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Suor Viera: una vita tra i detenuti

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Suor Viera: una vita tra i detenuti

Suor Viera: una vita tra i detenuti
settembre 13
08:13 2012

Suor-VieraSi Chiama Suor Viera Francescana dei Poveri. L’ho incontrata a Frascati dove, con semplicità e franchezza, ha narrato per il mensile Controluce le sue esperienze di vita e di volontariato nelle carceri italiane.

Chi è Suor Viera ora? E prima?
– Sono Suor Viera Francescana dei Poveri. Il mio nome di battesimo è Melina Farinelli. Prima di lasciare la mia famiglia per vedere cosa Dio volesse da me ho lavorato dieci anni in uno stabilimento vinicolo. Ho trascorso la mia adolescenza in fabbrica operando con uomini e donne più adulti di me. In quell’ambiente ho imparato una vita “difficile”. A 22 anni, stanca di vivere in quel modo e lontana da Dio, mi ritrovai sul terrazzo di una palazzina a tre piani per farla finita… il mio vivere non aveva più senso. Dopo quattro ore di pianto e lotta interiore pensai a mia mamma che, se mi fossi tolta la vita, avrebbe vissuto il resto dei suoi anni nella disperazione. Così non lo feci, ma ero pronta a scappare lontano a costo di finire nella prostituzione o droga. Una domenica di agosto di tanti anni fa incontrai per caso una suor Cristina (mai vista prima) che mi invitò ad un incontro di giovani, al quale andai per caso e per fare un po’ di “casino”. Arrivai in sala e trovai una novantina di giovani che mettevano in comunione le loro esperienze su Dio e sull’amore, scherzavano, condividevano i pasti, i divertimenti ecc… All’inizio li presi in giro ma poi, la sera prima di addormentarmi, riflettei su quell’incontro e sulla sensazione di pace e armonia interiore che avevo dentro l’anima. Continuai per un anno a partecipare a quelle riunioni e nello stesso tempo a intraprendere un cammino serio con Dio. Il mio andare in fabbrica con atteggiamento nuovo (eliminando frasi volgari, parolacce e comportamenti ambigui) mi creò difficoltà. Nessuno riusciva a capire cosa mi stesse succedendo. A 23 anni lasciai casa e lavoro. Entrai nel Centro Giovanile, continuando la mia formazione tra le Suore Francescane dei Poveri. Da allora sono trascorsi 38 anni. Non nascondo che ci sono stati periodi in cui la mia fede è stata messa a dura prova. Ma sono ancora qui, più convinta che mai. In questi ultimi 17 anni svolgo il mio volontariato nelle carceri di Rebibbia e, da quest’anno, anche nel carcere di Pistoia.
Ci può parlare di quest’esperienza nel carcere di Pistoia?
– Col nuovo direttore ci sono stati dei cambiamenti a beneficio dei detenuti. Ad esempio, ha fatto sistemare un locale e con l’aiuto di alcuni dirigenti esterni e la collaborazione dei pistoiesi che hanno raccolto più di tremila libri, quasi tutti nuovi, si è inaugurata la biblioteca che i detenuti possono usare a loro piacimento. A seguire si spera anche in un laboratorio artigianale e altro ancora. Da quando sono arrivata c’è un clima più sereno. Io mi reco nella casa di detenzione tre o quattro volte la settimana e svolgo i colloqui con i detenuti in cappella, davanti a Gesù Eucarestia. Questo luogo è particolarmente adatto a raccogliere le loro storie precedenti e attuali, i loro drammi, le loro fatiche di convivenza e i divieti ad avere le cose primarie! I detenuti sono circa 200, tra adulti e giovani, con reati diversi tra loro. Inoltre c’è una sezione piccola chiamata Minore, dove sono reclusi coloro che hanno commesso crimini molto pesanti. Ovviamente svolgerò la mia attività anche in questo reparto, ma con la dovuta attenzione. I maschietti sono meno esigenti, più rispettosi, non così volgari, gelosi e invidiosi. All’inizio ho fatto un po’ di fatica, perché a Rebibbia sono sempre stata con donne e personale quasi tutto al femminile. Col direttore, lo staff, la comandante e l’educatrice che mi aggiorna sul cammino di alcuni detenuti, siamo veramente in sintonia. Tutto è molto rispettoso, aperto e accogliente. Ogni volta che entro in questi ambienti penso alla nostra fondatrice, la Beata Francesca Schervier , che assisteva i carcerati fino alla morte, all’amore con cui ascoltava le loro angosce, i loro problemi, le loro paure, il loro ritorno a Dio negli ultimi istanti dell’esistenza terrena. Anche qui, oltre ai colloqui, porto penne, francobolli e biglietti per scrivere.
E Rebibbia?
– Continuo ad andare nel carcere romano perché ci sono una ventina di detenute con le quali si è instaurato un rapporto più profondo e vero. Tra queste ce ne sono parecchie che devono trascorrere in cella più di otto anni e desiderano continuare i colloqui con me. Tornare a Rebibbia periodicamente è per me una grazia speciale, perché sento che il Carisma di Madre Francesca è vivo più che mai.
Qualche parola per concludere?
– Da una lettera del 21 giugno scorso che mi ha scritto un detenuto conosciuto solo una settimana prima: «Carissima suor Viera, ti volevo dire che mi ha fatto bene parlare con te e ti chiedo di starmi vicino il più possibile perché mi sento solo e abbandonato. Penso spesso al Signore, però non riesco a trovare la forza dentro di me… ti ringrazio di tutte le cose che fai, è bellissimo perché le fai con amore. Grazie. M.».

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