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Vivere e morire da clandestino

Settembre 21
13:06 2009

Le condizioni igieniche sono terribili e chi non è già malato quando entra in carcere, si ammala ben presto. Il cibo è fetido e spesso contiene vermi e mosche morte. Se però un detenuto protesta, viene legato con manette e nastro adesivo e riempito di botte. Anche le donne vengono punite con percosse e non possono protestare o la dose di violenza viene raddoppiata. Uguale sorte spetta ai malati che chiedono le medicine necessarie a curarsi”. Il ragazzo stringe i pugni per non piangere di rabbia e disperazione. “Noi eritrei, noi africani siamo sfortunati, perché a casa non possiamo vivere. Se sapete cosa sono la fame e la sete, non potete immaginare lo stesso cosa significhi fame e sete nel nostro Paese, dove vedete i bambini diventare scheletri e morire, ma non si può fare niente per aiutarli. Potete solo pregare, ma non potete fare niente perché non c’è niente. Anche quando arrivano aiuti umanitari, alla gente non arriva niente e nessuno può possedere niente, perché vengono a portartelo via e la vita non vale niente”. Un altro giovane eritreo, magrissimo, continua: “Quando non c’è nessuna speranza, allora una persona affronta anche il viaggio più pericoloso e se può porta con sé la sua famiglia, perché restare vuol dire morire. Quando saliamo su un battello sappiamo che le nostre possibilità sono minime. Ci batte il cuore ogni volta che un’onda ci solleva e ci sentiamo sul punto di rovesciarci. Sappiamo che nessuno ci aiuterà, perché ognuno di noi ha udito i racconti dei sopravvissuti a una delle tante traversate ed è consapevole di quello che accade, in mare, fra la costa libica e quella italiana. I malati, i bambini e i più deboli sono quelli che si arrendono per primi e muoiono assetati, affamati, senza forze. Chi sopravvive, allora, getta in mare i loro corpi, dopo una breve preghiera. I padri e le madri gettano in mare i cadaveri dei figli, i mariti delle mogli, le mogli dei mariti. E mentre la nostra gente muore, le navi e i pescherecci si avvicinano, gli equipaggi ci guardano, ma non ci aiutano”. Un rappresentante dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, comunicando con gli attivisti EveryOne, commenta così: “E’ vero, quella del mancato soccorso è una brutta e purtroppo vecchia storia. Sappiamo bene che è già accaduto e che tutto poi si è risolto nella più totale impunità. Spero che questa volta si indaghi più a fondo e si faccia chiarezza. Altrimenti passerà il principio che il Mediterraneo è una sorta di terra di nessuno, un far west dove non si risponde dei crimini che si commettono”.

Su www.everyonegroup.com nuove cronache da un’Italia monocroma in cui tentiamo – cercando di non disperare nonostante la “caduta” generale – di salvare vite umane, ideali civili e valori per i nostri giovani

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