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ROCCA DI PAPA: RIFLESSIONI SCIVOLATE NEL TEMPO… FINO ALL’ATTUALE PANDEMIA

ROCCA DI PAPA: RIFLESSIONI SCIVOLATE NEL TEMPO… FINO ALL’ATTUALE PANDEMIA
Novembre 02
17:08 2020

Occorre fare una premessa: tempo fa, leggendo alcune pagine riguardanti Rocca di Papa nell’opera di Giuseppe Tomassetti – La Via Latina nel Medioevo – 1886 – Ermanno Loescher &C° – scrissi alcuni appunti e riflessioni. Li propongo oggi, anche se il Medioevo non è argomento trattato, aggiungendo soltanto un riferimento all’attualità.

 

Siamo nel 1886 quando Giuseppe Tomassetti, autore dell’opera storico-archeologica La Campagna romana, si accinge a parlare, o meglio scrivere di Rocca di Papa, uno dei Castelli Romani situato nell’area della Via Latina che sta trattando nella sua monumentale impresa letteraria.

Afferma a pag 265 che questo luogo “…si presenta a chi sale per la via moderna come un ammasso di case poste l’una sull’altra, sull’erta del penultimo ripiano di Monte Cavo…” e immediatamente dà voce al Pontefice Pio II che nei suoi Commentarii nel 1462/63 – quattro anni dopo essere stato eletto al soglio di Pietro – la descrive quale “oppido in pendenti rupe collocato”: villaggio collocato su una pendente rupe…

Leggiamo ancora tra le pagine del Tomassetti: “ … è uno dei Comuni più elevati dei dintorni di Roma (m 700); e ha il vantaggio di un’aria purissima, essendo riparato dai venti meridionali pel Monte Cavo, e per le altre creste circondanti il sovrapposto piano o campo d’Annibale, noto cratere vulcanico spento…”; questo poco prima del 1890: sappiamo oggi che il Vulcano Laziale spento non è, ma solo quiescente, inattivo, monitorato dagli esperti – non poteva saperlo il Tomassetti – e non poteva neppure immaginare, ahinoi! che l’aria purissima purtroppo non è più una nostra preziosa risorsa, sia per le prolungate radiazioni delle tristemente note antenne che puntellano da più di un ventennio la vetta del monte Albano, sia a causa dei recenti danni ambientali causati dall’incendio della discarica della EcoX di Pomezia…

Per quanto riguarda poi il campo d’Annibale, sicuramente sia al Papa Piccolomini, sia al professor Tomassetti sfuggirebbe un’espressione incredula, non certo positivamente sottolineata da un subitaneo commento; pare quasi di sentirli: ma che diavolo avete combinato??!! I verdi campi, dolci pendii un tempo riserva di neve e luogo d’industria con i pozzi nei quali essa in inverno veniva ammassata e poi venduta a Roma; quegli spazi nei quali i soldati papalini facevano le loro esercitazioni militari e dove Pio IX celebrò messa come documentano numerose foto d’epoca; quei campi, luogo di scampagnate e passeggiate vicino a fonti d’acqua pura e freschissima come quella del Pantanello, situata sul dirupo di Pentima Stalla, presso il quale George Sand si recò in somarata con i suoi accompagnatori, ammirando in lontananza un incredibile panorama all’orizzonte; tutto questo non è più nel colpo d’occhio quando si arriva ai Campi d’Annibale: case, edifici, strade, villette, abitazioni, piazzette… una colata di cemento che ha cancellato per sempre qualcosa che Rocca di Papa aveva ricevuto gratuitamente dalla natura. La bellezza.

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Tornando a George Sand: mentre cercavo documentazioni sulla famosa scrittrice, mi sono imbattuta in La Daniella, romanzo del 1856, nel quale viene citata Rocca di Papa. Scorrevole e pratica la traduzione che Carlo Guarinoni ha pubblicato sul sito web de L’Alveare. La nostra scrittrice così descrive nel romanzo, Rocca di Papa e i suoi abitanti: “ Rocca di Papa è un cono vulcanico coperto di case ammucchiate le une sulle altre che culmina in una vecchia fortezza diroccata. Le cantine delle abitazioni si appoggiano ai granai delle altre: le case si susseguono lungo il pendio senza interruzione; il minimo soffio di vento fa piovere tegole e scricchiolare sostegni. Le vie, quasi verticali, diventano scale che, a loro volta, finiscono nei blocchi di lava che sostengono una scarpata difficile da affrontare ed è affiancata da un vecchio albero, pendente sull’abitato come un vessillo sulla punta di un campanile. Tutto è vecchio, crepato, sconnesso e nero come la lava da cui è uscito questo ricettacolo di miseria e sporcizia […] l’aria è viziata dal lerciume delle abitazioni. Donne, bambini, vecchi, maiali e galline razzolano confusamente fra i liquami. Tutto ciò compone dei gruppi davvero pittoreschi e spesso quei poveri bimbi, nudi al vento e al sole, sono belli come Amori, ma il cuore si stringe lo stesso. D’altronde, credo che non mi abituerò mai a vederli correre sull’orlo di quei precipizi. L’incuria delle madri, che lasciano i loro piccoli di un anno appena camminare e muoversi come possono su quelle spaventose scarpate è qualcosa di inaudito e mi è parsa orribile…”

Mi sono fermata all’essenziale, molto altro dice la scrittrice francese, per esempio che si viveva nell’abbondanza in quelle casupole miserevoli e sudicie, nelle quali s’ammassavano riserve di legumi, prodotti della terra e frutti del bosco. Nutro qualche perplessità sull’eccedenza alimentare: vi erano, a quei tempi, famiglie numerose; tutti lavoravano nei boschi e nei campi sin dalla più tenera età e l’analfabetismo era condizione comune, così come un certo fatalismo nella vita quotidiana. Le figlie più grandi badavano ai più piccoli e spesso la madre, indaffarata com’era, lasciava molto correre sulle più elementari norme di sicurezza e di igiene. Capitavano spesso incidenti domestici e anche disgrazie all’aperto, come la morte di piccoli lasciati incustoditi e precipitati in voragini e burroni. Il fatalismo e, spesso anche l’ignoranza, aiutavano a sopravvivere… o a soccombere con leggerezza, dipende dal punto di vista.

Riflettevo che queste stesse condizioni di vita si ritrovavano, ancora negli anni di quello che può essere definito il boom economico italiano, 1950 / ’60 in alcune zone arretrate del Sud d’Italia. Nessuno scandalo, nessuna meraviglia. se in un borgo dell’Ottocento queste realtà erano la quotidianità, purtroppo.

La descrizione del villaggio dal punto di vista della Sand, poco si discosta dall’attuale conformazione del nostro centro storico: casupole attaccate le une alle altre, viuzze che s’intrufolano tra un vicolo e l’altro con archetti e scalette.   A proposito di scalette, nel vecchio Quartiere Bavarese sono purtroppo state eliminate, per dar modo alle automobili di percorrere antiche viuzze destinate agli asinelli e ai muli: quando è stato fatto ciò, si guardava al progresso alla comodità, senza pensare al valore storico e affettivo di quegli scalini sui quali salivano i nostri antenati. Abbastanza recentemente si è pensato anche di togliere gli antichi sampietrini, sostituendoli dapprima con porfido che nulla ci azzecca con il basalto e successivamente con ordinari sampietrini molto diversi dai serci di dura pietra lavica con una lunga radice che penetra nel terreno , sicuramente più stabili di quelli attuali. Il borgo ha mantenuto solo in apparenza la fisionomia del passato: molto più pulito, non vi sono stallette e fienili con gli odori organici degli animali, molti sono diventati garage o scantinati; in tante abitazioni le stufe e i caminetti sono stati sostituiti con i termosifoni. Talvolta i fiori alle finestre e sulle loggette invitano a passeggiare tra le viuzze del centro, ma molte case ora sono disabitate; quelle che ancora hanno tendine colorate e zerbini sui pianerottoli, hanno sul campanello targhette con cognomi stranieri: ben vengano, non dimentichiamo che una parte di noi ha origini anche bavaresi… Avremo modo di riparlarne in altra occasione.

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“Lassù vivono 3304 abitanti, dediti alle industrie possibili in un paese boscoso, e in genere non molto beati del magnifico orizzonte che sta innanzi ai loro sguardi, e che desta l’entusiasmo di chi visita il loro paese…” continua il Tomassetti: alla fine dell’Ottocento non arrivavano a quattromila gli abitanti della nostra Rocca, oggi abbiamo di poco superato i 17 000. Il paese da qualche anno è diventato città, molti i cambiamenti nel tempo. I boschi e le campagne, gli orti e le vigne, i prati che circondavano questo luogo si sono urbanizzati e il cemento ha ricoperto il verde. L’economia è cambiata già negli anni ’60 del secolo scorso con il boom economico e la grande voglia di modernità che ha fatto abbandonare numerose utensilerie domestiche, in primis la bella conca di rame con la quale le donne andavano alla fontana a prendere acqua. I panni non si lavano più a mano ai lavatoi, le carrozzelle e i vetturali sono scomparsi con l’avvento dapprima della funicolare, poi con i pullman della Stefer e della Zeppieri. Molti hanno abbandonato il lavoro nei boschi, il piccolo artigianato: per molto tempo ha resistito il commercio, ora anche quello ha lasciato posto ai supermercati in periferia del territorio urbano dove le case sono arrivate al confine con i paesi limitrofi. Sempre intorno agli anni ’60, la realizzazione di via delle Barozze e di via Roma hanno fatto sì che questa nostra realtà cittadina potesse essere tranquillamente bypassata: il turismo, florido e fiorente fino ai primi anni ’70 ha visto gradualmente l’abbandono della nostra bella Rocca di Papa. Falliti i tentativi di fornirla di un Istituto superiore, la politica miope e stanca ha consentito che il degrado avanzasse nel tempo, che le antenne fiorissero sul monte Albano, che la funicolare elettrica venisse abbandonata, che storici edifici come il Grand Hotel, prima costruzione in cemento armato costruita in Italia venisse abbattuto, così pure il ristorante hotel su Monte Cavo che vantava ospiti illustri e una storia di tutto rispetto, a cominciare dall’antico tempio di Giove Laziale, sorto su interessanti luoghi di culto preesistenti, poi eremo e convento: ora è puntellato di antenne e ripetitori, pur se proprio in questi giorni pare essersi sbloccata la sentenza che ne ordina la rimozione. Staremo a vedere …

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Quando scrissi tempo fa queste riflessioni mai avrei immaginato che la situazione potesse peggiorare ancora, come invece è stato: intanto la disgrazia che ha coinvolto il sindaco Emanuele Crestini e il consigliere delegato Vincenzo Eleuteri, vittime dell’esplosione dovuta a una fuga di gas ha interrotto ogni tentativo di ripresa che pian piano si stava avviando, tra mille difficoltà. A questo ha fatto seguito il coraggioso tentativo di reagire sia da parte dei commercianti, degli operatori culturali, di associazioni cittadine, cercando di fronteggiare pesanti ripercussioni sull’economia e il commercio, con il centro storico ferito, dilaniato, ormai vuoto, abbandonato, con negozi chiusi… purtroppo grandi sforzi che non hanno raggiunto i risultati sperati.

Tutto questo dovuto anche a pastoie burocratiche al di sopra delle responsabilità comunali, a procedure giuridiche che avrebbero dovuto tener conto che un’intera cittadina era immobilizzata in istruttorie legali, a una mancata agevolazione, affinché si potessero ottenere e utilizzare fondi assegnati a Rocca di Papa per la ricostruzione.

La pandemia del Coronavirus ha definitivamente staccato la spina a ogni speranza, tra contagi e quarantena, bloccando ogni piccolo barlume di ripresa, creando una situazione di emergenza sanitaria, politica, economica dilagante a livello mondiale.

La storia insegna che a gravi periodi di emergenza fanno seguito riprese: tutti dobbiamo tener duro, non dobbiamo arrenderci e occorre impegnarci per fare in modo che le Istituzioni, la politica, la cultura, la scuola, le associazioni di ogni tipo, insieme a ogni cittadino lavorino uniti.

Il bene comune deve essere l’obiettivo di tutti.

 

Rita Gatta

Riferimenti bibliografici: G. Tomassetti – La Via Latina nel Medioevo 1886 – ERMANNO LOESCHER &C°

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