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Tradizione e creatività

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Tradizione e creatività

14 Novembre
15:31 2013

È opportuno fare un chiarimento del concetto “creatività”, spesso vista come sinonimo di estemporaneità, trasgressione e bizzarria. Al contrario, conoscendo l’origine della parola, scopriamo e apprezziamo il significato reale: etimologicamente dal greco “kraino” creo, produco, compio, “krantor “e “kreion” è il dominatore o propriamente colui che fa, che crea. Il termine “creatività” quindi, acquisisce il significato di un fare che produce, e soprattutto uno ‘stile di pensiero’ che permette alla persona di esprimere se stessa all’interno di un contesto culturale di cui assume consapevolezza, con l’intento di migliorarlo, innovandolo. Uno degli equivoci più frequenti è considerare la creatività privilegio di pochi o privilegio solo di alcune discipline, ritenendo che i contenuti dell’insegnamento della religione cattolica sono definiti e blindati da non permettere nessuna elaborazione creativa. In realtà dietro ogni atto creativo c’è un lavoro sistematico di raccolta, selezione e consolidamento delle informazioni che vengono poi lette da prospettive inusuali, con l’obiettivo di trovare soluzioni innovative ed efficaci, tenendo salde le verità di fede.
Condivido e attualizzo nella didattica la definizione di Henri Poincaré: «Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili.» Osservare, imparare a farsi domande, confrontare, cercare connessioni e rischiare nuove percorsi sono tutte tappe di un cammino che si può apprendere. Essenziale è all’origine di ogni atto creativo, come scrive Antoine De Saint-Exupery nel suo libro Il Piccolo Principe, avere occhi nuovi per osservare qualcosa che guardiamo ogni giorno distrattamente.
L’idea condivisa con la mia collega di religione prevedeva la realizzazione di un calendario con le edicole mariane e successivamente si sarebbe realizzato un affresco, con la tecnica di Michelangelo, della Madonna della Speranza, l’edicola più antica del paese. L’organizzazione scolastica, però, non lasciava possibilità allo sviluppo del progetto ma… l’entusiasmo che avevo visto negli occhi degli alunni quando avevo annunciato il lavoro non poteva essere disatteso. Quindi… realizzato il disegno della Madonna, a grandezza originale, su carta da spolvero, si sono coinvolti gli alunni più piccoli per ‘bucarne’ i contorni. Intanto, tornato il lavoro in sede, con i più grandi si è organizzato un laboratorio ricco di: telo di plastica, tavola di legno, tela di lino, gesso, carta vetrata, chiodini, polvere di gesso, matite colorate, foto del modello, pigmenti colorati, color oro, acqua, ciotola, piatto, pennelli e straccio e come ha detto il mio alunno Lorenzo, infine… «tante mani operanti e tanta buona volontà.»
Abbiamo preso una tavola di legno con una cornice che ne rifiniva i bordi, sul tutto si è stesa una tela di lino imbevuta di colla; dopo aver atteso che si fosse asciugata, gli alunni di un’altra classe, hanno passato uno strato sottile di gesso (non potendo, per la sicurezza dei nostri bambini usare la calce o intonaco) e poi con la carta vetrata si è rasato il tutto. Nelle settimane successive tutti gli alunni erano pieni di entusiasmo perché si ispiravano a Michelangelo per realizzare l’affresco. Riflettendoci ora posso affermare che non fosse semplice entusiasmo, ma la presa di coscienza del valore del nostro lavoro. Sicuramente la prima spinta alla motivazione dell’alunno proviene dalla nostra motivazione.
Dopo aver ridotto in polvere alcuni gessetti eravamo pronti per la fase dello ‘spolvero’ in cui la polvere dei gessetti passa attraverso i buchini e il disegno prende forma sulla tavola, un momento speciale in cui gli alunni presenti trattenevano il respiro per non far spostare la polvere che delineava già il primo abbozzo del disegno. Mancava l’ultimo passaggio prima del colore: fare bene i contorni del disegno. E tutto si colorò… pennellata dopo pennellata l’affresco prese forma ‘riempiendosi’ di colori, brillanti e pieni di significato. Gli alunni in questa fase del lavoro hanno scoperto il valore del colore nell’arte sacra. Importante nell’iconografia sacra è il colore non soltanto per l’armonia e quei toni che fanno avvicinare il soggetto al fedele rendendolo ‘immagine spirituale’, ma anche per il simbolismo. Già nel linguaggio comune l’uomo ha attribuito al colore un significato simbolico come ad esempio il bianco è simbolo della purezza, il nero fa pensare alla notte e alla mancanza di luce, o il rosso ci ricorda il sangue e quindi la vita.
I maestri del passato si sono tramandati per secoli, sia oralmente nei laboratori che tramite scritti, ricette e modi per preparare i colori. Oggi i colori si trovano in commercio in pigmenti senza fare viaggi lunghissimi per reperire dei colori che non troveremo mai in Italia. Di blu se ne conoscevano diversi tipi, Michelangelo usava il lapislazzuli, di qualità superiore. Il nome “blu oltremare” deriva dal fatto che il lapislazzuli veniva estratto principalmente in Oriente e dai porti del vicino oriente arrivava in Europa; da qui oltremare. Il blu è simbolo della vita divina, del mistero, della trascendenza in rapporto a tutto ciò che è terrestre, sensibile. Tra tutti i colori l’irradiamento del blu è il più spirituale. Nell’arte sacra troviamo il blu nel manto del Cristo Pantocratore come pure nel manto della Vergine Maria.
Molte sono state le domande che gli alunni attraverso le diverse fasi di lavoro si sono posti, e da queste a volte singolarmente e volte assieme ai compagni hanno cercato “l’oltre”… l’oltre delle stesse conoscenze, delle informazioni che conduce a domande di senso e di valore. In questo contesto culturale che cambia e si trasforma continuamente il ruolo dell’insegnante è delicatissimo poiché accompagna i propri alunni nella crescita educativa e culturale, facendo crescere in loro il desiderio di apprendere, sperimentando, condividendo e spronando ogni alunno nello sviluppo delle proprie capacità.

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