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Scienze della natura e dello spirito – 2

Maggio 30
23:00 2008

Weber e lo storicismo tedesco.
In questo quadro culturale viene formandosi la metodologia di Weber, che si preoccupa di risolvere i problemi emersi dal dibattito sulle scienze storico-sociali, condotto negli ultimi due decenni dalla cultura tedesca. Storico e sociologo al contempo, Weber muove dal presupposto fondamentale che le sue osservazioni metodologiche devono sempre avere carattere occasionale. Queste, infatti, sono motivate personalmente dall’esigenza di risolvere problemi ben determinati di ricerca sul campo o di assumere precise posizioni all’interno di dibattiti scientifici attuali. Sottolineare l’occasionalità delle riflessioni metodologiche weberiane non vuole sminuirne l’importanza, ma soltanto evidenziare come sia del tutto assente nel nostro autore l’intento di costruire un impianto metodologico autonomo dall’indagine concreta, come anche quello di condurre una ricerca empirica indipendentemente da costruzioni teoriche. Ne deriva che l’unico modo di ottenere risultati scientificamente validi è quello di unire l’indagine teorica a quella storica; in tal modo la prima non scade in una dimensione astratta fine a se stessa e la seconda non si limita ad un’arida collezione di fatti. Tale presa di posizione all’interno dell’opera weberiana assume indubbiamente un significato polemico nei confronti sia del Positivismo sia dello Storicismo, il primo intriso di componenti spiccatamente naturalistiche, il secondo di motivi idealistici e romantici. Non si vuole con ciò asserire che Weber rigetti il Positivismo e lo Storicismo, ma, più esattamente, che egli derivi alcune tesi dal primo e altre dal secondo, conciliando l’uno con l’altro, tale da pervenire ad una sintesi nuova e originale. Man mano che il suo incessante lavoro di ricerca procedeva, Weber si trovava costretto ad occuparsi del problema della validità della conoscenza storica e a definire, al tempo stesso, la sua posizione rispetto a Dilthey, da una parte, e Windelband e Rickert, dall’altra. Con quest’ultimi condivide il giudizio negativo contro qualsiasi visione assolutistica e metafisica della storia, come quella positiva, che si illude di spiegare l’intera realtà sociale attraverso leggi naturali universali ed eterne. Egli accetta pure la distinzione tra scienze della Natura e scienze dello Spirito; le prime sono scienze di leggi ed insegnano ciò che è sempre valido, le seconde indagano un evento particolare già avverato. Tuttavia, ed è qui che Weber si distingue dal movimento storicista, la spiegazione e la comprensione del fenomeno individuale-storico necessita sempre e comunque del principio causale, presupposto indispensabile di ogni lavoro scientifico. In tal modo, mediante l’assunzione di tale principio, egli giunge ad attenuare la dicotomia tra scienze della Natura e dello Spirito posta dallo storicismo: non esistono, infatti, scienze privilegiate, dato che sia le scienze sociali sia quelle naturali sono costrette a verificare i propri assunti mediante il ricorso a leggi scientifiche generali. Insomma, mentre lo Storicismo aveva visto nella spiegazione causale l’appannaggio proprio delle scienze naturali ed aveva contrapposto a queste la comprensione immediata e intuitiva tipica delle scienze storiche, Weber ritiene invece che lo stesso comprendere non sia un processo emotivo-intuitivo, ma un’attività che richiede l’impiego di un processo nomologico: la storia che punta all’individualizzazione e la scienza che mira alla generalizzazione fanno uso del medesimo procedimento logico di astrazione. In quest’ottica l’«Erleben» degli storicisti non può essere una forma di conoscenza valida, perché relegata nella sfera puramente soggettiva dei sentimenti, che sfugge a qualsiasi verifica sperimentale. Malgrado la tesi sostenuta, Weber si sofferma a considerare l’impossibilità di fondare una scienza storica universalmente valida; infatti, siccome la realtà è infinita, ne deriva che una spiegazione di tipo causale può fornire solo una visione frammentaria e parziale di quanto viene indagato. In tal modo, ancora una volta, egli prende le distanze da Dilthey, dal momento che, pur riconoscendo l’individualità come dimensione tipica delle scienze sociali, tuttavia, sostiene che questa non appartiene alla sostanza dell’oggetto, ma è l’esito della scelta individualizzante effettuata dal ricercatore all’inizio della sua indagine. Nel chiarire i meccanismi di tale processo di selezione Weber riprende da Rickert come peculiarità dell’oggetto storico il riferimento al valore, da non confondersi con il giudizio di valore, che per il suo carattere soggettivo non risulta degno di indagine scientifica. D’altra parte, il riferimento ai valori non implica il riconoscimento di valori assoluti e incondizionati, come voleva Rickert, bensì la relatività degli stessi, che variano a seconda dei tempi e vengono posti di volta in volta dal ricercatore. A questo proposito deve sottolinearsi come Weber corregga Rickert con Dilthey, il quale aveva già constatato l’anarchia dei valori: “Chi vive nel mondo sperimenta in sé una lotta tra una pluralità di valori, valori dei quali ciascuno preso per sé appare impegnativo: dovrà scegliere quali di questi dei dovrà servire, ma si troverà sempre in conflitto con qualcuno degli altri dei del mondo.”. Allora il «Wertbeziehung» (riferimento al valore) è un principio di scelta, serve al ricercatore per stabilire quali aspetti di un fenomeno vuole evidenziare, di cosa vuole occuparsi e al contempo gli consente di elaborare un punto di vista o teoria.
Da qui si deduce che non esiste una disciplina superiore ad un’altra, ma ognuna costituisce il proprio oggetto, orientando le scelte a seconda dei valori che assume a fondamento dei suoi interessi. Al variare dei valori, infatti, corrispondono sempre nuove teorie, nuovi punti di vista e problemi; così si esprime Weber a riguardo: “…punti di partenza delle scienze della cultura si protendono… mutevoli nel più lontano futuro, finchè nessun irrigidimento della vita spirituale non farà desistere l’umanità dal porre nuove questioni alla vita sempre parimenti inesauribile.”. Stabilito quindi che non esiste un sistema di leggi generali entro cui inserire la totalità dei fenomeni storici, Weber affrontava il problema della fondazione della conoscenza storica secondo una nuova prospettiva. Dato che dalla sua indagine critica è emerso che la storicità condiziona ogni teoria, impedendole di elevarsi a sistema universale, non si tratta di stabilire le condizioni a cui la ricerca storico-sociale è valida universalmente, ma di indagare quali sono i limiti dell’oggettività storica, in altri termini quali risultati sono indipendenti dalla prospettiva particolare che condiziona l’epoca e la filosofia dello storico.

(continua)

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