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Uomini che uccidono (anche) le donne

Gennaio 14
23:00 2013

Il povero prete Piero disarma e allarma. È disarmante perché le sue argomentazioni sulla provocazione sono vecchie di almeno due o tre decenni – l’altra molto stagionata che forse gli è sfuggita (ma dobbiamo confessare di non aver letto direttamente e completamente il libello) è la classica «ma se stava a casa la sera non le succedeva niente»; è allarmante perché lui, in quanto prete, dovrebbe essere una guida spirituale; figuriamoci gli altri.

Alla rozzezza della analisi ‘pierana’ vorremmo opporre queste considerazioni di qualche tempo fa che si sforzano di non scivolare sulla superficie. “I fatti riportati dalla stampa con cadenza quasi quotidiana sono noti. Per una analisi diversa conviene sgombrare il campo dagli stereotipi, dagli archetipi e dalle leggende metropolitane. Niente uomo prevaricatore e donna approfittatrice, niente retaggi patriarcali e subalternità di necessità o di comodo, né donne civette e uomini cacciatori. Il sogno di normalità può diventare reale quando finirà la mimosa di un giorno che nasconde il bastone, materiale o psicologico, di tutto l’anno e, rispettivamente, lo stupido e atroce scimmiottamento di ‘muscolarità’ e maleducazione spacciate per emancipazione. Tutte queste argomentazioni ricorrenti hanno un loro fondamento ma spiegano solo parzialmente il problema. Gli uomini frequentemente reagiscono uccidendo perché la loro psicologia, al contrario delle apparenze, è più fragile di quella femminile. La donna, assimilabile alla terra perché da entrambe nasce la vita, è, per un verso, allenata a sopportare il dolore, fisico o psichico; peraltro, cosciente di questa sua funzione quasi divina, negata all’uomo, ha un atteggiamento psicologico più robusto e, soprattutto, elastico, in grado di trovare più facilmente una soluzione di fronte alle avversità, anche gravissime, nelle quali ci si imbatte nel corso della vita. La forma mentale maschile è spesso elementare e schematica e sopporta male lo stress e gli ostacoli improvvisi. Si aggiunga che nel gioco dei “ruoli”, a volte studiati seriamente dalla psicologia, a volte superficialmente richiamati dai media, alla donna non è richiesto quel massimo che convenzionalmente si richiede all’uomo in virtù di visioni ormai smentite da ogni recente statistica o semplice constatazione (la donna, da qualche lustro, surclassa l’altro sesso negli studi, nell’apprendimento di altre discipline di ogni tipo, nel lavoro, anche imprenditoriale, e perfino nella politica, anche se ne viene tenuta lontana da cariatidi indistruttibili). Ecco che l’uomo, di fronte alla prova pesante (perdita del rapporto d’amore o del lavoro ecc …), reagisce in maniera inconsulta e violenta arrivando ad uccidere e ad uccidersi. Dunque non è, o non è soltanto, una questione di violenza contro la donna; la vittima è, molto spesso, il datore di lavoro, l’antagonista sportivo o di parcheggio; quando è un imprenditore a perdere il lavoro, accade il suicidio. Sembra perciò che l’uomo sia molto più esposto a questo ‘rischio’ di violenza proprio a causa della sua struttura psicologica e della percezione di inadeguatezza in talune fasi critiche, mentre la donna appare dotata di frizioni, alternative, o vie di fuga. D’altra parte non si può sottacere anche un altro aspetto: la diversità, nei due sessi, riguardo alla sensibilità o emotività. Anche qui l’ovvio sembra rovesciato; la donna nell’abbandono o nella commozione conserva un migliore controllo, non perdendo mai di vista un quadro generale o una soluzione di ripiego; più spesso l’uomo si lascia travolgere dalle emozioni o dalla propria sensibilità, malamente dissimulata, con risultati concreti, anche verso se stesso, disastrosi (verificare l’alta percentuale maschile, in certe sale cinematografiche, di raucedini o congiuntiviti!). Il quadro pare giustificare l’assunto iniziale. Se così non fosse queste considerazioni potrebbero almeno servire da spunti critici per una rivisitazione di tutta la materia, certamente vasta e complessa.
Per quanto riguarda, invece, l’altro tema, spesso trattato dagli organi di informazione, degli “uomini che odiano le donne”, occorrerebbe ben altro spazio e, forse, sottigliezza per scoprirne le cause, le ‘giustificazioni’, le prospettive di soluzione. Anzi, servirebbe soprattutto un esercizio, estremo e reciproco, di sincerità.” Infatti si può tranquillamente affermare che non esistono, soprattutto nei tempi che viviamo, categorie umane riferibili solo al maschio o alla femmina. Furberie, calcoli, provocazioni o vessazioni, mancanze di rispetto e possessività sono diffuse indifferentemente nei due sessi.
La differenza sta nella risoluzione psicologica dei ‘confronti-controversie’. La donna quasi sempre sa gestirli razionalmente, magari con grande sofferenza; l’uomo più facilmente scansa il proprio dolore con comportamenti irrazionali e violenti. Come in tanti altri aspetti sociali contemporanei, alla soluzione si arriva solo per via cultural-educativa, generale e specifica; una via non breve, ma occorre partire subito con una rivoluzione concettuale che sia spalmata dappertutto, dalla Scuola alla televisione, passando per tutti gli altri campi ivi compresi Chiesa, sport, politica … Se poi anche il Santo Padre si scoprisse rivoluzionario e battesse di più sulla dignità, l’uguaglianza ed il rispetto di “ogni” pecorella, anziché paventare disastri dalle diversità, saremmo a cavallo e potremmo bruciare le tappe.

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