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Storielle paesane

12,00

Titolo:      Storielle paesane
Autori:      Franco Raponi
ISBN-10(13):      978-88-95736-54-9
Editore:      Edizioni Controluce
Data pubblicazione:      Novembre 2016
Edizione:      I edizione
Numero di pagine:      128
Formato:      170 x 240
Collana:      Narrativa

Descrizione

Appartengo a una famiglia di gente che racconta. Siamo cresciuti tra le storie dei nonni paterni e materni, a noi bambini piaceva fare il teatro nelle lunghe serate d’estate che passavamo in campagna e i miei ricordi d’infanzia comprendono in gran parte un piatto di dolci, un ciambellone caldo, una cucina rumorosa e qualcuno che chiacchiera, ridacchia e racconta mentre prepara da mangiare.
Per cui non mi stupisco che qualcuno finalmente abbia deciso di mettere per iscritto quelli che non rappresentano solo un bellissimo pezzo della storia della mia famiglia, ma raccontano proprio un passato diverso, semplice e autentico, che sembra cosi lontano dai tempi moderni.
E ricordo perfettamente il modo in cui parlavano i miei nonni tra di loro, e con i loro figli. E quando noi piccoli timidamente provavamo a masticare qualche parola di dialetto, la risposta stupita di mia nonna era sempre “ma che nde ce mannu a la scòla?” Perché il dialetto rappresentava la lingua imperfetta delle persone umili, di chi non aveva potuto studiare, mentre loro erano così orgogliosi che noi delle giovani generazioni potessimo studiare e ottenessimo qualche buon voto.
Non dovevamo imparare il dialetto, perché per loro era il simbolo dell’ignoranza, del non aver ricevuto una istruzione completa, dello sforzarsi per parlare un italiano corretto quando si andava dal dottore o si parlava col prete o il farmacista.
Sentire parlare (e leggere) in monticiano per me invece ha un effetto irresistibile, proprio perché è in un certo senso la lingua dei miei affetti e di un passato in cui ero bambina, la famiglia era una grande famiglia unita, ci si riuniva, si scherzava, si giocava e si mangiava. E probabilmente noi eravamo semplicemente i piccoli che passavano il tempo a giocare, senza avere sulle spalle troppe responsabilità.
E c’era sempre un momento in cui qualcuno attaccava a raccontare. Ed erano storie di personaggi realmente esistiti, di famiglie del posto oppure inventati di sana pianta, aneddoti di guerra, racconti di campagna, di tradizioni a noi sconosciute.
E ricordo tutto questo con un piacere infinito. Per me, la mia infanzia, è una finestra assolata presso la quale si sedeva un nonno che mi è sempre sembrato vecchissimo, con il suo cappello in testa e una mente vivissima, lucida e la bocca sempre piena di parole che incantavano. La cosa buffa è che spesso, a seconda del narratore, cambiavano le carte in tavola, qualche nome, un personaggio, magari un luogo. E cosa ancora più buffa, gli zii che abitavano con i miei nonni, spesso si stupivano di come noi piccoli ricordassimo storie che a loro erano sfuggite, o di cui loro nel frattempo si erano dimenticati, magari perché presi dalla quotidianità, dal lavoro e dalle attività di cura.
Per noi che invece le ascoltavamo curiosi, come se ci stessero raccontando una storia di draghi e principesse, sono ricordi abbastanza vivi.
E sono davvero grata a mio padre e a tutti coloro che si occupano di mantenere vivo il nostro dialetto, le nostre storie, il nostro paese e giusto di recente, parlando tra amici con figli piccoli, mi era venuta la curiosità di sapere se ancora si usasse raccontare a scuola la piccola storia locale della città di Gabi, degli Altemps e dei Colonna così come facevano le nostre anziane maestre, cui ogni tanto qualche frase in dialetto scappava tra una risata e l’altra. E mi piacerebbe poter ricordare una frase in dialetto con cui mi consolò la maestra Giulia una delle mille volte che piangevo disperata. E io però le dissi che non avevo capito e lei mi rispose che mi aveva parlato con la lingua del cuore. E a distanza di trent’anni circa la trovo una cosa così dolce e commovente.
Mi piace pensare che la passione mia e di mio fratello per la lettura, la storia, la politica provenga in gran parte dai racconti, spesso in monticiano, che abbiamo ascoltato da piccoli. E mi piace anche pensare che questo bel libro di aneddoti sia il modo per dare la voce a una parte di storia del nostro paese ormai in via di estinzione, un paese non più contadino, in cui i bambini non conoscono le piante e gli animali, non conoscono la storia dei luoghi in cui vivono e non gli si insegna forse più a tirare la sfoglia, fare il ciambellone e fare la maglia.
Questa raccolta per me ha quindi innanzitutto un valore affettivo. Poiché ne è autore mio padre, quindi un pezzo del mio cuore, e perché trovo tra queste pagine tanta storia familiare che rischiava di essere dimenticata col passare del tempo. Anche se ci sono storie che, ne sono certa, qualunque membro della mia famiglia, date due parole saprebbe ri raccontare per filo e per segno, magari con qualche variazione o dimenticanza. Facendo rivivere e dando finalmente la voce a una civiltà contadina, ormai cosi dimenticata e lontana dal nostro tecnologico modo di vivere. Una civiltà di gente umile, lavoratrice, tribolata, in cui si conoscevano le piante e gli animali, si interpretavano le fasi lunari, le donne partorivano in casa e si moriva di malattie banali come accadde a mio zio Luigino.
Un modo di vivere sicuramente più duro, basti pensare ai racconti di guerra, dei bombardamenti, del latte mischiato con l’acqua per colazione, e di cui gli stessi nonni quasi si vergognavano. Una civiltà e una lingua che mi piacerebbe venissero raccontate ai piccoli di casa con il tono leggero delle favole, così da renderglieli familiari e non farli cadere nel dimenticatoio e chissà che questo libro non possa essere il giusto tramite per riportare nelle nostre case un po’ del nostro paese e delle nostre tradizioni. E anche per far rivivere un dialetto ormai così poco familiare per le giovani generazioni.
Ammetto di aver fatto una certa fatica all’inizio della lettura, ma poi proseguendo ho ritrovato familiarità, un po’ come accade quando si va in bicicletta dopo tanto tempo. È vero, come si dice, che una volta imparato si ritorna in fretta a volteggiare sui pedali. E così io ho ritrovato familiarità e pur non vivendo più a Monte Compatri da parecchi anni mi sono trovata catapultata su una di quelle vecchie panchine dell’alberata a giocare sotto i lecci. Ma non le panchine di ora, quelle tonde di tanto tempo fa con dieci vecchiette appollaiate sopra, quelle del “mo lo dico a paritu se non la fa’ fenita..” Quelle che ti chiedevano sempre “a chi si fiu bellu mone’ ”. Insomma, una panchina di una volta, quando c’era ancora la pensilina e al chioschetto nonno ti prendeva il cremino o la gassosa Egeria con la palma disegnata sopra. E stranamente ho terminato in fretta la lettura, capendo quasi tutto (papà mi scuserà quel “quasi” ma certe parole non le avevo proprio mai sentite) e commovendomi pure. Sarà che come diceva la maestra Mirella “sono sempre stata una bambina con le lacrime in tasca” ma anche perché se da un lato è vero che non è tutto oro quel che luccica, e la fame, la miseria, la guerra e l’analfabetismo non sono da augurare a nessuno, è altrettanto vero che una vita più semplice, fatta di rapporti umani più immediati e autentici sarebbe un traguardo ambizioso.
E in effetti sottu pe’ l’arberi non si sente più molto spesso parlare in monticiano, ma ho il segreto desiderio che qualche nonno orgoglioso torni a raccontare di noi, della nostra storia, delle nostre radici monticiane a qualche bimbo curioso.
Perché, come diceva mio nonno quando gli chiedevo dove avesse imparato tutte le nozioni di storia, di letteratura, di geografia che sapeva, lui indicava la sua testa e poi la pila di libri che facevano bella mostra nel mobile del salone. E raccontava con rimpianto che non aveva potuto andare a scuola (magari in un prossimo libro papà potresti raccontare della famosa quinta elementare di nonno) eppure lo potevi trovare sempre con un libro aperto e la mente impegnata in qualche viaggio lontano, dietro a fatti storici, paesi remoti o cronaca politica mentre scriveva nella sua grafia incerta e nel suo italiano zoppicante, i suoi commenti ai margini dei libri.
Ecco. Cultura a parte, il viaggio partiva sempre dalla testa, diceva nonno Angelo. Poiché si cammina con i piedi. Ovvio. Ma soprattutto, la cosa più importante, è camminare con la testa.
Mi auguro quindi che possiate godere della lettura di questo libro, così come ne godiamo noi familiari, che vi troviamo sí la storia della nostra famiglia ma soprattutto la voce di una civiltà contadina che non ha mai avuto modo di parlare.
Buona lettura e buon viaggio. Nel tempo e nella storia delle nostre radici.

Ilaria Raponi

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