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La Namibia e i suoi popoli

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La Namibia e i suoi popoli

Maggio 12
16:38 2010

Monografia sulla Namibia, sintetica ed efficace nel suo proporsi quale reportage di viaggio sviluppato sugli aspetti socio-antropologici dell’area. In allegato un DVD che meglio introduce alle originali peculiarità geofisiche e climatiche di uno dei luoghi più remoti del pianeta, caratterizzato dalle seducenti, colorate sabbie degli antichissimi deserti dell’emisfero australe. Ampio spazio viene lasciato alla biografia dell’autrice in quarta di copertina. La Scarponi è figlia d’improbabili viaggiatori italiani degli anni Sessanta, tempi in cui, tra le targhe tedesche al solleone, c’erano ancora tanti emigranti meridionali di rientro per le vacanze. Un’epoca con la nostra piccola borghesia in ascesa, ancora piuttosto incline ed indaffarata a corredare l’auto nuova con una seconda casetta. La Namibia, istituzionalmente, nel 1884 viene identificata come colonia tedesca dell’Africa del Sud-Ovest per essere poi, a seguito della disfatta degli imperi centrali con la prima guerra mondiale, assorbita da un’amministrazione con mandato britannico. Di fatto, fino alla sua indipendenza del 1989, entrerà nell’orbita degli interessi sudafricani con l’epilogo di una guerra, così come avvenne, del resto, per altri paesi coinvolti nella medesima area geopolitica, come Angola e Mozambico, fuoriusciti dal colonialismo latifondista dei Salazar negli anni Settanta. Agli insediamenti europei dell’Africa meridionale, si antepongono e sovrappongono quelli dei Bantu sui più antichi abitanti Khoisan, identificati dai farmer come Ottentotti e Boscimani, rispettivamente allevatori e cacciatori. Quando arrivarono i primi Boeri, i Bantu avevano di già esaurito un ruolo di centralità nella regione, pur non venendo mai meno il loro continuo flusso migratorio. In Namibia vivono, oltre alle diverse etnie africane, bianchi, basters e coloured sanguemisto; la lingua ufficiale è l’inglese, affiancata da afrikaans e tedesco. Tra i più affascinanti reperti del luogo, primeggiano le pitture rupestri dei Khoisan, a cui viene dedicata la prima sezione del libro. Dai seguaci di una divinità mantide, così come risulterebbero essere stati etichettati in passato, la solerte viaggiatrice-autrice c’introduce a più complesse forme religiose di “teismo terrestre”. La figura del capofamiglia qui sembrerebbe sopravvissuta nella lettura sociologica del “primo tra i pari”. L’aborto, come pratica di controllo demografico, viene sostituito dall’infanticidio qualora siccità ed altri fattori ecologici mettano a rischio la sussistenza stessa della comunità. Tabù dell’incesto ed obblighi dello sposo verso i suoceri contraddistinguano un matrimonio di tipo uxorilocale, dove l’uomo si associa al gruppo della consorte. Gli Herero sono un gruppo Bantu caratterizzato da un’economia pastorale e un asse ereditario organico e tradizionale che, accanto ai beni materiali matrilineari, prevede forti retaggi spirituali patrilineari. Quanto colpisce subito il viaggiatore sono gli abiti ottocenteschi delle donne tuttora in uso, imposti dai missionari tedeschi affinché si coprissero il petto. Presso gli Himba un tabù viene trasmesso per discendenza, l’acconciatura ricopre notevole importanza nella loro cultura che, al contrario degli Herrero, subì meno contatti e contaminazioni dai coloni europei. Si tratta di una popolazione che vive a ridosso dell’Angola, nel territorio del Kaokoland, minacciata da un’incombente diga e, più in generale, da talune pressioni verso un’omologante modernizzazione del paese. Ed è proprio agli Himba che l’autrice dedica gran parte dell’ampia sezione fotografica inclusa nel libro nonché le sue pagine di diario, capaci di suscitare oltremodo emozioni, umanità e tutto l’immutato fascino e mistero che ci spinge, da sempre, verso la dimensione dell’avventura.

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