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Mai in nome del padre

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Mai in nome del padre

giugno 04
02:00 2007

Che significato assume, dopo 29 anni dalla sua morte, il ricordo di Peppino Impastato? Quale connotazione diamo a quell’assassinio e ai motivi dello stesso e quale importanza assume la vicenda di Impastato, oggi, per recuperarlo a simbolo della storia e di una certa cultura a cavallo tra gli anni 70 e 80? Probabilmente in un paese come il nostro dove non si sono fatti del tutto i conti con il passato e in cui certe matasse storiche continuano a rimanere aggrovigliate, il caso Impastato rappresenta una miscela, anche mediatica, estremamente singolare, la cui peculiarità è da ricercarsi forse proprio in quella strana associazione tra militanza politica di estrema sinistra, con il suo portato di istanze ancora riverberanti e la lotta al fenomeno mafioso. Impastato insomma, costituisce la sintesi di due universi valoriali che hanno connotato l’Italia del secolo trascorso ma che difficilmente si sono fusi così tanto come in questo caso. Ricordo che Giuseppe Impastato morì a Cinisi il 9 maggio 1978 (in concomitanza con il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in Via Caetani) e il suo corpo fu trovato in circostanze molto strane sui binari della linea ferroviaria, apparentemente ucciso da una carica di tritolo mentre tentava un attentato, questa fu l’immediata versione con cui inquirenti e magistrati catalogarono la sua morte. Solo dopo anni di inchieste e processi riaperti si arrivò a determinare che il delitto fu commissionato da Gaetano Badalamenti, boss di Cinisi legato alla famiglia Impastato da una sorta di parentela mafiosa.
Il film I cento passi di Marco Tullio Giordana ha ricostruito la storia di Impastato fino ai suoi funerali, seguiti da centinaia di persone con il pugno chiuso, un sigillo di sicuro impatto emotivo ma che secondo me non rende del tutto ragione a quella vicenda che probabilmente contiene più fattori personali di quanto possa apparire.
Arricchire, come si dice, il proprio Pantheon di protagonisti e simboli riduce l’interpretazione di alcuni fatti complessi ad un sillogismo quasi sempre fuorviante: posto il personaggio all’interno di un esatto e ben rappresentato movimento politico che in modo non proprio esplicito abbiamo condiviso o vissuto come l’unica vera utopia della nostra vita; posto che tali ragioni e idee non sono più praticabili ma che danno senso a un personaggio che ha combattuto la mafia coraggiosamente; ergo (si evince) il male e il bene vengono automaticamente individuati per avvalorare l’idea di un’integrità morale depositata in fondo al cuore dell’idealista di sinistra. Un manicheismo di comodo e strumentale che ci interessa molto poco, come molto poco ci interessano certe bandiere issate ipocritamente per celebrare ovunque e chiunque. In Sicilia, la mafia e la lotta alla mafia sono fenomeni propri di quella terra, hanno a che fare con una serie di aspetti sociali che influenzano il carattere della gente e che come nel caso di Impastato ne hanno determinato il destino. Le nostre storie personali attraversano le storie degli altri; dei partiti, degli amici, dei parenti ma soprattutto si collocano all’interno di relazioni familiari che ci forgiano più di quanto appaia evidente. Prima di dire, veniamo detti, assumiamo codici che non sono i nostri ma che ci vengono tramandati e imposti, questo per affermare che la storia di Peppino Impastato ha una sua profonda connotazione familiare, è figlio e nipote di mafiosi. Ascendente da cui è difficile affrancarsi se si vive in quei posti lì e il suo prendere le distanze da quel mondo è una lotta innanzitutto interiore che si gioca nel rifiuto del modello primo, quello del padre e la volontà di annichilirlo attraverso il furibondo estremismo delle manifestazioni esterne, di annichilire anche se stesso e dimostrare che le ragioni del sangue, in quell’esatto momento, devono necessariamente cessare. Prendono il loro posto quelle dell’individuo che risponde a se stesso e alla propria coscienza fino in fondo se si vuole veramente essere uomini diversi.
Il padre, per Impastato, non è solo quello naturale ma è la legge, in questo caso la legge del padrino di Cinisi, quel Tano Badalamenti che nel paese rappresenta la norma non scritta che impone a tutti i padri e i padri ai propri figli e il padre di Peppino a Peppino che stoppa violentemente quella reiterazione e si ridetermina nella soluzione di continuità che vìola quel ciclo inaccettabile per la propria sopravvivenza, più volte la morte lo evita con una certa indulgenza dovuta ai legami che gli passano sopra la testa, che lo attraversano e lo rendono una figura tragica potentemente significativa e che nulla può fare contro il compiersi di quel destino.
Quella di Impastato è la storia di una espiazione tragica in cui i motivi di identificazione dovrebbero sottrarsi alla semplice apologia ideologico-politica, che fino adesso ne ha costituito il merito e indirizzarsi alla comprensione del dolore che ha condotto quest’uomo a combattere la cultura della morte fino al sopraggiungere della propria.

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