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Un nota sull’accumulazione editoriale

Maggio 19
00:00 2012

Ormai il grosso degli editori ha davvero una faccia tosta. Spiegando perché il colosso editoriale Macmillan preferisce difendersi davanti al giudice dall’accusa del Dipartimento di Giustizia USA, dice, attraverso il suo amministratore delegato John Sargent, che l’abbassamento dei prezzi di Amazon «avrebbe un impatto molto negativo a lungo termine su coloro che vendono libri per vivere» (secondo quanto riferisce il Wall Street Journal del 12 aprile scorso). Non su chi i testi li crea per davvero – non sugli scrittori, non sui traduttori, che vengono sfruttati dall’editoria in nome di un diritto che dovrebbe essere solo degli autori – ma di «chi vende libri». Paradossale, ma vero: questa è la mentalità del professionismo editoriale, a prescindere dalla professionalità.

È diventata talmente un’ovvietà per il sistema editoriale sfruttare gli autori (farsi comprare copie, pagare soldi, dargli percentuali di vendita irrisorie, paghe striminzite ecc.) che basta che aprano bocca per rendersi conto che, se di profitto si deve parlare, a rimetterci è chi fa mercato, non chi sgobba per documentarsi e scrivere. Vediamo cosa racconteranno al giudice la Apple, Macmillan e Penguin Group quando dovranno spiegare come mai facevano riunioni segrete nel cuore di New York contro Amazon per tenere altissimo il prezzo degli e-book e far soldi a basso costo alla faccia dei consumatori, così come ha denunciato l’Amministrazione Obama. Mi sa tanto che al giudice questa storiella delle anime belle non piacerà molto. (Sull’antefatto, leggi in mio articolo «Il governo Obama contro Apple e i grandi colossi editoriali», pubblicato in questo numero). Fagocitatori, accumulatori, acquirenti. Chiamateli come preferite, per metafora o in forma astratta, il concetto di fondo non cambia: l’indipendenza in editoria si sta assottigliando in maniera spaventosa, mettendo a rischio la democrazia americana, la quale, se da un lato è basata sull’amore per il profitto economico, dall’altra è fondata sull’aperta competizione e sulla diffusione di idee contrastanti e dialogiche che una condizione di accentramento editoriale esclude strutturalmente a danno sia del libero pensiero, sia dello sviluppo estetico, tecnologico ed imprenditoriale. Gli editori che erano nati nell’Ottocento per sostenere la democrazia e le libertà civili hanno ormai perduto il loro spirito di indipendenza e la ragione per cui erano nati. I prestigiosi editori inglesi e americani, quelli che una volta erano gruppi piccoli e pubblicavano autori oggi divenuti classici, sono ormai finiti nelle mani di pochi colossi. Solo Hachette Book Group USA, per fare un esempio, ha assorbito una ventina di marchi editoriali, tra cui la prestigiosa Little, Brown and Company, che a metà dell’Ottocento pubblicava il poeta romantico William Wordsworth. La multinazionale Macmillan di Georg von Holtzbrinck, che ha i suoi quartier generali in Germania, conta più di venti marchi editoriali solo in America, tra cui Farrar, Straus and Giroux e Faber & Faber, Picador e pubblica le riviste Nature e Scientific American. Gli altri sono più o meno dello stesso ordine di grandezza.

Gli editori indipendenti si trovano sempre più ad esser di nicchia, con mille difficoltà per il loro sostentamento e la visibilità dei loro autori, mentre i grossi marchi difendono sempre meno gli autori di qualità, mettendoli in catalogo con troppi autori di cassetta al punto da disorientare il lettore vorace ma naïf.

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