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UN SINODO PER TUTTI

Ottobre 16
14:16 2021

     Chi segue, sia pur saltuariamente, le vicende socio-ecclesiali, e quindi non solo i credenti e/o i praticanti, certamente avrà in questi tempi, sentito parlare di sinodo. Con questo termine – che, in greco ed in latino (synodus) è declinato al femminile (la sinodo) – più che un momento temporaneo di incontro, si vuole indicare più spesso, l’uso proprio di esso, cioè il camminare-insieme.

     Non per niente il papa ha messo in guardia a che il sinodo non sia una “convention” ecclesiale, un convegno di studi o un congresso politico, perché non sia un parlamento, ma un evento di grazia, un processo di guarigione condotto dallo Spirito (10 ottobre 2021). Aprendo il percorso sinodale, Francesco ha pertanto affermato: iniziamo con il chiederci tutti – Papa, vescovi, sacerdoti, religiose e religiosi, sorelle e fratelli laici –: noi, comunità cristiana, incarniamo lo stile di Dio, che cammina nella storia e condivide le vicende dell’umanità? Siamo disposti all’avventura del cammino o, timorosi delle incognite, preferiamo rifugiarci nelle scuse del “non serve” o del “si è sempre fatto così”? Fare Sinodo significa camminare sulla stessa strada, camminare insieme. Guardiamo a Gesù, che sulla strada dapprima incontra l’uomo ricco, poi ascolta le sue domande e infine lo aiuta a discernere che cosa fare per avere la vita eterna. Incontrare, ascoltare, discernere”.

    Ma sottostante queste affermazioni di Francesco, vi è un desiderio e una esortazione forte per una chiesa ‘in uscita’, e non, nel suo complesso, rintanata nelle sicurezze delle conventicole e degli egoismi particolaristici.

     In un suo libro Ghislain Lafont (un benedettino recentemente scomparso a 93 anni), scriveva sulla necessità di una Chiesa che accompagni con discrezione gli uomini e le donne del nostro tempo e sia abbastanza umile da accettare di imparare da loro. Una Chiesa in comunione critica con il mondo attuale piuttosto che in opposizione a esso. Una Chiesa impegnata nella coraggiosa riforma di istituzioni antiquate (‘L’Eglise en travail de reforme’, Cerf, 2011).

Ed ancora Lafont, scriveva :  « il modello del potere, sacro e gerarchico, continua a servire da riferimento nonostante non corrisponda più all’esperienza umana dei cristiani, né alla loro speranza per il vangelo (‘Un cattolicesimo diverso’, EDB, 2019).

     In questa prospettiva anche il sinodo diocesano tuscolano dovrà necessariamente impegnarsi a dialogare ‘dal basso’, se non vuole ripresentare la solita inutile formalità le cui conclusioni si daranno per scontate e già…attuate! Il che non sarebbe proprio la dimostrazione di una pastorale che voglia ripartire dalla ‘gioia del vangelo’ (Evangelii gaudium).

    Per questo la nostra diocesi, oltre a ‘reinventare’ luoghi e modalità adeguati per l’ascolto e la partecipazione, avrà anche bisogno di uno strumento che informi (e sia anche al servizio del sinodo), perché – senza finti ossequi – occorre pur rilevare ad esempio che il sito della diocesi (di cui ci si invita continuamente a collegarsi, affermando pure che è seguito da ‘migliaia’ -sic- di persone!), da anni è utile solo alla calendarizzazione di appuntamenti catechistici nella speranza di indottrinare qualche ulteriore adepto oltre la cerchia dei soliti ‘affezionati’ (e chiamiamoli così), ma non serve anche alla informazione di base per una comunità cristiana che possa essere aiutata a discernere e a condividere problemi e difficoltà ma anche speranze ed eventuali ‘risultati’ di un cammino che sia veramente comunitario, e non indirizzato formalmente a tutti ma in realtà seguito  da pochi e su cui mai si è  fatta  una verifica. Naturalmente sia per la formazione che per l’informazione occorre essere nel mondo anche servendosi degli strumenti ‘del mondo’. Per questo si rimane perplessi quando qualche presbitero, poco tempo fa, per rispondere – a nome del vescovo – ad un gruppo di fedeli, ha voluto sottolineare che si possono anche inviare riflessioni sui giornali ‘laici’ del nostro territorio, ma non sono certo un ‘organo di stampa della Diocesi di Frascati’! Ma qui allora nascono due interrogativi. Il primo: perché da un quindicennio non è stato più ripristinato un bollettino diocesano (o una ‘pagina’ su Avvenire della domenica, come avviene per diverse diocesi del Lazio)? e il secondo interrogativo: come mai anche il vescovo manda spesso i suoi pezzi di ‘propaganda’ catechistica sui ‘laici’ giornali locali? Insomma, mi sembra perlomeno evidente una certa contraddizione anche dentro la curia diocesana! Ma riprendiamo col sinodo.

     Le tre tappe che ha indicato il papa aprendo ufficialmente il Sinodo, sono quelle dei tre livelli: diocesano, nazionale, e infine ‘mondiale’ (con i vescovi del mondo). La preoccupazione è quella che, nell’itinerario di queste tappe, non si perda – cammin facendo – quanto di più genuino possa esprimersi nella prima tappa, quella diocesana, per annacquare problemi e richieste, ed anche nel sopravvalutare solo quegli aspetti comunque positivi che certamente emergeranno; la conseguenza sarebbe quella di riclericalizzare il tutto.

     C’è pertanto un interrogativo di fondo che occorre giustamente valutare, come ha messo recentemente in evidenza il sociologo Diotallevi: “la Chiesa si limiterà a rispecchiare passivamente le differenze che frammentano la società e la cultura? Si lascerà colonizzare e dividere dalle linee di frattura della politica o saprà produrre un dibattito originale tra orientamenti diversi e in competizione tra loro, ma originali? (‘Il Messaggero’, 10 ottobre 2021).

     E’ noto come alla prospettiva dialogica siano stati posti da troppo tempo diversi ostacoli ed ancora se ne porranno, perché la chiesa – soprattutto in Italia almeno dal 1978, e ‘seppellendo’ tematiche e prassi del Convegno ecclesiale del 1976 su ‘evangelizzazione e promozione umana’– ha preferito ignorare la dinamica innestata dal Concilio (di cui nel prossimo anno ricorreranno i sessanta anni dalla sua indizione), preferendo richiudersi nella routine della prassi sacramentale, dei tradizionalismi e nel plauso a Movimenti per lo più autogratificanti ma sempre sul proscenio del presenzialismo; così come l’ordinazione di tanti ministri dell’Eucarestia e anche di qualche diacono non è stata sempre una valutazione di carismi laicali, ma spesso una clericalizzazione delle comunità cristiane, mentre non ha ancora avuto il ‘via libera’ quella, ad esempio, almeno diaconale, delle donne. I laici, sempre più emarginati ed in funzione prettamente esecutiva e strumentale non sono stati aiutati a diventare cristiani ‘adulti’, perché relegati il più delle volte ad esercitare funzioni ab intra nella parrocchia piuttosto che ad essere testimoni nel mondo, preferendo magari che anche l’attenzione ai poveri sia delegata alla…Caritas! Lo stesso papa Francesco, più volte si è scagliato contro il clericalismo mentre non ha tralasciato di rilevare il problema di fondo delle nostre chiese: «Molte volte siamo caduti nella tentazione di pensare che il laico impegna­to sia colui che lavora nelle opere della Chiesa e/o nelle cose della parrocchia o della diocesi e abbiamo riflettuto poco su come accompagnare un battezzato nella sua vita pubblica e quotidiana; su come, nella sua attività quotidiana, con le responsabilità che ha, s’impegna come cri­stiano nella vita pubblica».

     Papa Paolo VI diceva (1974): “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni. S. Pietro esprimeva bene ciò quando descriveva lo spettacolo di una vita casta e rispettosa che «conquista senza bisogno di parole quelli che si rifiutano di credere alla Parola». È dunque mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà innanzitutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità”.

    In questa prospettiva è necessario conoscere e mettere in comune obiettivamente problemi e difficoltà anche all’interno della diocesi tuscolana, senza nascondere le diversità di vedute, o anche di contrasto, ma in un costante confronto e dialogo alla luce della Parola, non nascondendosi dentro una falsa accezione della carità intesa a tutto sopire, troncare, troncare, sopire (Manzoni), in un irenismo da quieto vivere in poltrona-sofà.

 

 

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