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The Reigne of King Edward the Third: un’opera di Shakespeare dimenticata

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The Reigne of King Edward the Third: un’opera di Shakespeare dimenticata

The Reigne of King Edward the Third:  un’opera di Shakespeare dimenticata
luglio 11
11:12 2019

Curiosando tra alcuni libri usati di una bancarella a Roma, capita fra le mani del regista e drammaturgo Alberto Macchi un libretto in inglese, dal titolo The Reigne[1] of King Edward the Third. L’autore si presenta da solo: è William Shakespeare. L’opera è ignota ad Alberto, che quindi acquista subito il libretto e inizia a tradurlo in maniera grossolana, ma poi vi rinuncia. Tuttavia, la parte già tradotta è sufficiente a incuriosirlo a tal punto che, qualche tempo dopo, decide di completarne la traduzione e lettura, sia pure per sommi capi ma in maniera sufficiente per capire il senso dell’opera. Dell’intero testo lo colpisce la parte che riguarda l’intrigo amoroso fra Edoardo III e la Contessa di Salisbury di cui il re d’Inghilterra si invaghisce perdutamente, ideale per una libera riduzione destinata a una rappresentazione teatrale.

L’opera, originariamente suddivisa soltanto in scene e soltanto successivamente in atti, è rimasta a lungo fuori dal canone delle opere shakespeariane. Soltanto nell’ultimo ventennio è stata classificata fra i drammi storici di Shakespeare, anche se più propriamente risulta essere una “commedia storica”, per il suo lieto fine, non privo di chiari messaggi morali: Edoardo III e la moglie Filippa, dalla quale era stato allontanato dalla sua passione amorosa per la Contessa di Salisbury, alla fine si riconciliano a Calais, in occasione della conquista della città da parte di Edoardo durante la Guerra dei Cent’anni (1337-1453). La vittoria inglese viene vista – considerata anche l’inferiorità numerica dell’esercito inglese rispetto a quello francese – come una rivelazione della giustizia divina, che riconosce il diritto di Edoardo III al trono  francese in quanto figlio di Isabella, figlia di Filippo IV il Bello[2] come affermato all’inizio dal Conte d’Artois (sc. 1 vv. 11-27):[3]

 

She was, my lord, and only Isabel

Was all the daughters that this Philippe had,

Whom afterward your father took to wife.

And from the fragrant garden of her womb

Your gracious self, the fl ower of Europe’s hope,

Derivèd is inheritor to France.

But note the rancour of rebellious minds:5

When thus the lineage of Beau was out6

The French obscured your mother’s privilege

And, though she were the next of blood, proclaimed

Jean of the house of Valois now their king.

The reason was, they say, the realm of France

Replete with princes of great parentage

Ought not admit a governor to rule

Except he be descended of the male.

And that’s the special ground of their contempt

Wherewith they study to exclude your grace.

 

Certo, mio sire: l’unica figlia femmina di re Filippo fu Isabella,

che poi vostro padre prese in moglie. Dal fragrante giardino del

suo grembo sbocciò vostra grazia, fi ore della speranza d’Europa

e legittimo erede della corona di Francia. Ma osservate il rancore

di quegli animi ribelli: quando la discendenza di Filippo il Bello

si spense, i francesi calpestarono i diritti di vostra madre e, sebbene

ella fosse la prima in linea di successione, proclamarono re

Giovanni di Valois, sostenendo che il regno di Francia, ricco di

principi di grande lignaggio, non poteva essere governato da un

re che non discendesse dalla linea maschile. È questo il pretesto

con cui hanno tentato di escludere vostra grazia.

 

E a metà dramma da un profugo francese (sc. 5, vv. 36-37)

 

Edward is son unto our late king’s sister,

Where Jean Valois is three degrees removed.

 

Edoardo  è figlio della sorella del nostro ultimo re,[4]

mentre Giovanni di Valois è soltanto un parente di terzo grado.

 

La vittoria che suggella la «causa giusta» appare nel dramma anche come un riconoscimento, agli inglesi, dell’ideale cavalleresco dell’onore, della fedeltà alla parola data, del rispetto nei confronti del nemico. Giova ricordare, a questo proposito, che il celeberrimo “Ordine della Giarrettiera” – il più antico ordine cavalleresco – secondo le cronache dell’epoca fu istituito proprio da Edoardo III, prendendo spunto da un episodio accaduto durante un  ballo a corte: il re si chinò a raccogliere la giarrettiera caduta a una dama e ai cortigiani, che commentarono maliziosamente tale gesto, Edoardo rispose in francese: Honi soit qui mal y pense (Sia vituperato chi ne pensa male), parole che divennero poi il motto dell’Ordine.

All’affermazione vittoriosa dei principi morali si aggiunge l’elemento etico a mio avviso più rivoluzionario del dramma: una dichiarazione ante litteram del moderno pacifismo come condanna delle assurdità della guerra. Re Edoardo riflettendo a voce alta (sc. 3, vv. 111-14):

 

The sin is more to hack and hew poor men

Than to embrace in an unlawful bed

The register of all rarieties

Since leathern Adam till this youngest hour.

 

È colpa maggiore fare a pezzi tanti poveri soldati

che abbracciare in un letto illegittimo

il più raro compendio d’ogni bellezza

dai tempi di Adamo a oggi.

 

La contrapposizione fra la guerra e l’amore è presente anche nell’ambiguo uso del termine arms come ossimoro, significando in inglese sia armi sia braccia: un doppio riferimento alla violenza delle armi  nella guerra e alla dolcezza dell’abbraccio nell’atto amoroso:

 

KING EDWARD

Ignoble David, hast thou none to grieve

But seely ladies with thy threat’ning arms?

 

Ignobile Davide, non avete altri da opprimere con le vostre armi

minacciose se non fragili dame? (sc. 1 vv. 136-137)

 

KING EDWARD [alludendo alle resistenze della Contessa di Salisbury verso il suo corteggiamento]

The quarrel that I have requires no arms

But these of mine, and these shall meet my foe

In a deep march of penetrable groans.

My eyes shall be my arrows, and my sighs

Shall serve me as the vantage of the wind

To whirl away my sweet’st artillery.

 

La mia guerra non richiede altre armi se non queste braccia, che

incontreranno il mio nemico in una profonda marcia di penetranti

gemiti: i miei occhi saranno le mie frecce e i miei sospiri mi

serviranno a sfruttare il favore del vento, per sconfiggere la sua dolce

artiglieria.(sc. 3 vv. 60-65)

 

Secondo Eric Sams The Reigne of King Edward the Third sarebbe stato scritto interamente da William Shakespeare, mentre secondo Giorgio Melchiori e altri (Edwin  Muir, William Montgomery, Ian Watt, Eric Rasmussen, Jonathan Bate, Tom Taylor e Rory Loughnane) sarebbe il risultato dei contributi di diversi autori del teatro elisabettiano[5] e Shakespeare sarebbe l’autore soltanto di qualche scena e delle suture fra i diversi contributi.[6] C’è poi anche chi, come Tucker Brooke, ha negato qualunque paternità shakespeariana dell’opera.

Qual è la data più probabile in cui fu scritta l’opera? L’intervallo temporale entro cui certamente dovette essere stata scritta è stato individuato nel 1588-1595. I riferimenti alla guerra contro la Spagna (scena 18, v.234) come eventi contemporanei pongono il 1588 come l’anno limite, prima del quale non poteva essere stata scritta. Nel 1588 infatti gli inglesi sconfissero sul Canale della Manica la flotta dell’Invincibile Armata Spagnola. Inoltre l’opera risulta iscritta nello Stationers’ Register il 1 dicembre 1595. Poiché le cronache e i resoconti a stampa relativi alla grande vittoria inglese sull’armata spagnola (cui si accenna nel dramma) apparvero per lo più dopo il 1590 si può concludere che molto probabilmente l’opera fu scritta fra il  1590 e il 1594. Altri indizi, poi, consentono di restringere ulteriormente gli estremi temporali compositivi dell’opera. Infatti, le prime rappresentazioni non portano né il nome dell’autore  né quello della compagnia teatrale. Ma mentre era abbastanza frequente l’omissione del  nome dell’autore, era rara l’omissione di quello della compagnia teatrale. Soltanto nel periodo della peste del 1592-1594 capitava spesso che anche il nome della compagnia teatrale non venisse menzionato, in quanto le compagnie si formavano e scioglievano molto rapidamente. Molto probabilmente la compagnia che mise in scena per prima The Reigne of King Edward the Third  fu quella dei Lord Pembroke’s Men in quanto l’unica del tempo in grado di mettere in scena un articolato dramma storico e con la quale Shakespeare stesso, inoltre, collaborò diverse volte. E poiché i Pembroke’s Men risultano essere stati molto attivi a Londra e provincia nel biennio 1592-93, si stima il 1592 come l’anno più probabile della stesura dell’opera.

Il testo del dramma ci è pervenuto attraverso due edizioni stampate in-quarto[7] dallo stesso editore Cuthbert Burby (il medesimo che l’aveva iscritta nel Registro nel 1595): la prima del 1596, che probabilmente fu redatta dal manoscritto originale, e la seconda del 1599, che è una revisione della prima edizione fatta su questa stessa e non sul testo autorale. Soltanto dopo circa due secoli, nel 1760, si è avuta una terza edizione a cura di Edward Capell, Prolusions; or select pieces of Antient Poetry, Tonson, 1760, che  ha modernizzato l’ortografia e suddiviso il dramma in atti e scene. Nelle successive edizioni Oxford curate da William Montgomery nel 2005 e da Rory Loughnane nel 2016, il dramma non presenta, invece, suddivisioni in atti, ma solo in scene, come nelle prime edizioni.[8]

La prima traduzione italiana è stata fatta nel 1991 da Giorgio Melchiori nel volume III, I drammi storici, della sua edizione delle opere di Shakespeare in 9 volumi: Teatro completo di William Shakespeare, Milano, Mondadori, 1976-91   . Ad essa è seguita una seconda traduzione in italiano contenuta nel volume III di Tutte le Opere di William Shakespeare (pp. 1119-1341) curate da Franco Marenco e pubblicate da Bompiani nel novembre 2017: testo inglese a cura di William Montgomery, nota introduttiva, traduzione e note di Michele Stanco.

Se ci vollero due secoli prima di ripubblicare The Reigne of King Edward the Third , son dovuti trascorrere oltre tre secoli per riportare in scena il dramma attribuito a Shakespeare: nel 1911 in forma molto ridotta, all’interno della produzione della Elizabethan Stage Society, nel Little Theatre di Londra, con il titolo  The King and the Countess, per la regia di Gertrude Kingston e di William Poel. Nel 1963, l’opera ritorna alla ribalta non in teatro, bensì negli studi televisivi del terzo programma della BBC, in una versione più ampia ma non ancora integrale, per la regia di Raymond Raikes. Dopo alcune rappresentazioni ancora parziali, finalmente nel 1987 si poté assistere alla sua prima rappresentazione integrale moderna,  nel centro artistico gallese Theatr Clwyd, per la regia di Toby Robertson, con la collaborazione del critico shakespeariano Richard Proudfoot e dello scrittore Jeremy Brooks. Nel 2001 l’opera fu rappresentata in California al Pacific Repertory Theatre a Carmel, per la regia di Stephen Moorer, rimanendo sulle scene per quattro stagioni consecutive fino al 2004. L’ultima grande rappresentazione è senza dubbio quella del 2002, ad opera della Royal Shakespeare Company, allo Swan Theatre a Stratford-on-Avon, per la regia di Anthony Clark.

 

Ma vediamo qual è il contenuto dell’opera originale di Shakespeare, che nelle prime edizioni e anche in quelle critiche oxfordiane è suddiviso soltanto in scene.[9]

Il periodo storico trattato è quello della prima fase della Guerra dei Cent’anni: 1337-56. Il dramma si apre con il riferimento alla causa pretestuosa della guerra: la rivendicazione del diritto al trono di Francia da parte di Edoardo III, escluso dal trono francese in base alla legge salica, che non contemplava la discendenza femminile, essendo Edoardo III figlio di Isabella sorella di Carlo IV ultimo re di Francia considerato legittimo. Dopo la morte di Carlo IV salgono al trono di Francia Filippo VI, nipote di Filippo III, e dopo di lui il figlio Giovanni II ai quali Edoardo III contesta il trono. Alla guerra contro la Francia si aggiungono le ostilità contro la Scozia, il cui re Davide II ha invaso le città di confine, assediando la contessa di Salisbury nel castello di Roxborough. Edoardo III interviene, mettendo in fuga gli scozzesi e liberando la contessa, dalla cui bellezza rimane folgorato. Invaghitosene, la sottopone a una pressante corte ricattatoria: quale ricompensa per averla salvata, esige da lei un amore incondizionato, esclusivo ed eterno. La contessa, decisa a porre fine a tali pressanti pretese, escogita un ingegnoso stratagemma: acconsente alla richiesta di eliminare il marito, a condizione, però, che pure Edoardo III uccida per primo la moglie Philippa di Hainault. Il re, ormai pazzo d’amore per lei, accetta la controproposta. A questo punto, la contessa, non vedendo altra via d’uscita, minaccia di uccidersi se egli non recederà da tali propositi. Edoardo, allora, vista l’impossibilità di avere il suo amore, smette di perseguitarla. In seguito, ormai vecchio, stanco e vedovo, Edoardo stesso cadrà vittima di pressioni e soprusi da parte di una giovane donna avida e corrotta, Alice Perrers, divenuta sua amante subito dopo la morte della moglie.

 

 

Rinunciato ai suoi vani tentativi di corteggiamento della contessa di Salisbury, Edoardo torna a dedicarsi interamente ai suoi doveri di monarca, predisponendo le successive operazioni via mare della guerra. Gli inglesi sconfiggono i francesi nella prima grande battaglia della Guerra dei Cent’anni a Sluys, sul mare, il 24 giugno 1340 e poi nella battaglia di Crécy il 26 agosto 1346. L’avvenimento storico più importante che caratterizza il regno di Edoardo III è sicuramente l’assedio di Calais del 1346, e di esso viene soprattutto narrato nell’opera.[10] Edoardo III prende vittoriosamente possesso della città ed è raggiunto dalla regina Filippa, che in tal modo si riconcilia con lui. La vittoria inglese sui francesi è coronata anche  da quella sugli scozzesi: a Edoardo III viene consegnato il re Davide II di Scozia. Il figlio di Edoardo III, il Principe di Galles detto il Principe Nero riporta una strepitosa vittoria sui francesi a Poitiers nel 1356. Il re Giovanni II di Francia viene catturato e condotto in Inghilterra come prigioniero, realizzandosi, in tal modo, anche la terza parte di una profezia: il re di Francia calcherà il suolo inglese, non però da conquistatore, bensì da prigioniero. Il dramma si chiude con l’auspicio del Principe di Galles che le grandi imprese militari di cui si è reso protagonista possano essere emulate dalle generazioni future.

Quando Alberto Macchi, incuriosito dall’esistenza fortuitamente scoperta di questa opera shakespeariana quasi dimenticata, si apprestò a tradurla nel 2015, non era certamente il primo a cimentarsi nella sua traduzione in italiano. La centenaria assenza dell’opera nel canone shakespeariano ha certamente fatto ignorare a Macchi l’esistenza della sua traduzione italiana ad opera di Melchiori del 1991. Il Regista ha avuto la sensazione di trovarsi (come in effetti è) di fronte a un’opera di Shakespeare “dimenticata”. Pertanto, pensando che non esistesse alcuna traduzione italiana, spinto dall’entusiasmo della “scoperta”,  non ha esitato a tentare di tradurla,  con lo scopo di impossessarsi rapidamente del suo contenuto, che forse avrebbe potuto fornirgli il materiale per una sua riedizione teatrale in Italia, dove non gli risultava fosse stata mai rappresentata.  Così è stato: nel 2017 Alberto Macchi lavora a quel “capriccio teatrale” – come lui stesso la definisce – della riduzione dell’opera shakespeariana “dimenticata” in un unico atto e due tempi dal titolo Edoardo III, che viene messa in scena al Teatro Duse di Roma nei giorni 14, 15 e 16 giugno 2019. L’evento è una pietra miliare del teatro shakespeariano in Italia, poiché si tratta della prima rappresentazione teatrale in italiano di The Reigne of King Edward the Third, sia pure in una forma ridotta e con le varianti che giustificano il sottotitolo di capriccio teatrale. L’evento è stato organizzato dall’Associazione Culturale “Arte e Scienza” di cui il regista  Alberto Macchi e gran parte della compagnia teatrale sono soci. L’Edoardo III di Macchi si presenta subito con una particolarità assoluta: l’interprete di re Edoardo III si chiama lui stesso Edoardo Terzo!  Gli altri interpreti sono: Philippa di Hainault (moglie di re Edoardo III) : Giuseppina Terzo (moglie dell’attore Edoardo Terzo!); Contessa di Salisbury (amante del re): Isabella De Paz; Audley (messaggera): Luisa Pennisi; Messer Pedante (poeta di Corte): Stefano Tamburello; Artois (menestrello): Sergio Pennisi ; Mortimer (servitore del re): Giuseppe Castelluzzo. Voci fuori campo: Mauro Bisso e Elwira Romańczuk (cortigiani). Le musiche sono state tutte composte e interpretate da Edoardo Terzo che ha anche affiancato Alberto Macchi nella regia. La scenografia e i costumi sono stati sapientemente curati da Luisa Pennisi. Maestro di luci e suoni: Enrico Marcacci. Magistrali le performance di tutti gli interpreti con un particolare elogio a Edoardo Terzo per i suoi molteplici ruoli di aiuto regista, attore, compositore delle musiche e cantante.

La riduzione teatrale di Macchi ha avuto il grande merito di proporre questa opera di  Shakespeare dimenticata per secoli, all’attenzione del pubblico italiano, non essendo mai stata rappresentata in Italia. Molto sapiente l’idea di sintetizzare all’apertura le vicende storiche che sottendono all’opera, con una lettura da parte della messaggera (interpretata dalla brava Luisa Pennisi) lasciando quindi alla rappresentazione scenica la parte principale costituita dall’intrigo amoroso fra Edoardo III e la Contessa di Salisbury. Questa doppia possibilità di interpretazione dell’opera è insita nella stessa struttura dell’originale, adatto sia al reading sia alla messa in scena.

Le musiche sono state sapientemente calibrate per le occasioni: classiche e rievocanti l’atmosfera medioevale quelle interpretate dal menestrello (interpretato dal virtuoso Sergio Pennisi), canzoni quelle interpretate da Edoardo III per commentare musicalmente le angosce e gioie del suo sfortunato corteggiamento. Ma poi il finale gioioso e festoso, interpretato con balli e canti di tutti i personaggi in scena, sottolinea il lieto fine dell’opera che, come detto, è in realtà una commedia storica.

La speranza che accende la felice e gradevole riduzione scenica di Alberto Macchi è che l’Edoardo III possa riempire le sale dei teatri italiani in una versione integrale, che sappia valorizzare i momenti di alta poesia e riflessione filosofica tipici dell’arte di Shakespear presenti in questa opera ingiustamente così a lungo esclusa dal canone shakespeariano.

 

[1] A volte scritto anche Raigne.

[2] Filippo IV il Bello (re di Francia dal 1285 al 1314) ebbe sette figli: Margherita, Luigi X  (re di Francia dal 1314 al 1316)), Bianca, Filippo V (re di Francia dal 1316 al 1322), Isabella che sposò il re d’Inghilterra Edoardo II, Carlo IV (re di Francia dal 1322 al 1328), Roberto.

[3] I riferimenti sono tutti relativi alla traduzione italiana di The Reigne of King Edward the Third ad opera di Michele Stanco contenuta in Franco Marenco (cur.),  Tutte le Opere di William Shakespeare. Volume terzo. I drammi storici, Milano, Bompiani, 2017.

[4] Allude a Carlo IV, terzo genito di Filippo VI il Bello, non riconoscendo l’attuale re Giovanni II di Valois.

[5] Si sono fatti i nomi di: Christopher  Marlowe, George Peele, Robert Greene, Thomas Kyd.

[6] Giorgio Melchiori, Shakespeare. Genesi e struttura delle opere, Roma-Bari, Laterza, 1994.

[7] L’In-quarto è un formato tipografico dei libri. Un libro è formato da più fascicoli. In questo caso il fascicolo è formato da un foglio che viene diviso a metà prima lungo il lato minore e poi lungo quello maggiore : il foglio iniziale da cui viene ricavato il fascicolo risulta così diviso in 4 parti (da cui il nome) e 8 pagine.

[8] Altre edizioni in lingua inglese: C. F. Tucker Brooke,  in The Shakespeare Apocrypha, Oxford, 1908; F. Lapides, The Raigne of King Edward the Third. A Critical, Old-Spelling Edition, Garland, 1980; E. Sams, Yale, 1996; G. Melchiori, King Edward III, Cambridge, 1998; W. Montgomery, in Complete Works, a cura di S. Wells e G. Taylor), Oxford, 2005; J. Bate Ed E. Rasmussen, in Collaborative Play, Palgrave Macmillan, 2013; W. Loughnane in The New Oxford Shakespeare. The Complete Works, a cura di  G. Taylor, J. Jowett, T. Bourus, G. Egan, Oxford, 2016.

[9] Per dettagliate notizie sulle possibili datazioni, fonti, edizioni, rappresentazioni e sul contenuto dell’opera si rimanda alla Nota Introduttiva di Michele Stanco in Franco Marenco (cur.),  Tutte le Opere di William Shakespeare…. Op. cit.

[10] L’assedio di Calais sarà il tema di numerosi successivi lavori teatrali  e opere liriche: il dramma Le Siège de Calais (1765) di Pierre Du Belloy; il melodramma Eustache de St. Pierre, ou Le Siège de Calais (1822) di Philippe-Jaques Laroche, conosciuto con lo pseudonimo di Hubert; il dramma teatrale L’assedio di Calais (1825) di Luigi Marchionni; il balletto Edoardo III ovvero l’assedio di Calais (1827), di Luigi Henry; il melodramma semiserio Gianni da Calais (1828) di Domenico Gilardoni. Infine anche Gaetano Donizzetti il 19 novembre 1836 al Teatro San Carlo di Napoli, con il libretto di Salvatore Cammarano, metterà in scena il melodramma L’assedio di Calais.

 

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