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Bioregionalismo. La nonviolenza ed il far la pace con la Terra…

Bioregionalismo. La nonviolenza ed il far la pace con la Terra…
Marzo 28
11:23 2021

La posizione  assunta nella società -umana od animale che sia- di noi bioregionalisti della Rete Bioregionale Italiana è basata sulla  nonviolenza. Il che  non vuol dire accettare e subire passivamente il male.  In passato di tanto in tanto si son venute a creare delle differenze d’opinione all’interno della Rete, soprattutto riguardo alla alimentazione nonviolenta od  alla protesta attiva nei confronti della società consumista. Alcuni di noi si sentivano più “bombaroli” altri preferivano  ritirarsi in baite di montagna a fare gli eremiti. 

 

Come al solito mi son trovato a percorrere una via di mezzo. Ho cercato di influire sulla società, soprattutto con l’esemplificazione od anche  attraverso azioni e proposte politiche in sintonia con l’ecologia profonda, ho cercato di rappresentare un modello di vita che fosse congeniale con il criterio bioregionale, certo non un modello “forzato” bensì un semplice adeguamento alle circostanze in termini nonviolenti ed ecologisti. Non ho trascurato momenti di convivialità ed incontro per condividere esperienze e tramandi, senza pretenziosità. Questo -ad esempio- facciamo da molti anni in occasione del Collettivo Bioregionale Ecologista del solstizio estivo.  

 

Fare la parte  del  “gandhiano” passivo non mi è congeniale ma nemmeno fare  il guerrigliero  è nella mia natura. Ho la pretesa di credere che una tale via di mezzo “bioregionale” tenga conto della sopravvivenza reciproca di tutti gli elementi in gioco. Con ciò  ha fatto arrabbiare parecchi  miei compagni di viaggio, oltre che le parti avverse cioè tutto l’establishment ed i benpensanti. 

 

La nonviolenza   – diceva  l’amico Piero- dovrebbe essere attiva e sincera,  coinvolgendo l’ambiente in cui la si pratica, la sua possibilità di risonanza e testimonianza ma anche, da un altro lato, i convincimenti e la forza personale, che sono cose distinte dalle prime (una persona può agire in modo nonviolento anche se nessuno lo verrà a sapere; ovvero, la testimonianza nonviolenta può anche essere totalmente personale, non pubblica.  

 

Insomma la nonviolenza di carattere bioregionale non può essere una professione, come quella praticata da certi  bioregionalisti d’oltre oceano, propensi a cantare la natura e gli animali,  contemporaneamente andando nei parchi a caccia, oppure  protestare per  i giochi olimpici invernali in Italia, come fonte d’inquinamento, senza curarsi delle distruzioni e avvelenamenti della terra  da parte dei loro stessi governi.  Purtroppo l’ipocrisia piace al sistema, le belle prediche trovano spazi sui media di sistema, il bioregionalismo “geografico” viene esaltato persino su wikipedia, mentre il “vero” bioregionalismo, quello pratico  del vivere bioregionalmente nel luogo  in cui si vive, e non “altrove”,  vi trova poco spazio.  

 

L’amica bioregionalista  vegetariana Marinella Correggia, con  tutte le sue azioni di sensibilizzazione sociale, si poneva il problema di come strappare la bandiera della nonviolenza dalle mani del “nemico”. Quel nemico gradito al sistema. In cui troppo spesso ai “ma” seguono i “sì” per onorare una certa coerenza di facciata ed allo stesso tempo aderire alle scelte dello “sviluppo” sostenibile.  

 

Il bioregionalismo e la nonviolenza  sono una contraddizione attiva,  la loro attuazione è  immersa nella contraddizione,   altra cosa   è la “coerenza formale”… quella formalità descrittiva, che si adegua alle esigenze della “crescita” e delle consuetudini consolidate.

 

Per questo in alcune occasioni  definisco i veri bioregionalisti   “ribelli e precursori”, cioè quel che noi stessi siamo. Anche se alcuni nostri detrattori dicono che siam solo  sessantottini non pentiti, oppure inveterati illusi, poiché il nostro voler cambiare il mondo si risolve in un nulla.  Sarà così,  ma almeno stiamo cercando di farlo cominciando dal cambiare noi stessi, decidendo per noi stessi quei comportamenti necessari a creare una nuova civiltà umana.  Perciò ci definiamo  “precursori e ribelli” e non “rivoluzionari” poiché, come disse Osho, il rivoluzionario appartiene ad una sfera terrena mentre il ribelle e la sua ribellione sono sacri.  

 

 

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