Un’idea fortunata
Cosa si può fare per invogliare alla lettura? Non è facile orientarsi in un campo che cresce disordinatamente in base al mercato grande e piccolo, dove si spacciano insieme ai frutti buoni quelli avariati o privi di nutrimento. Chiudono le edicole, spariscono le librerie, ogni giorno vengono pubblicati numerosi testi, ma pochi leggono. Tanti scrittori e rari lettori. Come si fa a scrivere, senza leggere? Ecco perché si è pensato, da anni ad Albano, ad un Circolo Letterario per incrementare la lettura di testi, così almeno potremo dire: “Ci abbiamo provato, nel nostro piccolo”.
Due decenni or sono, l’operatrice culturale Francesca Ginestra, per smuovere l’attenzione dei lettori a frequentare le biblioteche dei Castelli Romani (ove entrambi risiediamo), ebbe una fortunata idea: creare un corso annuale di incontri per discutere insieme su libri scelti volta per volta. I testi – sempre di narrativa – si prelevavano a turno in biblioteca (quella di Albano prima, poi anche da Cecchina e dalle altre cittadine limitrofe: tutte facenti parte del Consorzio dei Castelli Romani, attivissimo), di modo che i partecipanti (quasi sempre in numero di cento per tutti i diciannove anni trascorsi) discutessero sulle varie realtà che il libro proponeva, svolgeva, attuava. È stato sempre un interessante dibattito corale. Abbiamo esaminato, in due decenni, quasi 150 opere di scrittori d’ogni Paese, anche di epoche non recenti: noti e meno noti, bravissimi e bravi senza superlativi, ma pur sempre interessanti per qualche eccezionale problematica.
È un’esortazione intelligente alla lettura e al contatto con le biblioteche. Una promozione polivalente.
Il fine di tali incontri diretti dal sottoscritto, è stato ed è molteplice, ma, fondamentalmente, ha inteso collegare alla biblioteca di Albano gli utenti attraverso un più vivo colloquio con i testi. L’idea è stata quella di rendere i vari incontri un’occasione di aggregazione informale in cui ciascun partecipante potesse ascoltare l’analisi critica sull’autore preso in esame e su una sua opera in particolare, e, soprattutto, confrontarsi con i partecipanti esprimendo un proprio giudizio sul libro letto. Naturalmente, siamo appoggiati dall’assessora di questo settore, la dottoressa Maria Cristina Casella, che ringrazio sentitamente.

Questa diciannovesima edizione si è aperta a novembre del 2024 e si è chiusa a maggio del 2025. Sette gli autori, con libri che rientravano nella vasta problematica dei rapporti nelle famiglie: il titolo “Lessici famigliari nella Letteratura dalla metà del Novecento ad oggi”. Nel contesto due premi Nobel (Auster ed Ernaux) e l’ultimo premio Strega 2024 (Di Pietrantonio).
Si è cercato un filo conduttore (la famiglia, appunto, gli affetti) partendo dalla molteplicità del reale nel tempo, approfondendo i più variegati problemi di cui la vita e la società sono pieni. I titoli: Moravia, L’amore coniugale; Annie Ernaux, Una donna; Paul Auster, L’invenzione della solitudine; Michela Murgia, Accabadora: Natalia Ginzburg, Lessico famigliare; Nadia Terranova, Addio fantasmi; Donatella Di Pietrantonio, L’età fragile.
Alberto Moravia (troppo osannato in vita e ingiustamente dimenticato in morte) ha aperto i lavori con il suo romanzo L’amore coniugale, bello, graditissimo dai partecipanti. Una vicenda d’amore, gelosia e incomprensione tra coniugi.
Perché Moravia? Non solo perché l’ho conosciuto di persona e ho avuto diversi colloqui con lui, ma perché – al confronto di tanta produzione odierna – egli resta un grande scrittore, anche se talvolta ripetitivo. Mi disse il celebre anglista Gabriele Baldini, che fra i più importanti libri del Novecento avrebbe messo Agostino (e finalmente sottolineò Tre croci di Federigo Tozzi, quasi sconosciuto al grosso pubblico). Se – come scrive Foscolo – “giusta di glorie dispensiera è morte”, dobbiamo sì leggere le novità, ma anche cercare di mettere al posto “giusto” le opere che non hanno più l’autore e l’editore che le difenda (Manzoni afferma: “Il libro deve scagionarsi da sé”). Moravia ha dato forse il meglio di sé in questo romanzo breve, in cui la tensione e l’ipocrisia fra coniugi ha tinte delicatissime, e alla fine soccombe, per amore, “lui”, dopo avere scoperto il tradimento che la moglie realizzava con il barbiere, un uomo né affascinante né colto, ma forse favorito da una “animalità” che sarebbe piaciuta alla protagonista, la quale non riceveva più dal marito-scrittore (preso dalla sua penna creatrice) quelle attenzioni a cui era abituata da vari rapporti sempre vivi nel ricordo. La Natura descritta da Moravia ha un fascino (di solito notturno, lunare) liricamente insospettabile nell’autore così determinato “in nomine” dal problema della borghesia (se si segue solo tale pista, ci si può smarrire per “luogo comune”, sempre che non ci si ritrovi negli splendidi Racconti Romani che rimettono al suo posto di equilibrio un Moravia polisemantico e arguto).
Il secondo incontro ha riguardato Una donna di Annie Ernaux, autrice già adottata l’anno precedente per un’altra sua composizione. Attraverso la narrazione della vita della madre, la scrittrice si libera dell’atmosfera straziante del lutto, rendendolo universale. Lo tramuta in fattore di crescita, aiutando chi legge a superare il trauma della perdita di un genitore.
Forse la critica esagera quando sentenzia che lei ha inventato un nuovo modo di scrivere. Ogni autore inventa il suo stile, che deve divergere da tutti gli altri. Mi sembra scontato. Lo stile è impulso biologico inconscio. Non è lì che va cercato il valore di questo Nobel (ho già scritto in altre sedi quello che penso di tale premio, che ha tenuto fuori Lev Tolstoi, Kafka, Pound, Borges, Cechov, Celine, Proust, Orwell, José Eustasio Rivera, Joyce, Yourcenaire etc.). La forza va riconosciuta nella resa, talvolta altissima, dei suoi racconti, con un lavoro di eliminazione del superfluo, e qua e là anche del necessario, per arrivare all’osso dell’espressione, come uno scheletro che il lettore deve riempire di carne e sangue – e lo fa: qui sta il nuovo (o meglio: il particolare).
Paul Auster: L’invenzione della solitudine. Un forte ritratto di famiglia tutto sul filo della memoria, una commossa riflessione sulla difficoltà di essere figli e padri.
Per questo libro devo dire una cosa: L’invenzione della solitudine è doppio, cioè ha due parti. La prima parla del padre dell’autore; la seconda del figlio. La prima parte è eccellente, porta fuori strada il fruitore per rimetterlo sui binari della logica che sta pure nel caso beffardo. Insomma, Auster descrive suo padre dalla parte negativa. E ci riesce in pieno. Vale a significare: il genitore è l’emblema dell’altra faccia della medaglia, quella del no, della freddezza, del divieto affettuoso. Un uomo senz’anima. Poi, per una serie di situazioni fortuite, si viene a conoscere l’infanzia di questo “mostro di freddezza”, e si spiega tutto (o quasi). La seconda parte fa acqua da ogni taglio del tetto. E vi piove a dirotto. Non so: forse l’autore ha voluto descrivere troppo; fatto sta che il figlio – e il rapporto con lui – non ne viene fuori, perché il lettore si stanca prima di proseguire dopo non molte pagine.
Non si insisterà mai abbastanza che il romanzo (o il desueto racconto, che sarebbe invece la nostra vera vena storica nel campo letterario) non deve richiedere sforzi di lettura, buona volontà come i fioretti che le monache, a scuola, da piccoli, ci imponevano. Se la scrittura non ti prende a viva forza, sì che tu devi faticare a togliere lo sguardo dalle righe, butta nel cestino il libro. E se qualcuno mi tira fuori la difficoltà dell’approccio a Dante, rispondo che tutto sta nell’entrare con la chiave giusta nella suprema grandezza di un codice unico al mondo! Comunque, le regole rimangono – almeno per me ed alcuni vecchi – quelle dettate da Manzoni. Non sbaglia chi afferma che il capolavoro (raro in ogni tempo) è un mistero anche per l’autore e di fronte all’opera d’arte bisogna stare come di fronte all’altare. Nella vita ho avuto la fortuna di provare la “sindrome di Stendhal”, quell’impressione che ti muta dall’interno dopo la lettura di un libro, la vista di un quadro, l’ascolto di una musica. Accadde a Parigi, davanti alla “Gioconda”; accadde al Costanzi di Roma, dopo aver ceduto all’estasi per il “Parsifal” del divino Wagner; ugualmente, dopo l’incanto di “Edipo re” di Sofocle, “La certosa di Parma” di Stendhal, il carme “Sepolcri” di Foscolo e il XXXIII canto del Paradiso. A Dostoevskij simile effetto faceva la “Madonna Sistina” di Raffaello, che egli a Dresda mirava per ore intere.
Bene. Torniamo al Circolo Letterario dell’anno trascorso.
Accabadora, di Michela Murgia, è una figura enigmatica e misteriosa della cultura sarda che suscita anche oggi dibattiti e riflessioni sulla vita e sulla morte. È la storia di Bonaria Urrai che nella Sardegna degli anni ‘50 si trova a svolgere il ruolo di “accabadora” e di Maria Listru sua “filla de anima”.
Il libro ha un suo fascino legato alla realtà terribile di un rito di morte nella Sardegna in cui scorre ancora il sangue dei primordi, in cui l’orrido convive col silenzio omertoso di gente ferma a tempi che vedevano nel sacro l’incanto della salvezza attraverso la morte. Una donna lugubre toglieva dalla sofferenza chi desiderava quella che oggi si chiama eutanasia. Un teatro cupo, reso affascinante anche dalla parlata con lacerti sardi, ove la potenza della scrittura raggiunge vette notevoli. C’è sempre, però, il diavolo che fa le pentole ma non i coperchi. Infatti, la presenza di una figlia “d’anima” e alcune circostanze che sembrano di fiaba tenebrosa, fanno da terremoto alla trama e tutto vien fuori. Il romanzo sarebbe un capolavoro se non ci fosse un intoppo ben lungo: la fuga di questa ragazza dalla madre adottiva: dall’isola fatata ferma al Neolitico alla Torino moderna, ove accadono cose che la costringono a tornare al “patrio suolo” per assistere colei che operava la “dolce morte”. E lì l’autrice ci lascia incerti se la giovane – che aborriva tale pratica – l’abbia usata per accorciare il dolore lancinante della vecchia. Il lungo passo di Torino è fiacco, quasi un’altra opera (ma non un romanzo nel romanzo come la Monaca di Monza, necessario all’organismo narrativo generale, bensì un riempitivo, una “scusa letteraria” troppo scoperta per convincere). Ma poi, col ritorno in Sardegna della ragazza, l’impatto emotivo riprende quota (però non fa dimenticare la caduta; “Mediocribus esse poetis, non Di, non homines, non concessere columnae” scrive Orazio nell’Arte Poetica).
Ed eccoci a Natalia Ginzburg, la quale ci ha prestato il titolo in certo qual modo: Lessico famigliare (cioè – per lei – il modo di esprimersi di una famiglia, un codice quasi segreto inventato dal padre di Natalia, uomo di forte cultura e di pessimo carattere, descritto magistralmente). Un libro che andava letto, non per il suo valore artistico (il quale è piuttosto discutibile), ma per i contenuti storici da testimone in prima persona: e vedremo quanto ci giovi tale lettura anche a fini storico-politici.
Il limite – fastidioso – del libro consiste nella ripetizione delle parole fino all’eccesso. Ginzburg voleva essere antiretorica (il solito da lapidare, in ritardo, era D’Annunzio), ma è caduta nella retorica opposta (d’altronde, era anche una moda d’oltralpe e d’oltre oceano: Hemingway, in un racconto altrimenti bellissimo, ripete, in una pagina, 23 volte il termine “dice”). Ginzburg non usa alcun sinonimo, per nessun vocabolo. In una pagina, oltre l’iterativo “dice”, troviamo una stessa parola tre volte in una riga. Un’ossessione che non giova al procedere della lettura. Umberto Eco mi spiegò (proprio a Penne – cittadina di cui parleremo per il libro della Di Pietrantonio): “La scrittura di Manzoni è povera”. D’accordo, se confrontata con quella di Marino e di D’Annunzio, ma gli risposi che forse era meglio definirla cristallina e semplice nella sua immensa profondità (a lui non suonava questa definizione, e basti leggere i suoi cosiddetti romanzi per capire che il professore eruditissimo annienta lo scrittore). D’altronde, se si consulta il dizionario dei sinonimi di Tommaseo, si nota come l’autore se la prenda con angoscia contro Dante, il quale ripete la parola “paura” cinque volte nel primo canto dell’Inferno (eppure siamo a livelli ben più contenuti del centinaio di termini uguali in tre-quattro pagine della Ginzburg).
Allora cosa salva il racconto autobiografico? Alcune notizie, che collidono fortemente con la propaganda marxista circa Cesare Pavese (e poi c’è Adriano Olivetti nella sua umanità e altri personaggi di primo piano nel panorama del Ventennio). Pavese è stato inserito nel Neorealismo (una forzatura a cui soggiacciono ancora nomi estranei ad esso, per esempio il mio carissimo Domenico Rea, il quale si infuriava quando sentiva quella definizione circa la sua Arte), cioè ficcato nella logica di un partito, quando invece Cesare si disinteressava della politica in modo netto, evidente, sprezzante. Comunista uno che scrive Il mestiere di vivere? Ottimista (il marxismo è ottimismo della vita e dell’avvenire) uno che si ammazza a 42 anni nonostante i successi letterari?
Su Pavese Natalia parla chiaro, e da lei si può credere ogni affermazione, essendo certamente non di destra. Il testo ha valore documentario: stronca con testimonianze di prima mano gli abusi “ideologici”.
Addio fantasmi, di Nadia Terranova. La scrittrice narra l’ossessione di una perdita, una battaglia col passato. Il padre una mattina è andato via e non è più tornato. Sulla mancanza di quel padre si sono imperniati i silenzi feroci con la madre, una sua identità fondata sull’anomalia. Quest’assenza del corpo paterno le ha procurato paure e insicurezze. Ma deve fare prima i conti con il trauma che l’ha segnata da ragazzina e poi può far uscire di scena suo padre. Un lavoro organico, compatto, quello di Nadia Terranova in Addio fantasmi. Tre sono i pilastri su cui poggia questo romanzo perfetto nell’intelaiatura, preciso nel pensiero e valido nel presentare i personaggi: tutto in equilibro di forze. Una Sicilia che la vedi e la tocchi; un ricordo struggente che invade la vita della protagonista; il mare come simbolo e metafora. Lei torna nell’isola perché la madre le ha chiesto di essere presente a certi lavori di muratura che coinvolgono i vicini di casa. Ma questo è il pretesto per il viaggio. In realtà, il ritorno alle origini riapre una ferita mai chiusa: la sparizione del padre quando lei era ancora bambina. Depresso, il genitore scomparve ad una certa ora del mattino (lì si è fermato l’orologio psicologico, a guisa di un segnacolo di dolore dispettoso e incancellabile), e la sua fuga è peggiore della morte: questa si presenta nel cadavere che verrà sepolto in un luogo in cui si potrà “incontrare” nella fantasia. La salma è lì: esiste, pur nella decomposizione naturale. Ma quel genitore non ha una tomba. Non è vivo, e non è morto. È un fantasma, di cui la figlia si libererà in modo credibile nel finale efficace del romanzo (e la lancetta di quell’orologio scatterà al minuto successivo, simbolo della vita che riprende a scorrere dopo aver detto “addio” ai fantasmi). Inutile ch’io mi soffermi su altri punti della trama e su personaggi secondari (altrettanto funzionali delle protagoniste: le due donne, lei e la madre). Il movente generale è l’ossessivo ricordo doloroso di questo padre che è, e non è: un’assenza-presenza che consuma i giorni e le notti alla protagonista, la quale è in dissidio “antico” con sua madre e in un rapporto difficile (ma coinvolgente, specie nelle telefonate “intime”) col marito restato a Roma, il quale l’attende (e la psicologia femminile balza in tutto il suo nascosto – per noi uomini – vigore che ci apre un mondo a cui non apparteniamo). Ma il fantasma trova la sua porta per uscire e lei torna nel “continente” finalmente libera.
Nelle pagine dense e senza alcuna sbavatura, la scrittrice innesta nei personaggi una sorta di spessore filosofico sulla vita, diverso come sono diversi gli attori (d’altronde, d’accordo con Boileau, sappiamo che un valido filosofo può non essere bravo scrittore – vedi Vico ed Hegel, ad esempio –, ma uno scrittore vero non può non essere altrettanto grande pure come filosofo).
La serata, sempre piena di pubblico attento e “partecipante”, ha avuto nella presentazione e nel dibattito il prof. Carmelo Ucchino, amico della scrittrice, il quale ha aggiunto notizie e riflessioni preziose sul testo e sulla sua autrice.
Alcuni iscritti hanno chiesto perché cinque donne e due soli uomini nel programma. Le risposte sono varie. La prima: il sesso femminile è preponderante nella scrittura, oggi. La seconda: per fortuna noi maschi possiamo conoscere direttamente la complessa psicologia della donna, in quanto, fin ora, sono stati gli scrittori a cercare di decodificarla, pigliando qualche abbaglio anche grave. Terzo: io la penso come Samuel Johnson, il doctor legum a cui si deve la scoperta della grandezza di Shakespeare (in vita confuso con tutti gli altri autori, da Marlowe a Johnson etc.). Quando gli chiesero: “Chi è più intelligente, l’uomo o la donna?”, rispose: “Quale uomo, quale donna?”.
Bene. Eccoci al finale (19 maggio 2025): Donatella Di Pietrantonio, L’età fragile. Siamo fragili sempre, da genitori e da figli e il tempo non fortifica le anime “delicate”. La protagonista è stretta fra la severità dell’anziano padre, così radicato nella sua terra d’origine, e il silenzio della giovane figlia, “inamovibile” come il nonno. Il testo racconta silenzi, traumi, pezzi di vita strappati via ma non dimenticati.
Avevo letto un’intervista alla scrittrice sul “Centro”, giornale dell’Abruzzo, regione che amo per motivi diversi. Ho scoperto che abbiamo origini simili, Donatella ed io. Allora, tanto per tornare al sommo Orazio, devo affermare con lui: “Tanto più detrarrai alle origini, quanto più accrescerai al merito”.
Non riesco ad essere oggettivo in questa lettura (ho legami particolarmente intimi con l’Abruzzo), per cui riporterò in sintesi i dialoghi seguiti alla mia presentazione. Non posso essere obiettivo. Le persone sentimentali si fanno prendere talvolta dalla passione, specie se legata ai ricordi.
Donatella vive a Penne, la cittadina che mi ha ospitato per tanti anni quando si lavorava al premio omonimo con il fraterno amico Igino Creati, all’hotel dei Vestini. Ci vedevamo ivi due volte l’anno, per almeno una settimana, prima come inviato del quotidiano “Avvenire” (mentre al premio Scanno mi mandava “Il popolo”), poi come membro della giuria, quindi quale direttore dell’ufficio stampa e poi in qualità di curatore – presso l’editrice Armando in cui lavoravo – dei testi russi vincitori, tradotti in italiano. Un Premio di alta statura, coinvolgente lettori numerosi come lo Strega. I ricordi mi prendono la mano e mi commuovono. Inoltre, mia madre è nata in Sabina al tempo in cui Orvinio apparteneva all’area dell’Aquila, per cui vedevo il Velino bianco di neve sulla cresta tagliente anche d’agosto. E quando andavamo al lago di Turano, ci spingevamo fino al massiccio che un tempo dominava il lago del Fucino, ora prosciugato. Dopo i Castelli Romani che mi hanno dato la nascita, amo la Sabina e l’Abruzzo in modo passionale (tutti gli anni vado in villeggiatura con mia moglie a Pescasseroli); sul libro L’età fragile la regione (e il suo sangue) è descritta con la forza e la gentilezza tipiche di quella zona aspra e bellissima d’Italia. Il punto centrale, anzi: il protagonista è quel mondo primordiale, che tale rimarrà anche se le nevi del Gran Sasso non ci saranno più.
Una lettrice ha voluto che le chiarissi i flash-back, quando l’autrice parla del delitto (accaduto veramente anni prima) sulle montagne primitive e paurose dell’Abruzzo. Siccome ogni incontro si chiudeva con la lettura di passi significativi, la filosofia della fragilità umana (che è di tutte le età e di ogni condizione) ha dato il destro a commenti partecipati e originali. Ma le pagine descrittive ti portano di forza non solo dentro la complessità della psicologia abruzzese, bensì nella storia che quasi combatte con quel futuro che ha un cuore antico. Un lettore ha osservato: “Sembra l’Abruzzo della ‘Figlia di Iorio’ e dei racconti di D’Annunzio”. Ho sentito gli odori delle coste montane, ho palpato il cielo e le forre… Insomma, anche qui il problema madre-figlia (andata a Milano giovanissima e tornata per non ripartire più, coinvolta in un’azione ecologica riguardante la terra del nonno, per altro descritto magistralmente nella sua primitività di padre-padrone) ha posto altri scavi psicologici.
Si parla tanto della famiglia, oggi, e della sua dissoluzione nella struttura tradizionale. Ogni libro discusso quest’anno ha evidenziato più aspetti di un problema, che andrebbe studiato più accuratamente, specie alla luce dei femminicidi ricorrenti, dei problemi degli adolescenti, delle separazioni tra coniugi e della difficoltà del dialogo nel nucleo familiare. Un mondo in evoluzione o in involuzione? Questo si sono domandati alcuni partecipanti. Bisognerebbe esaminare il passato con minore ipocrisia per cercare una via giusta alla risposta, che – per ora – è confusa e sospesa.





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Davvero una bella e longeva iniziativa|