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RITRATTI IN CONTROLUCE, 2006 – Se Montefortino vale la salita

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RITRATTI IN CONTROLUCE, 2006 – Se Montefortino vale la salita

RITRATTI IN CONTROLUCE, 2006 – Se Montefortino vale la salita
Aprile 08
16:59 2020

ControluceAnno XV N. 10 OTTOBRE 2006

Un ritratto che non è il tutto ma l’istantanea di un personaggio
di un momento, di una città, di un’ idea…

Non fanno il viaggio né la

lunghezza né la durata, né

le così dette meraviglie, i

capolavori che ci può

accadere di vedere.

Il viaggio è fatto in primo

luogo di se stesso. Giorgio Manganelli

(Serena Grizi) Qualche sera fa scalata dell’antico paese di Montefortino, al secolo Artena, per partecipare alla festa d’estate; nelle serate a venire, promette il programma, si andrà a dorso di mulo in cima, ci saranno le cantine aperte etc. Attacchiamo la salita e sospettosamente in paese non c’è in giro nessuno, mentre si fanno le 20.00, anche se è vero che la musica comincia alle 22.00 e quindi niente di male. Mentre si sale scorrono palazzine antiche, sassi, casette accatastate, balconi che guardano la cornice dei Monti Lepini, la salita diventa sempre più ripida e scivolosa. Passata la Porta Maggiore e procedendo verso il Palazzo Borghese cominciano sampietrini misti neri e bianchi di calcare lucidi e levigati dal tempo e dai passaggi. Nel frattempo dall’Italia siamo passati in Romania, i vaffanculo però sono rigorosamente in italiano: folate di ragazzini che muovono l’aria calda, rincorrono un pallone, che se lasciato solo cerca la soluzione della discesa infinita. Ancora cornici, più strette, e si sale, sempre gradini, di ogni forma e dimensione, cominciamo a incontrare gli anziani, il cuore del paese è vicino. Appare la chiesa di S. Croce, con la facciata in restauro. Considerato l’affanno pensiamo di chiedere una grazia (o l’estrema unzione?) e pure dove sta piazza della Resistenza (che ti viene il dubbio che si chiami così perché se arrivi la vedi con tutti gli annessi e connessi, sennò…desisti). La nostra guida è un angelo, un drappo di voile bianco le avvolge la gola, un’anziana signora di nascita artenese e ci spiega che piazza della Resistenza non nasce come una vera piazza, piuttosto uno slargo ereditato dal bombardamento delle abitazioni durante la Seconda Guerra mondiale. Non si è ricostruito sul luogo del misfatto e la via si è aperta sulla vallata così com’è ora. Ad un tratto ci dice che mancano “solo” 150 metri che però non ci spiega che sono anche di dislivello. Li percorriamo fra rocce affioranti e gabbie di uccellini, cominciano a udirsi suoni e vocio di gente, e in una visione che sa di miraggio appare un vero bar dello sport (così ‘n gima?) dove prendere un aperitivo fresco. Il bar è antico, di quelli out, veri e propri reperti sopravvissuti agli anni ’70. Alle pareti ritratti del Che e dei Nomadi con l’Augusto leader. Dal barista scopriamo che c’è una strada che raggiunge l’abitato da sopra, si parcheggia e si arriva lì scendendo un breve tratto. Ecco spiegato il mistero della gente che c’era, ma non si vedeva e che sta li fresca come una rosa, come chi non abbia mai affrontato una salita come quella…e in realtà non l’ha fatto. Piazza della Resistenza è vicina, tavoli di legno, tagliatelle ai porcini, vino fresco, i più temerari, visto il caldo, addentano la pecora cotta alla brace, un insieme di fiati comincia a suonare, alle 22.00 in punto, musiche del Duca e poi grandi standard blues. L’acustica è pessima, la pietra delle case sgonfia i suoni e li restituisce frantumati, sembra che suonino da dentro un armadio a muro, ma l’effetto sordina è rilassante…L’angelo guida ci racconta che è un balsamo vivere tra le stradine fra le quali correva da bambina, rimaste le stesse. Fino a trent’anni fa era considerato un vanto abbandonare il centro e costruirsi la casa giù, nella vallata. Poi i figli di quelli che erano scesi, hanno cominciato a risalire perché – continua, stonata appena da due bicchieri di rosso frescolino – quassù si respira aria buona, non circolano le auto (e il privilegio è grande pensiamo). Se poi c’è da trasportare qualcosa da sotto in su, c’è Memmo, basta chiamare lui che ti fa una soma (il trasporto). Questa tranquillità, la vicinanza al bosco di castagno fanno il resto. Montefortino ti fa pensare che è rimasto sempre duramente uguale o che è la durata delle generazioni umane ad essere irrisoria davanti a queste pietre.

Desideriamo talmente rivedere una vecchia zia che abita da queste parti che ne intravediamo la visione mentre alla luce arancione di un lampione fioco scompare sotto un arco, appena superata la piazza, in compagnia di altre due anziane (qui sono molte di più le donne attempate che gli uomini). L’angelo guida trova ottima la convivenza con i rumeni, non con gli albanesi che in poco tempo – a suo dire – qualche anno fa, trasformarono il paese in un angolo un po’ di malaffare. La convivenza è pacifica, ma qualche abitante, si vede dalla faccia, non condivide dei rumeni lo svezzamento di un bambino con un goccetto di birra direttamente dalla bottiglia. La discesa è semi-rovinosa anche perché si continua a scivolare. Alle prime cantine, sulla strada del ritorno, i giovani hanno organizzato una mostra fotografica sugli anziani: alcuni si sono fatti fotografare, ma con le mani nodose a nascondere il viso, all’anulare solo la vera nuziale, e li ritrovi, gli stessi, a pochi metri dalla mostra composti in un colorato quadro vivente appena c’è uno slargo dove ci può stare un barboncino nero, i bambini, un giardino lillipuziano di agapanti azzurri (un fiore così nobile accanto ai muri). Altri ragazzi hanno riattato una cantina che spaccia vino e birra a lume di candela, i visi di chi sorseggia lì vicino trascolorano di piacere, sembrano emozionati accanto alle mura poligonali. Montefortino, il suo antico spirito esotico, vale la salita per noi che lo abbiamo scalato una sera d’agosto, guardandolo come fosse la prima volta.  – Immagini web –

Qui un video pubblicato dalla rivista on-line People For Planet Magazine di ecologia edita da Jacopo Fo

Ad Artena i rifiuti si raccolgono a passo di mulo

 

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