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Il mito della felicità per “legge”…

Giugno 01
14:46 2024


Nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti  del 1776 un gruppo di uomini  presi da  “entusiasmo” filosofico e civile,  concepirono un diritto mai affermato prima: il diritto alla felicità. “L’uomo ha diritto alla felicità,  è una di quelle epigrafi scritte nei cieli, un grido di libertà destinato ad echeggiare per sempre nel concerto universale della storia umana”, scrisse un idealista.   La cosa fa il paio  con  l’inneggiare solenne dei rivoluzionari francesi  del 1789 che chiedevano “Libertà, uguaglianza e fraternità”.

Ogni diritto idealmente sancito  ha però un senso se può essere esercitato in totale libertà. Eppure Goethe disse “Nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo”. Questa affermazione del massimo filosofo e poeta tedesco dovrebbe farci riflettere sull’assiona “libertà e diritto alla felicità”.

Tanto per cominciare occorre chiedersi cosa sia la felicità e cosa sia la libertà. Questi due concetti ricorrono spesso nelle filosofia orientali ma assumono significati diversi rispetto a quelli che vengono assegnati dal pensiero razionalistico occidentale. Nelle filosofie orientali la felicità   è vista come  la conseguenza di un ottenimento o di un godimento prolungato, una soddisfazione mentale, uno stato di benessere comunque legato alla condizione psicofisica. Infatti la vera gioia, priva di attributi o cause,  in India è chiamata “ananda”.

Ananda,  come intensità e durata è di molto superiore  alla felicità,  è lo stato  in cui il sé riconosce se stesso in se stesso, non è quindi il risultato di un condizionamento o di un perseguimento ma rappresenta il continuo permanere della coscienza/consapevolezza della  propria intima natura. Il termine occidentale  più prossimo a questo stato è la  “beatitudine”,  che  emerge spontaneamente allorquando si realizza la  nostra natura divina.  

 

Quindi la felicità, di cui  si parla nella dichiarazione d’indipendenza USA, è semplicemente un diritto sociale, l’affermazione  a  poter perseguire un appagamento, una condizione benestante,  cercando in tutti i modi un soddisfacimento attraverso azioni  in accordo con  quei legittimi  stimoli e desideri che ci contraddistinguono.  Questo diritto si pone su un piano leggermente più elevato della ricerca del  “piacere” ma rientra sempre nella sfera del perseguibile per mezzo di uno sforzo e con una precisa determinazione mentale.

Ma dal punto di vista “spirituale” o dell’auto-conoscenza tale ricerca della felicità può persino essere vista come un impedimento al sorgere della  “vera gioia”. La felicità è inutile, dipende dall’infelicità, mentre la  gioia la  trascende, essendo al di là della dualità dell’essere felice o infelice.

Dal punto di vista buddista non si parla mai di ricerca della felicità bensì di estinzione della sofferenza. Ovvero l’attenzione è rivolta verso la cancellazione della struttura mentale (ego)  che è causa della sofferenza umana. Nella  formulazione delle Quattro nobili verità è  detto:  «Oh monaci, il Tathāgatha, il Venerabile, il Perfettamente risvegliato, ha messo in moto l’incomparabile ruota della Legge, cioè l’annunciazione, l’esposizione, la dichiarazione, la manifestazione, la determinazione, la chiarificazione, l’esposizione dettagliata delle Quattro nobili verità. E di quali quattro? Della nobile verità del dolore, della nobile verità dell’origine del dolore, della nobile verità della cessazione del dolore, della nobile verità della via che porta alla cessazione del dolore.»
(Buddha Shakyamuni. Saccavibhaṅga Sutta, Majjhima Nikāya).

Anche nella visione taoista  è detto che “il Tao che può essere annunciato (perseguito), non è il principio che è stato da sempre”.   Nelle  massime sulla condotta pratica di vita di Lao Tzu  l’obiettivo principale è quello di ristabilire l’armonia col Principio attraverso un ritorno allo stato originario, a una condizione per così dire primordiale, e attraverso la liberazione della spontaneità e dell’istintività naturali. L’idea di una reintegrazione dell’uomo nell’ordine cosmico del resto non è rimasta circoscritta ai seguaci del taoismo, ma ha improntato tutta la cultura cinese.  Idee fondamentali della mistica taoista sono: il ritorno alla spontaneità naturale, l’etica dell’agire non agire, l’unione mistica con il mondo e con il suo ordine immanente. Nonché un complesso di concetti che sono alla base delle tecniche taoiste per la disciplina interiore: la quiete, l’assenza di desiderio, il disinteresse, l’oblio.

Solo  in un ramo collaterale del Taoismo, quello cinico ed edonista, insegnato da un certo  “maestro Lie”, si consiglia la  soddisfazione dei desideri, in una sorta di “carpe diem”,  in conseguenza  dell’impermanenza della vita. In questo filone  traspaiono già le influenze dell’alchimia taoista più tarda, sulla ricerca di una lunga vita in buona salute e  sulla capacità di manifestare poteri occulti,  un    patrimonio narrativo importato  dal sistema yoga indiano.

Per quanto riguarda poi il concetto di “libertà” il discorso si fa ancora più ingarbugliato poiché  dovremmo esaminare i due filoni di pensiero, quello del “libero arbitrio” e quello del “destino”. Forse per non confondere troppo le idee del lettore sarà meglio che lasciamo questo argomento ad una successiva disquisizione. 

 

 

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