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Sulla pallavolo italiana

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Sulla pallavolo italiana

settembre 23
16:00 2011

Quando un amico giornalista mi ha chiesto:
<<secondo te perché abbiamo perso con la Serbia?>>, subito la mia mente ha pensato a rispondere ad una domanda un po’ diversa, alla quale l’amico giornalista, che non è tenuto a conoscere la situazione del volley maschile, non poteva pensare: <<Secondo te come mai siamo riusciti a giocarci una finale europea dopo sei anni di delusioni?>>. La risposta, senza troppi giri di parole, si chiama Mauro Berruto.
Tipo particolare questo nostro allenatore della nazionale. Laureato in filosofia, antropologia culturale, se ne è andato a fare una tesi sperimentale in Madagascar studiando un rito di passaggio, chiamato Sambatra. Ha scritto due romanzi che raccontano di una certa vivacità intellettuale, il secondo, Independiente Sporting, potrebbe essere uscito dalla penna di Soriano e dovrebbe essere obbligatorio per ogni ragazzo che si tessera per una federazione sportiva inseguendo i miti dei nostri atleti patinati. Uno così non si spaventa certo a dover gestire le bizze di Mastrangelo e Savani e certo non si smarrisce se perde una finale europea con lo zampino di un arbitro che non ci ha mai amato e di due battute piuttosto fortunose di uno che si chiama Terzic (la prima si arrampica sul nastro e la seconda cade dentro il
campo quando sembrava destinata a finire in tribuna). Il punto però,
amico giornalista, è che il movimento pallavolistico italiano non merita (più) i successi che ha colto con Velasco e forse per molto tempo non sarà possibile inseguire il sogno Olimpico che non fu mai completato neanche all’epoca del grande maestro argentino, guarda caso anche lui laureato in filosofia.
Al problema, forse endemico in un paese che vive di calcio, della carenza di vocazioni pallavolistiche al maschile, si aggiungono le tante incongruenze organizzative del movimento. Basta aprire il sito del Comitato Regionale del Lazio, una Regione traino per il movimento, per capire che la base dei praticanti è ridotta all’osso: nella stagione 2009/10 i piccoli atleti, nati nel 1999/2000 e inseriti a referto in manifestazioni della federazione, sono stati solo 310, mentre quelli nella fascia di età tra i 16 e i 18 anni, pronti quindi ad alimentare le rose delle squadre maggiori, sono stati solo 595. I vecchietti, nati dal 1991 al 1947, rappresentano oltre il 31% della “forza lavoro” impiegata nelle gare ufficiali disputate nel Lazio. A pallavolo si gioca più a Villa Arzilla che a scuola! Il raffronto con il movimento femminile è impietoso e da solo basterebbe a giustificare la maggiore competività di Piccinini & co. registrata negli ultimi anni. Tra le femminucce, piuttosto, comincia ad emergere un altro
problema: la pallavolo è estremamente popolare e fa concorrenza al nuoto, alla ginnastica artistica, alla danza, come attività motoria di base, senza troppe ambizioni agonistiche. Il dato delle tesserate femminili nel Lazio che compaiono nelle liste gara, il famigerato camp 3, indica un’ottima performance nelle fasce di età di iniziazione, le stesse che denotano una difficoltà nel maschile, ma un calo in quelle successive, a significare una certa percentuale di abbandoni quando le cose si fanno troppo serie.
Chiunque frequenti un po’ il mondo della pallavolo e lo faccia da qualche anno si rende conto che, dopo l’epoca di fondazione dei grandi padri, Pittera, Prandi, Velasco, il movimento si è fermato. Questo vale un po’ per i sistemi di allenamento e tantissimo per l’organizzazione del sistema pallavolo. Velasco ha imposto già nel 1997, quando era alla guida del settore femminile, la creazione del Club Italia, una specie di Cantera femminile che garantisse la crescita di atlete fuori dalle società di appartenenza e sotto la guida di allenatori federali. Da questo progetto uscirono atlete come:
Sara Anzanello, Jenny Barazza, Nadia Centoni, Eleonora Lo Bianco, Simona Rinieri, Elisa Galastri, Anna Vania Mello, Elisa Togut, Antonella Del Core e Francesca Piccinini, praticamente tutta l’elite della pallavolo femminile italiana. Per fare lo stesso nel maschile si è atteso il 2008! E’ evidente che i giovani atleti erano custoditi gelosamente nelle casseforti delle società di appartenenza. Nel frattempo il settore maschile della pallavolo e’ diventato popolarissimo, sono arrivati soldi da sponsor e televisioni, ma, esauritasi la generazione di fenomeni non abbiamo avuto campioni all’altezza. Ancora oggi nella serie C laziale fanno scuola alzatori classe 1966, tanto che gli strateghi federali hanno pensato, male, di limitare il numero degli over nei campionati di serie C e D. Il fine sarebbe stato quello di garantire ai giovani di essere utilizzati in campo, di fatto il giovane senza concorrenza non impara e poi se uno è forte a venti anni gioca in serie A, non c’è nessun motivo per cui debba avere il posto garantito nei campionati intermedi.
Non è neanche un caso che Berruto sia laureato in filosofia. Il numero dei nostri professori di educazione fisica che svolgono professionalmente un’opera di raccordo tra scuola e società è esiguo.
Una buona leva è piuttosto garantita da ottimi educatori a tutto tondo ed è del tutto indifferente che siano o no se siano usciti dall’ISEF o dalle facoltà di Educazione motoria. Uomini, sconosciuti ai più, come Marco Paolini o Mario Barberio, sono stati capaci di radicare la pallavolo nel tessuto sociale di un territorio ed hanno dominato i campionati nazionali giovanili, anche allenando a Velletri. E’ come se il campionato allievi nazionali di calcio fosse vinto dalla Sgurgola e non dalla Roma! Se esistono queste realtà a pallavolo finiscono per giocare tutti, altrimenti entrano in palestra solo quelli che sono scartati dal calcio. Non vale neanche il solito piagnisteo italiano sulle strutture sportive. E’ vero gli impianti, specie nel centro-sud sono carenti e gestiti male, ma la generazione di fenomeni è cresciuta in spazi mitologici come quelli descritti dal Soriano che oggi allena i nostri campioni, uno di questi una volta mi ha raccontato di quando si lamentava con un giovane allenatore perché durante una partita fuori casa si scivolava su un parquet evidentemente non all’altezza.
L’allenatore era Velasco, il Velasco dei tempi di Jesi, appena arrivato in Italia per sopravvivere al regime Argentino: “toglietevi le scarpe e giocate scalzi!”.

 

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