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Ragazzi svogliati

Luglio 30
09:10 2012

Le scuole e le pagelle sono piene di ragazzi capaci ma che non si applicano. Ma succede così dappertutto, via via dal basso all’alto. Come medici che fanno diagnosi giuste, sanno la cura ma non la praticano. Perché? Nessuno può dirlo con precisione.
Le risposte stanno forse nella natura e nella psicologia umane, e ciò non è confortante perché sembra una battaglia persa in partenza. Viene pure il dubbio di trovarsi di fronte a persone scarsamente intelligenti o masochiste.

È parecchio tempo che i maggiori responsabili politici ed economici europei concordano a parole – mai nero su bianco e sfumando al primo accenno di concretezza – su alcune questioni essenziali per risolvere o parare efficacemente la crisi che attanaglia tutti, e naturalmente i più deboli in misura maggiore.
Due principalmente le strade: necessità di abbassare il debito pubblico, nei paesi esposti a rischio, e una effettiva unione finanziaria e politica europea con conseguente Banca d’Europa e titoli comuni. Pure i rimedi sono noti e spesso condivisi: vendita, o cessione temporanea con opportune formule, degli ingenti beni dello Stato (o energica patrimoniale) in un caso, sacrificio di parte della sovranità nazionale (magari con temporanee perdite ma nella prospettiva certa di stabilità futura) nell’altro. Nelle dichiarazioni ufficiali, interviste e dibattiti, il ritornello è sempre questo, praticamente tutti d’accordo. Chi non lo è – in primis Germania – occorre convincerlo con fermezza, in senso figurato spalle al muro: o si condivide tutto – certo con regole – oppure ognuno per la sua strada; anche (e forse soprattutto) la splendida Germania ha da perdere nell’isolamento: mercati europei, afflusso di denaro a costo zero…
È pur vero che la politica è l’arte di prendere la strada più lunga per arrivare a casa, ma sembra incredibile questo continuo consulto senza decisioni. Le similitudini si sprecano, il paziente che muore, Sagunto espugnata, Cartagine che brucia… e anche queste fanno parte del balletto. Ma non è solo un valzer triste, diventa, per assurdo, un teatro dell’assurdo: «bene, siamo tutti d’accordo, sì; allora non facciamo niente». Così si va avanti a mezze misure, prelievetti (dolorosi), iniezioncine e pasticchette; un po’ di ossigeno di scorta e si aspetta il miracolo. Ma il paziente ha bisogno proprio di un altro ospedale, altra aria, altro primario e altro infermiere. O si fa l’Europa (vera) o si muore. Sulla sponda del letto stanno appollaiati a braccetto Agenzie, Spread, Mercati e Aquile tedesche. Ma sono un po’ intontiti dall’euforia e non capiscono che se il paziente muore – sembrerà strano ai corvi – la pappa finisce. In tema di assurdo vorremmo lanciare uno slogan di contrasto: meno riunioni e più decisioni. Un poco di coraggio un dovrebbe mancare a professori bocconiani, cancellieri tedeschi, rivoluzionari francesi, toreri spagnoli o agenti segreti britannici; i filosofi greci li ammiriamo molto, ma la cicuta è amara.

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