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Roma è Roma, intervista ad Antonio Debenedetti

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Roma è Roma, intervista ad Antonio Debenedetti

Roma è Roma, intervista ad Antonio Debenedetti
Luglio 24
22:00 2013

Antonio Debenedetti Possiamo ricostruire la mappa dei suoi luoghi romani?
Sono nato a Torino, ma sono stato concepito a Roma: nella pensione “Villa Borghese”, che affacciava su Via Pinciana, di fronte al Museo Borghese, vicino a dove è nato Moravia. Fu proprio Moravia a consigliare a mio padre quella pensione, intorno alla metà degli anni trenta. I miei, infatti, si stabilirono a Roma nell’autunno del ’36. Dopo alcuni soggiorni da solo, mio padre decise di trasferirsi nella Capitale con la famiglia, composta da mia madre e da mia sorella Elisa. Aveva bisogno di lavorare e il cinema, il giornalismo gli offrivano delle occasioni convenienti.

Lavorò così con Rudolf Arnheim a un’enciclopedia del cinema mai giunta a conclusione. A Roma, in dicembre, mio padre fu tra i fondatori del settimanale “Meridiano di Roma”, diretto da Pietro Maria Bardi. Il primo numero conteneva una sua nota dal titolo Critica: fare il punto. Tenne una rubrica di “Cronache letterarie”, fino all’agosto dell’anno successivo: molti di quegli articoli sono stati raccolti nella “Verticale del ’37” adesso leggibile nella seconda serie dei “Saggi critici”. Il 12 giugno del 1937 nacqui io, a Torino. Dopo un po’ di giorni venni portato a Lèvanto, in Liguria, nel paesaggio già delle Cinque terre. In autunno ci trasferimmo definitivamente a Roma, in Via di S. Anselmo, n. 32 (poi 46), tra i giardini e la quiete dell’Aventino. Lì abitammo fin quando, nel settembre del ’43, in piena guerra, la situazione si fece insostenibile. Trascorremmo un breve periodo all’Hotel “Boston”, presso Porta Pinciana. Poi Pietro Pancrazi ci invitò a trasferirci a Cortona, dove saremmo stati certamente più al sicuro. Il giorno della partenza, lungo una Via Veneto completamente deserta, incontrammo per caso Moravia e la Morante, in procinto di rifugiarsi a Fondi, in Ciociaria. In Toscana restammo fino all’estate del ’44.
Torniamo al “suo” Aventino.
Era una zona molto tranquilla. Occupavamo un appartamento in un condominio, il primo che si incontrava venendo da Piazza Albania. Alcune delle nostre finestre affacciavano su un grande prato. Laggiù, in fondo, si scorgeva Testaccio, il Monte dei Cocci e, più lontano, il Gazometro. In seguito quel grande prato, preso d’assalto dalla speculazione edilizia, sarebbe stato ricoperto di cemento, di costruzioni borghesi, anonime. Quando l’abitavamo noi quella casa, all’Aventino, era un luogo bellissimo. Dalla cucina – ma anche dalla stanza dove aveva scelto di dormire Saba durante il suo soggiorno a casa nostra – si vedeva un tratto delle mura di Servio Tullio. In questa casa ho vissuto la mia infanzia. Pensi che ricordo ancora il telefono: 583939. Che dire di quegli anni? Una febbre ostinata, durata mesi, mi costrinse a una lunga convalescenza, concedendomi il privilegio di studiare privatamente con Giorgio Caproni. Più tardi, completamente ristabilitomi, giravo ogni pomeriggio intorno a uno spezzone di mura tulliane e raggiungevo un giardino che noi, il mio amico Giovanni Ferri e altri che non ricordo, chiamavamo “giardino quadrato”. Lì disputavamo delle scalcinate, appassionanti partite di calcio.
Le piaceva lo sport?
Assolutamente. Sia vederlo sia praticarlo. Mi piaceva correre. La mattina, durante le vacanze, facevo di corsa, da solo, il percorso da Latte e Ventimiglia. Quattro chilometri circa. Un cronista locale, Angelo Maccari, mi paragonò ironicamente all’allora popolarissimo corridore olimpionico Zatopec. Ero allenato, facevo anche nuoto. Amavo molto lo sport, tanto da non avvertire le magagne d’un fisico “gracilino”. Ogni domenica andavo allo stadio, con Giovanni e Tonino Lupi (il portinaio dello stabile dove abitavo). Io ero laziale, Giovanni romanista. Era la Roma di Risorti, Contin, Andreoli, Dell’Innocenti, Maestrelli, Tontodonati, Pesaola… Nella Lazio c’erano i fratelli Sentimenti, c’erano Penzo e Flamini. Sentimenti IV era un gran portiere. Mi ricordo quel suo camminare come un leone in gabbia lungo la linea di porta. Il grande campione che più di tutti ci piaceva andare a vedere era Benito Lorenzi, detto “Veleno”. Giocava con l’Inter. Mi ricordo anche quel centromediano turco della Lazio, Sükrü: era una montagna in mezzo al campo, metteva paura soltanto a vederlo. La prima partita che vidi fu un Lazio-Triestina. E c’era quel famoso giocatore della Triestina, Colaussi. Ma a un certo punto non me ne importò più niente del calcio: né giocarlo né vederlo giocare. Cominciai a guardare le ragazze, a innamorarmi anche dell’idea di essere innamorato.
E il ciclismo? Coppi o Bartali?
Ero tifoso di Coppi, lo trovavo più simpatico. La sera sentivo la trasmissione radiofonica “Giro in giro”. Ricordo ancora la canzoncina che apriva la trasmissione: “Giro in giro / mentre tutto tace / voi sognate in pace / d’esser tutti vincitori”. Il ciclismo era più romantico e leggendario del calcio. Penso a ciclisti come Lorenzo Magni, che fece una tappa dolomitica col polso rotto. C’era poi il francese Jean Robic, detto “testina di vetro” che, in seguito a un incidente, correva sempre indossando un casco. Il primo straniero a vincere il Giro d’Italia fu Koblet, lo svizzero bellissimo di cui tutte le ragazze erano innamorate. Il ciclismo a quei tempi era una cosa seria. Lo seguivano inviati di prim’ordine. Uno scrisse questa frase memorabile: “E cadde zigzagando tronato”.
C’è un commento della settimana Incom, scritto da mio padre, in cui si descrive l’epica vittoria di Coppi, ai danni di Bartali, sul Falsarego. Coppi era un campione straordinario: esile, il naso lungo di falco e i polmoni come due mantici. Un fatto incredibile e triste fu quando, in seguito a una caduta lungo la Passeggiata Archeologica, morì a Roma Serse Coppi, fratello e gregario di Fausto. I gregari erano eroici, con i tubolari incrociati sulle spalle. Le Bianchi erano azzurre e le Legnano verdi. Amavamo molto il ciclismo, ma anche quella passione mi svanì all’improvviso. Al posto dello sport presi gusto per il teatro.
Proseguiamo nei suoi tracciati romani.
L’Aventino l’ho amato molto. Le dirò che, se potessi, tornerei a viverci. Il Centro storico dove sto adesso ha e dà un senso “sacro” dell’antico, ma c’è anche all’Aventino, anzi: lì è ancora più misterioso e affascinante. Mi infastidisce, però, che sia diventato un ghetto dei ricchi: le case costano tantissimo. C’è una via, all’Aventino, che amo in particolare: Via Terme Deciane, che sbocca dove c’è il grande monumento a Giuseppe Mazzini. Da quelle parti abitava Giuseppe Capogrossi. E sotto, scendendo per la strada che porta alla Passeggiata Archeologica, abitava Corrado Cagli. Quella è una zona bellissima.
Mi parla delle luci di Roma?
La luce più bella di Roma – qualche volta esco apposta per andarla a vedere – è quella che da Ponte Garibaldi, servendosi dell’Isola Tiberina come “mirino” e affacciandosi poi in modo da fare del Tevere una pista dello sguardo, splende al tramonto sull’Aventino; e viene assorbita dietro, dal verde del Gianicolo e dalle vecchie pietre di Trastevere fino alla Lungara. Dall’altra parte c’è quel brutto monumento, però antico e sacro, che è la Sinagoga, e Monte Savello, e il Teatro Marcello, che si “sente” anche se non si vede: in quella piazza facevano le esecuzioni capitali. Lì Dickens va a vedere la morte di un condannato e si impressiona perché i romani fanno merenda davanti al boia. Ma quel momento, l’Isola Tiberina, i colori! Ha ragione Pasolini quando inventa un colore che c’è e non c’è, il verde-azzurro. In cielo vedi proprio questa fusione di verde e azzurro, poi il blu e l’arancione: diventa di una bellezza insuperabile. Il racconto eponimo che apre il mio libro “E fu settembre” è nato, sì, perché vidi la pagina de “Il Messaggero” dove si diceva “da oggi gli ebrei non possono più…”; ma anche perché realizzai, con brutale, irrefutabile dolore che, chiusa la mia vita, non vedrò mai più Roma: ed è una delle cose che mi dispiacciono di più dell’idea di morire. Perché in certi momenti Roma è bellissima.
Non dappertutto…
No. Ma le città, anche una città come Roma, vanno amate a pelle di leopardo. Non si può amare tutto. A me, ad esempio, non piacciono i Parioli, e neppure il Flaminio. Ma mi piace uscire da Roma per la Cassia. La bellezza di Roma affoga in certe periferie, come quella a sud, o in zone come la Tiburtina e lo snodo ferroviario di S. Lorenzo, con quei binari che s’intrecciano, quelle case giallognole. Una zona per me incantevole è, invece, il quartiere Appio-Latino intorno a Porta S. Giovanni: passate le mura, certe strade come Via Gallia o Via Taranto, verso Piazza Re di Roma. Lì non c’è una bellezza archeologica, ma c’è un “suono” particolare, che mi mette a mio agio. Allo stesso modo, mi sento bene a Via Cola di Rienzo. Però, l’Aventino su tutto. Anche perché, poi, da lì si “sente” il mare. Lì ci sono delle luci marine, come in altre zone di Roma.
Per chi scrive, le luci sono importanti?
Importantissime. Come per i pittori. Mentre si scrive si hanno molto presenti il paesaggio e la luce: non si può mettere il personaggio fuori dal paesaggio e dalla luce. Non sarebbe più vero: sarebbe solo una costruzione mentale. Per scrivere una storia che abbia un capo e una coda, i personaggi devono avere un paesaggio e un colore intorno, un’atmosfera: devono respirare un’aria. Lo scrittore deve sentire l’odore delle cose che descrive. Non credo nei romanzi “esotici”, in chi scrive di ciò che non ha visto e non conosce. È il limite del povero Salgari. Uno scrittore è fatto delle cose che vede e che sente: guai se non hanno una radice reale, fatta di colori, di suoni, di odori. A questa radice deve agganciarsi per farne poesia. Il realismo di uno scrittore sta nel nutrire di autenticità la sua immaginazione. Questa deve attingere a qualcosa di corposo, di sperimentato, che esiste. È così che Balzac ci fa sentire Parigi. Roma, da questo punto di vista, è una città così magica e complessa che può fare brutti scherzi; è più facile muoversi a Milano. Roma ha questi continui mutamenti: tra la Roma di Testaccio, la Roma di S. Giovanni e la Roma del quartiere Trieste non c’è nulla di comune, neanche i cieli. Sono tante città diverse nella stessa. La più bella è, secondo me, quella che parte da Fontana di Trevi e comprende piazza S. Apostoli, Via Petroselli, l’Aventino, il Circo Massimo, la Passeggiata Archeologica… Quelle piccole strade intorno al Colosseo (ad esempio Via dei Santi Quattro) sono incantevoli. L’Eur invece è brutto, che ci posso fare? Forse ci sono anche delle belle strade, ma non m’interessa. Altra zona stupenda di Roma è Monteverde vecchio, la salita, Viale Glorioso. Ogni quartiere è legato a una storia. La storia autentica dell’Aventino è legata alla storia delle sue chiese, Santa Prisca, S. Anselmo, il buco dei Cavalieri di Malta… Insomma: se non l’avvelenassero col traffico maledetto, di Roma potremmo dire che niente al mondo è più bello. Dicono Venezia. Sì, Venezia certe volte la notte è molto suggestiva (d’Annunzio, d’altra parte, lo ha capito bene) ma è diversa; e così pure Parigi e Vienna, che hanno dal canto loro un fascino straordinario. Roma è Roma.
L'Aventino visto dal giardino degli aranciQuando lasciò l’Aventino?
All’età di diciassette anni, dopo l’anno passato a Torino (frequentando svogliatamente il prestigioso liceo D’Azeglio e spendendo parecchi pomeriggi al cineteatro “Ideal”). Ci trasferimmo in un attico che mio padre e mia madre avevano acquistato a Via del Governo Vecchio (la casa affacciava su Piazza Pasquino), dove ancora vive mia sorella Elisa. Dalla mia stanza si vedeva il Gianicolo. Anche lì era una zona molto bella: ma l’ho amata meno dell’Aventino, non mi ci sono così tanto affezionato. Qualche anno più tardi, nel 1961, andai a vivere da solo, in Piazza di Tor Sanguigna, nei pressi di Piazza Navona. Mi piacque molto Via dell’Anima, dove sono andato ad abitare dopo sposato, in una vecchia casa un po’ disagiata, all’inizio senza riscaldamento e senza telefono, dislocata su due piani; ma dal salotto si vedeva la Cupola della Pace e dallo studio dove lavoravo la Chiesa Nuova, e poi, da un’altra finestra, la Cupola di S. Agnese… Eravamo più in alto delle altre case intorno, e c’era una pianura di tetti dai colori strani e cangianti, come la pelle degli animali mimetici. Poi, nel 1987, sono venuto a stare in questa casa di Largo Pietro di Brazzà, oggi stipata di libri in ogni dove.
Mi parlava prima di un cineteatro torinese. E i cinema di Roma?
Sono stati importantissimi per me. A un certo punto della mia vita i romanzi di avventura li ho sostituiti con i film. Non ho mai smesso di amare la lettura in modo infantile e adolescente, la “favola”; ma poi è venuto il cinema, ed è stato amore a prima vista. Solo ora comincio ad annoiarmi con i film, mi spazientisco se non mi prendono. Una volta invece no: vedevo tutto. Andavo al cinema cinque volte a settimana! Frequentavo i piccoli cinema di terza visione, i cosiddetti “pidocchietti”. Me li ricordo tutti: l'”Alba” e il “Rubino” a San Saba, il “Tirreno” dopo la Piramide Cestia, il “Vittoria” a S. Maria Liberatrice, il “Nuovo” e l'”Induno” vicino a Porta Portese… Il biglietto costava 80 lire. Avevo una passione divorante. La mia educazione culturale si è fondata sulle storie, sul racconto, non sui saggi o sulle poesie. Anche per questo, forse, ho scelto la strada del narratore. Fellini lo fa vedere benissimo, in “Roma”, ciò che accadeva in quel tipo di cinema, dove i pupi facevano pipì tra le sedie – erano le madri stesse ad aprir loro i calzoni. Le file delle sedie, quando si sedeva uno grosso, dondolavano perché erano mezze staccate (i ragazzetti le scardinavano a furia di calci, scappellotti e goliardiche scazzottate). Le sedie erano di legno compensato senza copertura, tutte malandate e incise di scritte. I film, in bianco e nero, avevano la pellicola un po’ tremolante e il sonoro pessimo. Fino agli anni ’48-’49 mancava la luce: ogni tanto c’erano delle pause di mezz’ora in cui si stava lì con le luci di sicurezza. Si poteva fumare: quindi le sale diventavano, inesorabilmente, delle ciminiere. Le maschere giravano al buio con le torce. Ogni tanto si sentiva l’esclamazione “e sta’ bbono, maschio”. Erano luoghi incredibili. I cinema sono stati la mia vera università: lì ho appreso un’infinità di cose. Si impara a leggere al cinema e nei romanzi, quello è il modo di studiare la vita: tutto il resto è accademia.

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