eppure tutto da inventare, non granitico e fermo nelle tradizioni come la rocca fra la cinta dei monti che avevano lasciato.

Qui c’erano i campi coltivati a perdita d’occhio, vigneti, uliveti e pascoli, e l’orizzonte aperto fino al mare.

I miei fratelli videro una bella terra, dove sarebbero cresciuti andando a scuola e imparando un mestiere per aprire un giorno la propria attività. La casa che aveva in mente mio padre rispondeva a questo progetto.

Un progetto che la guerra interruppe ma non stroncò; passata l’ondata di distruzione venne ripreso e perseguito. Così, da una generazione all’altra, si portavano avanti le idee, con un senso di continuità che andava oltre la propria vita e quella dei figli, proiettata alle generazioni future.

I miei fratelli conobbero a Ciampino la differenza di ceto, e non per colpa degli abitanti del centro, distinto dalla periferia, ma per il senso di inadeguatezza di chi arrivava da fuori con la sua valigia di cartone e le sue carabattole. Ma conobbero anche il valore e il calore di una comunità eterogenea, solidale e senza pregiudizi.

La gente che come i miei arrivò a Ciampino prima della guerra non sapeva essa stessa quello che possedeva: la forza prepotente di un sogno da realizzare.

Quanti fiori azzurri riporta il vento della memoria.

 

(da L’erba sotto l’asfalto ‒ Edizioni Controluce 2007)

 

 

 

 

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