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ROMOLO D’AMICO SORVEGLIANTE DU GUARDIANO’

ROMOLO D’AMICO SORVEGLIANTE DU GUARDIANO’
Agosto 26
16:54 2022

Tutto parte da una foto che ritrae una bella famiglia: mamma Gina, papà Romolo e i figli Roberto, Maria, Luciana, Vittorio, Marisa e Armida. Sono biondi, sorridenti, più serio il papà che guarda altrove: ha la corporatura massiccia e una divisa da guardiaboschi. La foto pare tratta da un fermo immagine della serie La casa nella prateria; in realtà il gruppo familiare era stato immortalato dal professor Alfredo Gabbarini, cugino della mamma, educatore dell’Oratorio Salesiano di Genzano;  frequentemente egli portava i suoi alunni al Guardianone – località di Rocca di Papa poco distante dall’inizio della Via Sacra che sale verso Monte Cavo  dalla Via dei Laghi e,  in linea d’aria andando  verso Nemi, non molto lontano da Fontan Tempesta -; andavano in quella zona per una passeggiata e in una di queste occasioni ebbe modo di scattare la  fotografia.

Un’altra foto invece ritrae Maria, Luciana e, al centro, vestito come una bimba, il piccolo Vittorio seduti sulle scale di un casolare al limitare dei boschi ai piedi di Monte Cavo, sempre al Guardianone: questa seconda istantanea era stata  scattata dalla moglie di un comandante tedesco.   Da lì a poco sarebbe terminata la seconda guerra mondiale; nel frattempo, poco vicino l’abitazione dei D’Amico erano di stanza i tedeschi e con loro s’era creata una familiarità che andava oltre le divise e la nazionalità. Quel comandante aveva un locale a metà delle scale del casale nel quale conservava i documenti militari. Questa seconda immagine venne inviata tempo dopo dalla donna che l’aveva scattata e i fratellini D’Amico immortalati vennero a sapere che in Germania, l’immagine era stata scelta come copertina di alcuni quaderni di scuola.

Tornando alla famiglia D’Amico, di origine genzanese papà Romolo nato il 12 aprile del 1906 e mamma Gina cinque anni di meno, si erano sposati nell’aprile del 1931.

Quest’ultima era la primogenita di otto fratelli: la mamma Zeffirina era morta di parto insieme al nono figlio e Gina aveva preso il suo posto nella conduzione domestica e nella crescita di tutti i fratelli, anche di quelli del successivo matrimonio del padre Armando, rimasto vedovo per una seconda volta.

Luciana racconta che da ragazza la povera Gina era stata rinchiusa in un collegio degli orfani a Roma,  perché in famiglia non approvavano la sua scelta di maritarsi con Romolo: là, raccontava, le insegnarono a ricamare preziose stoffe con il filo d’oro. Romolo tuttavia era un innamorato tenace e riuscì ad andare a trovarla una volta vestito da frate, un’altra volta da carabiniere. Grande il disappunto del padre di Gina,  Armando,  che avvertito dalle suore delle visite dei congiunti in divisa o col saio sbottava:

  • Pure stavota m’ha fregatu!

Poterono sposarsi a Velletri, Romolo e Gina, solo quando la ragazza diventò maggiorenne: un matrimonio veloce, semplice, ma si rifecero, racconta la figlia Luciana per il 25°, organizzando una bellissima festa per le nozze d’argento.

Assunto come guardiaboschi dal conte Armenise, Romolo e la sua famiglia dapprima vissero a Vivaro, poi in Toscana a Montorio di Sorano, infine  nella tenuta Armenise al Guardianone; a Montorio, Luciana ricorda vicino alla loro abitazione, una piccola cappellina sotto la quale c’era un ossario e loro bambini, da una parte erano curiosi e affascinati, dall’altra se la davano a gambe levate per la paura!

Come tutti, o quasi nel Ventennio, Romolo era ligio al regime mussoliniano e aveva un alto senso del dovere: fu uno dei pochi che continuò ad ammettere le sue idee politiche, una volta caduto il fascismo,  guadagnandosi comunque la stima e il rispetto dei soldati americani che, dandogli la mano, apprezzarono l’integrità dei suoi ideali politici, nonostante fosse ormai diventato scomodo e difficile restare ancorati a quel regime che aveva trascinato l’Italia in guerra.

Al Guardianone,  con la famiglia di Romolo viveva anche   suo fratello con la famiglia. Era il terzogenito, nato dopo la morte del padre caduto al fronte durante la prima guerra mondiale: non aveva potuto avere il cognome del genitore, secondo la legge dell’epoca che non ammetteva agli orfani di padre, nati dopo il decesso del genitore di assumere il cognome paterno: così il piccolo venne registrato con il cognome della mamma, Simmi, Emilio Simmi: all’epoca della seconda guerra era un marinaio di trentatrè anni ed era da poco tornato in licenza. Non volle ripartire: viveva con la moglie Elena, forlivese detta La Romagnola,  e i figli insieme alla famiglia di Romolo: di notte si rifugiavano sotto il ponticello che passa sotto la Via dei Laghi e,  quando gli aerei sorvolavano sulle loro teste, lui cantava per non  far sentire ai bambini il rombo degli aeroplani: Quant’è bello far l’amore quando è sera…

Insieme alle famiglie di Romolo ed Emilio viveva anche la nonna paterna Emilia, detta Pepetta. Questo buffo soprannome ha una sua storia:  il padre di Emilia da bambino era scivolato in un dirupo ma, grazie al grembiulino che allora portavano sia i maschietti che le femminucce,  non si era fatto nulla, perché allargandosi,  aveva attutito la caduta. Siccome questo futuro papà era un vero diavoletto, gli adulti lo riprendevano dicendogli: “ Che tiè ‘n corpu, ‘n pepe? “  e da qui la nascita del soprannome Pepetto, che la figlia aveva ereditato in versione femminile.

Nonostante si trovassero nel rifugio del ponte sotto la Via dei Laghi, Emilio morì colpito da una scheggia durante i bombardamenti del 14 febbraio: Luciana ricorda quando venne portato via dai vicini che condividevano il rifugio,  disteso su una scala di legno. E’ sepolto nel cimitero di Genzano.

In quell’occasione venne ferito al volto anche Romolo e quella scheggia  impazzita gli fece cadere tutti denti dell’arcata superiore- Venne soccorso dai tedeschi che lo accompagnarono  in ospedale a Velletri dove venne curato.

Già da giovane s’era ferito mentre svolgeva il suo lavoro come sorvegliante delle vigne: cadendo, infatti, era partito un colpo di pistola e si era  conficcata nel polmone. Là rimase per tutta la vita, finché, avanti negli anni una tosse troppo insistente, riferiscono i familiari, fece sì che quel corpo estraneo si muovesse e danneggiasse l’organo, portandolo poi alla morte nel 1975, dopo la meritata pensione con sua moglie Gina, mancata a 93 anni nel 2004.

Era stato un uomo tutto di un pezzo, Romolo, ligio al dovere: non accettava compromessi, né permetteva omaggi che potessero presupporre la richiesta velata di fargli chiudere un occhio su procedure che avrebbero danneggiato il bosco.

Tornando di nuovo indietro nel tempo, com’era il rapporto della famiglia D’Amico con i tedeschi del Comando vicino? Vivevano rispettando reciprocamente una familiare distanza,  ricordando sempre che si era in guerra e che loro erano soldati: quando nel 1944 venne alla luce la sorella di Luciana, Marisa la quinta figlia,  i tedeschi andarono a prelevare l’ostetrica a Genzano, chiedendo tra gli sfollati dove fosse la  specialista bambina; durante il parto Luciana e i suoi fratelli erano in cucina con i tedeschi incaricati di preparare i pasti per i soldati al fronte: si chiamavano Billy e Walter, giocavano con loro raccomandandosi di non fare troppa confusione per non disturbare la mamma che stava partorendo.  Nata a febbraio, Marisa venne registrata all’anagrafe a maggio e nella chiesa di Rocca Priora, e ce ne volle di bello e di buono per convincere il sacerdote a battezzarla, recalcitrante per il troppo tempo trascorso dalla nascita.

Durante gli ultimi giorni del conflitto mondiale, un soldato tedesco ferito in battaglia morì dissanguato lasciando una lettera indirizzata alla madre. Giunti gli Alleati,  un soldato italo americano invitò una zia di Luciana – sorella di mamma Gina, la zia Pudenziana – a spedire quella lettera.

Qualche tempo dopo dalla Germania la mamma del soldato rispose con una commovente missiva,  tradotta poi dalle suore tedesche di Genzano – ringraziando i familiari di Luciana per il bel  gesto. Il povero soldato riposa per sempre nel cimitero a Viterbo. Gesti, ricordi, considerazioni che commuovono e sempre più confermano l’inutile crudeltà della guerra.

Continua Luciana, nata nel 1938 mentre  il padre  combatteva in Africa,  che Tito Fei, autorevole concittadino di Rocca di Papa, all’indomani della sconfitta e della caduta del fascismo lo aveva avvertito e invitato alla prudenza, evitando di confermare la vecchia fede politica: lui aveva risposto che si sarebbe difeso, in caso di rappresaglie.  Infatti, dopo la guerra, a Genzano i comunisti lo avevano arrestato con l’accusa  di essere un collaborazionista: durante il processo a Velletri,  un ragazzo era stato convinto a mentire e a confermare l’accusa.  Era proprio lo stesso giovane che da Romolo, nei pressi del Guardianone, era stato salvato dalla fucilazione da parte dei tedeschi: spingendolo e facendolo cadere a terra, l’uomo li aveva convinti che fosse un folle, un malato di mente.

Nel bel mezzo del processo, la madre di questo ragazzo ad alta voce invitò il figlio a dire la verità, intervento che il giudice non lasciò cadere e Romolo venne scagionato da ogni accusa.

Vicino alla loro abitazione a Vivaro, ricorda sempre Luciana,  vi era un falegname e la sua famiglia: una volta le regalarono una bambola di legno. Felice, seduta vicino al camino, Luciana giocava a fare la mamma, quando Gina, in attesa di Marisa gliela strappò dalle mani e la gettò nel fuoco perché era brutta…  temeva potesse nascere una bambina con qualche malformazione, guardando quel rudimentale balocco di legno.

Ancora oggi Luciana, pur sorridendo ricorda il dispiacere: piangendo le diceva  Bella di mamma!, mentre sua madre e sua zia ridevano… a volte gli adulti possono essere, magari involontariamente, poco sensibili al dolore dei piccoli.

La sua madrina di cresima, tempo dopo, volle regalarle una vera bambola, molto bella: lei l’accolse tra le braccia felice, ma appena uscita di casa, sua madre gliela tolse per donarla alla sorellina più piccola. Tu sei grande, non devi piangere… dal tono della mite Luciana si coglie un nuovo, velato, dispiacere rimasto silente nel tempo.

Sorride ancora quando narra che il conte Armenise, non avendo figli propose a suo padre di lasciargliela adottare: il patto, però era quello che loro, i D’Amico, non avrebbero più potuto vederla, avrebbero dovuto dimenticarla. Romolo, com’era prevedibile non accettò…  e pensare che avrei potuto diventare contessa!  ironizza con un velo di umorismo la mia interlocutrice. Il conte adottò infine il figlio di una sua sorella, Giovanni Auletta Armenise, futuro presidente della Banca dell’Agricoltura.

Luciana racconta ancora che da bambina ha frequentato la prima e la seconda elementare a Vivaro, dove c’era una pluriclasse con pochi bambini – i capranicotti[1] non venivano a scuola – ; la sua maestra si chiamava Alma Blasi, sorella dell’indimenticabile Rina che aveva in Piazza della Repubblica, l’elegante negozio  Belle cose.

Le rimanenti classi elementari, Luciana le ha frequentate a Rocca di Papa nell’Istituto delle Maestre Pie Filippini: in tre, lei e i suoi fratellini percorrevano a piedi la via dal Guardianone, con sole, pioggia o neve e portavano, oltre la cartella o l’ombrello quando occorreva, anche qualche pezzo di legno per la stufa delle suore.

Una signora, ricorda sempre Luciana, quando ci vedeva arrivare a piedi al Belvedere esclamava:

– Varda sti pori fiji, da u Guardiano’ fino a piedi fino a èsso…

Una volta dovettero tornare indietro a causa della forte pioggia… altri tempi!

Capitava talvolta al ritorno da scuola, di ricevere un passaggio su carriole a sfera, usate dalle persone per trasportare la legna che raccoglievano nel bosco.

Una volta capitò che Elena, una loro conoscente, andasse a riprendere il marito nel bosco, dov’era  era andato a fare la legna.

Gentile, lei volle offrire un passaggio a Luciana, Vittorio e Marisa.

Giunti alla curva sotto l’imbocco della panoramica che conduce sulla vetta di Monte Cavo, la donna perse il controllo del mezzo e i ragazzi finirono nel bosco sotto la villa La Sosta (dove pare si recasse in villeggiatura Togliatti). La povera Elena che in quei giorni attendeva per la quarta volta un altro figlio, si preoccupò moltissimo pensando si fossero fatti male e Luciana invece sorride, ricordando quanto essi si divertirono con questa disavventura, rivelatasi per loro un gioco.

Terminate le elementari le suore insistevano con la mamma affinché la ragazza potesse continuare a studiare, avendo capacità da vendere… purtroppo Luciana dovette rassegnarsi, finita la quinta, ad andare in campagna a Vivaro a zappa’, sorride ancora, un po’ amara. Non era possibile continuare gli studi, non avendo alcun mezzo di trasporto per arrivare a Frascati: aveva dodici anni, quando fu mandata lavorare insieme alla sorella più grande, Maria, negli orti di Paris tra la Via dei Laghi e i Pratoni del Vivaro: piantavano tutte le verdure di stagione, i broccoli, le fragole; si occupava anche di concimare il terreno con la cenere delle distillerie, polvere che mangiava – dice – i polpastrelli delle dita.

Durante il breve riposo per la pausa pranzo Luciana si sedeva sotto gli alberi di noce lungo la Via dei Laghi. Quando la sorella Maria nel 1952 si sposò, Luciana non andò più a lavorare negli orti, ma iniziò a vendere i fascetti di legna per i forni  De Luca di proprietà della famiglia del cognato. Nella sua memoria è vivido il ricordo di quella volta in cui dovette caricare su un camion con rimorchio 1200 fascetti:  sarebbero stati trasportati a Cinecittà e sarebbero stati utilizzati per girare la scena di un incendio in un film.

Cresciuta, aiutava anche in casa e andava con la nonna, a piedi, fino a Fontan Tempesta a lavare i panni. Una volta un ragazzo, vedendola introdursi tra la selva, con la bagnarola piena di panni,  la seguì nel bosco; inizialmente la cosa l’aveva lasciata indifferente, ma man mano che proseguiva tra la vegetazione, l’ansia iniziò a serpeggiare, soprattutto quando ebbe conferma che il giovane uomo le stava dietro passo passo. Così volò tra alberi, cespugli e i sentieri di terra battuta, correndo senza più girarsi e raggiunse nonna Pepetta che l’aveva preceduta. L’anziana donna cacciò in malo modo quell’uomo, ma la giovane ragazza per qualche tempo dovette essere aiutata da uno specialista: infatti, non riusciva più a dormire ripensando a quell’episodio: era il periodo della beatificazione di Santa Maria Goretti e lo spavento era stato grande.

Ricorda ancora – sembra un romanzo sentir narrare questa bella signora alta, ben curata, dai lineamenti delicati ed eleganti – che una volta un principe indiano l’aveva chiesta in sposa: era uno dei numerosi studenti che frequentavano la casa religiosa del Divin Maestro, al confine tra Rocca di Papa ed Ariccia. Questi ragazzi spesso andavano a passeggiare nel bosco e uno di loro l’aveva notata quando lei andava a Fontan Tempesta per il bucato.

Chiesta la sua mano, la mamma non volle più mandarla a lavare i panni alla fontana.

Il tempo è galantuomo: Luciana ha incontrato comunque il grande amore della sua vita e nel 1961 ha coronato il suo sogno sposando Sandro di cinque anni più grande. Certo, sperava che il fidanzato le regalasse   una bella bambola, ma apprezzò anche l’elegante  borsa che lui le donò.

E’ stato un matrimonio felice, allietato da figli e nipoti…  è serena la cara Luciana, spesso sorridente e sempre gentile; mentre ci  congediamo non posso fare a meno d’immaginarla ancor più contenta e sorpresa davanti a un imprevisto dono…  magari, una bella bambola!

 

[1] Figli e nipoti dei coloni provenienti da Capranica Prenestina

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