Studio sulle aree boschive del Parco dei Castelli Romani rivela il 20% di tagli in soli 9 anni
Il dottor Corrado Alessandrini, PhD presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli Studi di Milano, ha condotto una ricerca basata su dati satellitari che è sintetizzata su mappa e grafico allegati.
Dal 2017 al 2025 (9 anni) sono stati “ceduati” oltre 18 milioni di metri quadrati di territorio all’interno degli 88 milioni di metri quadrati di boschi di competenza dell’Ente Parco (incluse aree protette ZIC/ZPS, come l’Artemisio a Velletri).
Ciò significa che oltre il 20% dei “nostri” alberi — castagni ma non solo, anche pioppi, querce, lecci, noccioli ed altri — sono stati tagliati e portati via dalle ditte forestali, spesso svenduti dai comuni castellani e sempre autorizzati dall’Ente Parco.
Si tratta di almeno 1 milione e mezzo di alberi che non esistono più e che faranno sempre più fatica a ricrescere, se mai ci riusciranno e comunque dovranno passare come minimo i tempi di una generazione umana.
Abbiamo perso, in un parco protetto alle porte di Roma, una superficie equivalente a circa 3.000 campi da calcio, con tutte le conseguenze del caso: alterazione del microclima (che rende ad esempio le estati più fresche), compromissione del ciclo dell’acqua tramite la pompa biotica, aumento del dissesto idrogeologico, laterizzazione del terreno con scomparsa dello strato di humus superficiale (ci vogliono fino a 400 anni affinché la natura ricrei il suo primo, ricchissimo, centimetro), devastazione dell’habitat di decine di migliaia di animali e di piante.
I danni dell’applicazione di un’economia industriale su un’ecosistema naturale.
Il tasso di incremento dei boschi tagliati è pari a circa il 5% l’anno (studio del dott. Alessandrini), anche se i dati delle richieste di “nulla osta” per il 2024 (400 mila quadri) sono quasi il doppio dei tagli effettivamente compiuti (dati forniti dall’Ente Parco).
Il numero di richieste coincide di fatto con in numero di concessioni al taglio: cosa significa tutto ciò?
Banalmente, che ogni richiesta di taglio viene autorizzata dall’Ente Parco (dall’Albo Pretorio dell’Ente Parco).
Non risulta mai un rifiuto: al massimo vengono aggiunte prescrizioni, cioè ulteriori regole che le ditte boschive devono rispettare, ma che — per stessa ammissione degli enti — sono di difficile controllo per mancanza di personale specializzato.
Se tutte le richieste accettate dall’Ente Parco venissero poi messe in atto, la “ceduazione” provocherebbe un taglio completo di tutti gli alberi del Parco in soli 20 anni e non in 36.
Fortunatamente, a volte le aste comunali per il taglio non riscuotono successo tra le ditte boschive e quindi i tagli non vengono eseguiti, così come tra proprietari privati e ditte a volte non viene trovato l’accordo economico e vengono risparmiati, non per scelta di tutela ambientale, quasi la metà dei boschi di cui è stata richiesta e ottenuta la possibilità di taglio.
Ma di certo non si può sperare che il meccanismo del profitto si inceppi da solo, così da “graziare” per qualche anno ancora alcune aree ricche di patrimonio naturale.
Va immediatamente posta una MORATORIA su qualsiasi taglio boschivo, a partire dai terreni pubblici.
“Tanto ricresce”.
Come ? Quando ? Quanto ?
E i cosiddetti “benefici ecosistemici” li avremo nei prossimi vent’anni, mentre “ricresce” ?
E gli animali nel frattempo?
E i sentieri resi impercorribili perché devastati o interdetti durante i cantieri forestali?
E i nostri boschi sempre giovani, ecologicamente poco complessi, sempre fragili e impegnati a riparare i danni subiti dai tagli?
Tutto questo perché il “ceduo” è una pratica economica, non una pratica di “manutenzione del verde forestale”. Si esegue solo ed esclusivamente per guadagno, non c’entra nulla con il benessere del bosco.
I tempi dell’economia umana non sono i tempi della natura.
Eppure nel 1984 l’Ente Parco Regionale dei Castelli Romani fu fondato a furor di popolo per garantire la tutela di boschi e laghi, di natura e storia, di archeologia e identità locali.
I comuni svendono a 8–10 euro (lordi) ogni albero dai 14 anni di età in poi: basta dividere il prezzo delle aste di un ettaro di bosco per gli 800–1.000 alberi medi presenti per ettaro (dagli Albi Pretori di Rocca di Papa e Rocca Priora).
Ma quale è il prezzo che paghiamo noi e la natura nel suo complesso in un’epoca in cui si parla di transizione ecologica, riduzione di CO2, periodi di siccità sempre più ampi, dissesti idrogeologici che si portano via interi paesi, incrementi di temperatura insostenibili e crisi climatica globale ?
Non assisteremo inermi a questa devastazione. Per questo invitiamo tutti/e a condividere lo studio del dott. Alessandrini, a percorrere il più possibile i “nostri” sentieri — anche quelli distrutti dalle ruspe e dai TIR delle ditte boschive — e a documentare quanto sta avvenendo.
È ora che si esprimano anche le numerose associazioni del territorio dei Castelli Romani, affinché prendano posizione e costringano Ente Parco, Comuni, Regione e Città Metropolitana a fermare lo scempio.
Fanno un deserto e lo chiamano ceduo.
Si ricordino però che per fare un Parco ci vuole un bosco, e per fare un bosco ci vogliono gli alberi.
E visto che li abbiamo da millenni, anche un paio di laghi vulcanici non sono da buttar via al peggior offerente.
Altrimenti potremmo ribattezzarlo “Parco Regionale delle Ruspe nel Bosco Ceduo e dei Laghi Prosciugati da Cementificazione ed ACEA”: sarebbe, perlomeno, più corretto semanticamente.
Noi invece intanto sogniamo il “Parco Nazionale del Bosco Sacro e dei Laghi Vulcanici”.





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