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Se questa è una umanità

Aprile 19
08:11 2020

La pandemia è un paradigma ma anche una copertura delle altre infezioni  del mondo

Nell’ultima puntata di Atlantide – storie di uomini e di mondi su La 7, Andrea Purgatori, con il contributo eccezionale di Francesca Mannocchi – per cui passerò non ‘erroneamente’ al plurale – hanno dimostrato che cosa significa fare giornalismo. Per questo, nonostante una certa depressione strisciante, mi è venuta voglia, o forse l’esigenza insopprimibile, di fare alcune considerazioni sul tempo attuale che spaziano (o tentano) dal costume fino alla sociologia, e alla politica, e forse all’etica.

Infatti mentre molti di noi stiamo nelle nostre tiepide case, tanto per mantenere la parafrasi del titolo, lamentandoci di non poter fare la “apericena”,  un paio d’ore di servizi ci hanno aperto alla realtà dura, molto dura, del mondo. I profughi di Samos, i disabili gravissimi abbandonati, le persone anziane che telefonano ai Carabinieri perché non hanno da mangiare, e poi le interviste a personaggi ‘scomodi’ come Gino Strada, il vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero e il sindaco di Lampedusa Salvatore Martello, e altro. La giornalista fa poche, semplici domande ma soprattutto ascolta e riprende l’ambiente e le persone. Emerge la grande dignità e direi la statura umana dei profughi, papà, mamma e bambini, nel campo privo di ogni servizio, dalla corrente elettrica all’acqua. Non ci sono invettive o proclami, solo parole misurate e le immagini che sono più esplicative di tutto: l’inquadratura da lontano del giro delle latrine con le porte aperte e richiuse alla ricerca di quella meno impraticabile restituisce il senso dell’orrore della situazione. E da un’altra parte la tenerezza e la forza serena della madre che assiste il figlio pronta a intervenire con la maschera dell’ossigeno al segnale d’allarme del saturimetro che adesso tutti conoscono ma che era una realtà per molti anche prima dell’epidemia. E poi i migranti che ora possono annegare con meno ‘clamore’ tanto gli obiettivi sono puntati sui governatori, sui virologi e su i nostri morti quotidiani. E poi, e poi … Scenari del terzo millennio che tutti sanno ma fingono di ignorare. Il tutto rappresentato, per bravura, senza l’ombra di un grave ‘virus’ che ci ha colpito unitamente al Covid: la retorica traboccante e spropositata, infarcita di paragoni improbabili con guerre ed eroi, angeli e castighi divini, bandiere, inni e applausi di gregge. Infatti, proprio perché la situazione è molto seria, il sacrificio di medici e infermieri sovrumano e il dolore dei colpiti immenso, forse sarebbe opportuno sostenerli con un profilo rispettoso e fattivo che rifugga da piazzate più o meno in buona fede e da indecenti palle colte al balzo. Invece prosperano trasmissioni televisive che, mentre in qualche minima misura informano, rimestano sempre nella minestra e danno ogni dieci minuti la pubblicità lasciando ad arte in sospeso il parere del prossimo esperto (sono una miriade). La pubblicità stessa si è furbescamente rimodulata fino a sfiorare lo sciacallaggio: un noto motore di ricerca per polizze prometteva di dare un euro (sic!) alla Protezione Civile per ogni contratto sottoscritto; ora pare che sia sparita, probabilmente per qualche opportuno intervento di garanzia.

Il mantra che ora gira è che l’epidemia ci renderà migliori. Niente di vero. Chi era buono, rispettoso e altruista rimarrà tale. L’approfittatore, il parassita o delinquente riprenderà la sua natura che peraltro si è guardato bene dall’abbandonare anche in tempo di crisi sanitaria come dimostrano diversi episodi criminali specifici. Ma c’è un dramma nel dramma. È certo che nel mondo ci sono gravissimi problemi da affrontare: la disuguaglianza spinta al parossismo del morire di fame nelle regioni sottosviluppate, guerre ideologiche o di interesse, dittature e mancanza dei diritti umani fondamentali, la sopravvivenza stessa del pianeta intossicato dal clima e dai rifiuti e via andando. Ma per assurdo l’unica certezza è quella dell’incertezza e della precarietà del futuro. Per esperienza non facevamo molto affidamento nella politica corrente (intesa nel senso di ordinaria) e infatti anche nella prova massima del “siamo tutti nella stessa barca” ogni parte si esercita nel dirigere la prua nel porto amico o nel nascondere la bussola o addirittura nell’aprire la falla che affondi tutto per sperare in un altro viaggio al comando. Poi ci siamo affidati alla Scienza maiuscola e, pur sapendo della natura sperimentale della ricerca e della complessità della materia, speravamo in qualche faro, anche fioco. Ma piano piano ci è sorto il dubbio che la scienza, a furia di frequentare la politica (e anche qualche sirena mediatica), ha preso a zoppicare pure essa. Siamo dunque rimasti senza chiarezza e senza certezza e ci esercitiamo mentalmente a nuotare alla meglio verso l’imperativo poco categorico de “io speriamo che me la cavo”, che non è una prospettiva di alto e grande respiro.

Però, se è vero che non mi chiamo Martin, ho comunque un sogno, anzi due perché dopo oltre cinquanta anni è giusto che anche i sogni siano inflazionati. Il primo è che in una prossima elezione un candidato premier ‘eccezionale’ dica che nel suo programma c’è un aumento considerevole delle tasse. Non per giocarsele a dadi con i suoi commilitoni, ma per assicurare scuole, case e territorio risanato e ospedali, anche per gli anziani, e altre cosette del genere compresi fondi veri per chi ha bisogno qui e altrove nel mondo. Magari si scopre che non è pazzo e che ci sarà pure un tornaconto generale. L’altro sogno è un po’ incastrato a quello precedente e prevede che lo scarafaggio ONU si svegli una mattina trasformato in un efficientissimo commesso viaggiatore che, in base ad uno stringente nuovo statuto a maggioranza, porti o imponga dove occorra la pace, e metta dietro la lavagna i pierini di turno evitando le loro scorribande tra i “servaggi” (ora non più americani ma africani) per depredarli delle risorse che potranno invece sfruttare per conto proprio con opportuni aiuti economici e tecnici. E così potremo non essere troppo distratti per curare le ‘epidemie’ mortali –figurate o meno- che ci affliggono ogni giorno, essenzialmente per nostra deficienza e per le quali la pandemia funziona tristemente da panem et circenses.

Vorrei concludere con alcuni versi datati, ma forse non proprio fuori tema, che vanno sotto il titolo di “Vento del mondo”: Cristo e Karl, / Karol e Fidel, / lo spirito attraversa / il vento del mondo. / Nutre col sangue / la terra delle catacombe, / le bandiere rosse dei poveri, /  le foreste dell’Africa morente, / i campi bianchi e neri di cotone, / il deserto conteso dalle bombe. // Arriva fino a noi / vincendo il ribrezzo / dell’odore di dopobarba / e dei merletti di nylon. // Aspetta, / inesauribile, / nuovi sussulti / in cuori congelati.

            

 

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1 Commento

  1. maria
    maria Aprile 19, 10:43

    una bella tirata e ci voleva
    versi di?

    Reply to this comment

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