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Il Castello di Maenza

Il Castello di Maenza
Aprile 11
02:00 2007

Collocata su una collinetta situata di fronte a quella di Roccagorga e con questa delimitante una vallecola che si spinge verso l’ampia valle dell’Amaseno, Maenza si affaccia come da una comoda balconata ad osservare, e a suo tempo anche a controllare, i traffici che si svolgono lungo la direttrice tra l’interno Ciociaro e il litorale Pontino. Il paese di Maenza non si distingue, se non per alcune varianti urbanistiche, dai molti centri collinari di origine medioevale; esso tende verso l’alto, verso la cima del colle, la più difesa, la più difficile da aggredire. E lassù si erge il massiccio, forte palazzo feudale, il Castello che identificò lungamente il paese: il castrum Magentiae, la fortezza, la compatta struttura militare. Nato, nel suo nucleo originario e più essenziale, forse attorno alla prima metà del IX secolo, il Castello subì successivi apporti, soprattutto ad opera della famiglia Ceccano e successivamente dei Caetani.Verso il 1128 era dei conti di Ceccano, passò poi agli Annibaldi nel 1291 e quindi ai Vico, ai quali lo confiscò Bonifacio IX. Nel secolo XV divenne feudo dei Caetani di Fondi. Passò poi ai Pamphili, agli Annibaldi ed ai Borghese. A rendere forte il villaggio collinare fu soprattutto la dinastia dei conti di Ceccano, in particolare di Giacomo I. Alla sua morte, avvenuta nel 1363, Giacomo fu seppellito, per sua volontà, nella Chiesa di San Giacomo, a Maenza, un segno della considerazione per il paese sul quale e dal quale aveva esercitato il suo dominio feudale ampio e importante. Un dominio che alla sua morte si frantumò, giacché Giacomo ebbe in sorte una figliolanza ampia ma tutta al femminile: ben sei donne che portarono in dote frammenti dell’antico e compatto feudo. Il figlio di Rita, cui era stata assegnata la Maenza urbana, cedette al figlio Raimondo il dominio sul paese, e fu un dominio nel solco delle buone tradizioni, se è vero che il giovane ricostruì, ammodernò e ampliò il grande Castello, che domina la parte più alta del paese, e sulle cui pareti viene ricordato quel nome di buon restauratore. Con Raimondo, però, si concluse anche il rapporto quadrisecolare tra la dinastia dei Ceccano e Maenza: a partire dalla metà del XV secolo, difatti, Maenza passò sotto il feudo di un’altra importante famiglia, quella dei Caetani, che dominò a lungo sul Lazio meridionale.
Ma la famiglia Caetani, nei suoi rami, non coltivava sempre il piacere della solidarietà, e tra i Caetani di Maenza e quelli di Sermoneta corsero spesso liti, attacchi, tentativi di sopraffazione reciproca. Il Castello si presenta con mura alte e possenti, segnate da una scarpata finale. Ha pianta quadrilatera, con tre torrioni sporgenti agli angoli ed uno al centro della facciata meridionale. È costruito nella pietra locale che sottolinea l’immagine di potenza, non disgiunta, tuttavia, da una eleganza di linee, semplici e non alterate da fioriture. Appare ancora una costruzione possente a fronte della piana dell’Amaseno, nella classica struttura medioevale, con tanto di sotterranei trabocchetti e antiche prigioni. Una vasta piazza d’armi ne sottolinea l’isolamento in alto. La parte più interessante è quella del secondo piano, dove si apre la stanza di San Tomasso d’Aquino, che ospitò il dottore della Chiesa. Qui vi soggiornò ospite della nipote Francesca degli Annibaldi, essendo già malato e prossimo a morire a Fossanova. Secondo una tradizione, come racconta Willy Pocino, “pur privi di appetito, espresse solo il desiderio di poter mangiare delle aringhe. Alle preoccupazioni dei famigliari per l’impossibilità di poter procurare il pesce, fece eco un banditore il quale annunciava che proprio in quel momento erano in vendita in piazza freschissime portate da un pescivendolo di Terracina”. Degni di interesse gli affreschi del 1640 di Vincenzo Fedele di Montefortino, purtroppo in gran parte deteriorati. Se il Castello era il vertice militare del paese, tutto l’abitato concorreva a rendere la vita difficile a chi si fosse avventurato alla sua conquista: strade strette, a volte ripide, custodite da porte, coperte da passaggi, ricche di curve che consentivano di operare insidie e agguati; case addossate l’una all’altra, di pietra, che danno un’idea di solidità.
Bibliografia: (Istituto Italiano Castelli – Rendina – Bonechi)

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