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Ricordo di un “campione”

Maggio 20
15:27 2020

Quando si sta in profonda sintonia con un amico, e questa affinità elettiva dura da 60 anni, tutto quello che accade a lui o alla sua famiglia si riverbera in noi con tale forza da renderci compartecipi della gioia e del dolore. Nel caso del mio fraterno amico Tullio De Fazio, purtroppo, si tratta di una vicenda dolorosissima: la perdita di un figlio, cioè una cosa contro la logica della natura e della vita. Ciò toglie la parola a chiunque volesse dare conforto. Una vicinanza silenziosa è più eloquente di ogni discorso. Eppure, io mi sento di esprimere pubblicamente qualche pensiero racimolato nella commozione di un avvenimento che ha dell’incredibile. Dino De Fazio, figlio del mio amico Tullio con il quale ho condiviso fatiche di lavoro e speranze, è venuto a mancare nel pieno della maturità degli anni, della sua carriera e della sua passione sportiva. Militare rispettato per l’umanità profonda e la condotta esemplare, egli è stato un campione nel campo dei motori, passione che ha segnato tutta la sua esistenza. Una persona generosa, dotato di una qualità oggi rara, cioè la lealtà e il rispetto verso gli altri, senza distinzioni di qualifica e di stato sociale. Un vulcano di idee, un lavoratore tenace e instancabile: era un uomo dotato di un grande carisma di simpatia. Io l’ho conosciuto appena ragazzo, ma è come se lo avessi avuto vicino sempre: fungeva da nostro tramite il padre. Insomma, lo conoscevo per via indiretta, ma ugualmente appassionata e affettuosa. Certe sensazioni ce le detta una misteriosa realtà indefinibile e, per egoismo, per non soffrire, vorremmo non sentirle dentro di noi. Ma esse stanno lì. Esse ti dicono: Tullio e Pina, ed anche il giovane Fabio, in questo momento hanno bisogno di te. Hanno bisogno del tuo abbraccio ideale, perché all’essere umano è dato questo particolare privilegio: trasmettere in una sorta di alfabeto muto i palpiti profondi del cuore. Soffrire insieme allevia il dolore, dice un antico adagio. Ed anche sperare insieme solleva lo spirito. Mi domanderete: quale speranza, se Dino non c’è più? Rispondo: noi non finiamo del tutto, perché esiste una vita imperitura del ricordo; inoltre, chi può toglierci la speranza d’un’esistenza al di là? Verrà un giorno in cui, sotto la grande ala di Dio, saremo tutti placati in un abbraccio corale che magari non ci siamo scambiati in vita. Quel giorno è la nostra luce. D’altronde, se nessuno ha potuto dimostrare la veridicità di tale assunto, nessuno ha potuto negarla mai! Dino è in quella dimensione suprema che noi non sappiamo spiegare, ma che sentiamo dentro. Il nostro è un transito fugace; l’incontro dopo l’attesa è eterno. “Non omnis moriar” scriveva il poeta latino Orazio. Nessuno muore del tutto. Proprio perché ne parliamo, e voi ascoltate, Dino è presente fra noi. “Celeste dote è degli umani”, dice Foscolo. Finché vivrà solo uomo, vivrà l’umanità intera! Non ti dico addio, caro Dino; non ti diciamo addio, ma arrivederci.

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