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Giugno 20
22:14 2020

Mi capitava da bambina e poi da adolescente d’incontrare quella giovane donna bionda alta e slanciata che solitaria passeggiava lungo le vie di Rocca di Papa, in Via Ferri, particolarmente. Fu papà a dirmi il suo nome, accennando brevemente anche alla sua storia.

Rola: avevo quasi relegato nell’oblio quella figura, sempre sola e taciturna e ieri, leggendo il libro di Luciana Balducci, semplice, scorrevole e veloce – Rola un estraneo, il mio corpo – m’è sembrato di tornare indietro nel tempo, anni ‘60/’70 del secolo scorso.

Già nelle immagini di copertina che la ritraggono soldato in divisa e bionda signorina, si percepisce la dolcezza, ma anche la velata malinconia nello sguardo. Una delle prime persone che nella nostra Italia post bellica ha voluto affrontare il problema di essere nata in un corpo che non sentiva suo, il coraggio d’intraprendere una lotta non facile in un’Italia bigotta e incline al pregiudizio. L’autrice ha voluto e saputo ben ricostruire, in un libro narrato in prima persona dalla stessa protagonista, il lungo travaglio prima di decidere della sua vita e del suo destino. Spicca la figura materna di Rolando –  poi Rola – Maria che, pur disorientata, si schiera con il figlio altera e fiera, tra i curiosi del paese. Persone, comunque, che pur sconcertate – i tempi non erano maturi – non mostrano mai, pur nella curiosità, distacco e distanza.

Ma a Rola questo non basta e, dopo la sofferta iniziativa di evirarsi, salvata e resa donna, combatte per avere un nome, sognando una vita fatta di normalità e accettazione.

Vive in un limbo – la protagonista – cercando di essere invisibile, di non apparire, lavorando con i bambini del collegio delle suore di Santa Teresa Tauscher – ‘e Monache tedesche – piccoli scolari in difficoltà, orfani o abbandonati, ripiegando così il suo desiderio di essere maestra, mai realizzato: non era consentito a persone nella sua condizione poter partecipare ai concorsi o lavorare negli Istituti privati. Duro estirpare il pregiudizio! Eppure molti i bambini che lei ha aiutato a studiare la ricordano con affetto e riconoscenza e il fatto che i cittadini di Rocca di Papa a lei affidassero i loro figli, la dice lunga sulla silenziosa accettazione e sull’invisibile solidarietà.

Si prova pietà e commozione leggendo questo libro che l’autrice ha realizzato facendo ricerche sui giornali d’epoca, raccogliendo testimonianze e con l’aiuto di alcuni nostri concittadini, tutti citati e ringraziati nel libro. Tra questi, Franco Carfagna e A. Maria Fazi che ha voluto donarle dei versi poetici.

Pubblicata da Amazon Italia, rivive Rola tra le pagine di quest’opera: la si sente respirare affannosamente, quietarsi, fibrillare di speranza, spegnersi nella delusione e nella solitudine.

Raccoglie il libro nella parte conclusiva, una testimonianza di questi giorni, collegando l’esperienza di un giovane uomo che sorge dalle macerie del suo corpo femminile: un filo conduttore lo unisce alla protagonista, nella determinazione di liberar se stesso; ora Edoardo si racconta nel profondo, consapevole della fortuna di nascere in un’epoca storica certamente più preparata ad accettare conflitti interiori che spingono un’anima a cercare un altro corpo.

Era maestra Rola, si diceva, un’insegnante che ha lasciato nei bambini ai quali faceva doposcuola o ripetizioni, un ricordo dolcissimo di sé, quello stesso che ci accompagna chiudendo il libro che, pur giunto al termine, non lascia alcun distacco dalla protagonista, avvolta in un’invisibile trama d’affetto e compassione che ci accomuna tutti.

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