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Il ricordo che smuove il presente

Febbraio 10
09:14 2012

L’unica donna sarà il vero motore dell’azione: Elga Firsch ha raccolto in ogni angolo del lager prove documentali, cartacee e ‘umane’, e con esse vuole il processo ed un risarcimento sia pure solo morale. Pretende di ricevere una ‘risposta’ – basta forse l’acquisizione della verità o il sommovimento di un dubbio – da parte di Dio, rimasto assente e muto di fronte allo scempio dei corpi e all’atrocità della perdita di ogni dignità umana. Giuria composta dai due superstiti del consiglio degli anziani del tempio di Francoforte Solomon Borowitz e Mordechai Cohen, a difesa di Dio il Rabbino Nachman Bidermann, cancelliere suo figlio Adek. L’imputato principale è naturalmente Dio, ma in scena è incarnato anche nel capitano delle SS Rüdolf Reinhard. Infatti lentamente i piani si avvicinano, si confondono, quasi si ribaltano. Dio è responsabile di aver tollerato il male, di non aver fermato le mani assassine, di essere stato addirittura in silenzio? O è vittima egli stesso, crocifisso uomo tra gli uomini ed insieme agli uomini, dall’umana azione malvagia e dai dubbi sulla sua bontà? La luce si spegne senza che arrivi risposta. Lo spettacolo, in due tempi, avvince in forza di un dialogo fluido e incalzante. I tratti dei personaggi perfettamente aderenti all’immaginario e alla presenza scenica: Elga energica e rabbiosa, i giudici saggi e prudenti, il rabbino fedele e tormentato, il giovane Adek con la mente già fuori dal dramma, il capitano irridente e irrimediabilmente perso. Sorprendentemente bravi gli attori, Roberta De Angelis, Edoardo Baietti, Shany Martin, Luigi Onorato, Agostino Schiavone, Settimio Petrucci: niente eccessi o tentennamenti, ritmi ed intensità in sintonia al testo, una orchestrazione ottimale. Infine Dio che c’è e non c’è, risponde o sta in silenzio, ma scuote e scuote, scuote molto. Allora lo spettatore ‘vede’ passare nel magazzino i barconi affondati col loro carico di disperazione e speranze spezzate, i bambini dai grandi occhi che muoiono di fame, quelli costretti alla guerra e quelli uccisi dalla guerra, i vecchi e gli animali, entrambi inermi ed innocenti, crudelmente torturati, le donne violate nel corpo e nello spirito, i malati … E il processo si sposta e continua, giorno per giorno, e ogni volta la risposta tarda. È il processo a Dio, ma il dramma è per l’uomo. Ma se la memoria si attualizza e insiste a domandare almeno una risposta ci sarà. L’attenzione è già una risposta. L’idea della regia, di ‘far nascere’ lo spettacolo durante una visita di giovani (che poi vestiranno i panni dei personaggi) al campo di concentramento, sembra andare proprio in questa direzione; come pure la proposizione, nell’ingresso del teatro, di cinque sconvolgenti quadri di Sergio Gotti che incidono nella coscienza la musica tragica dei numeri di matricola, i fantocci dei corpi nella fossa, gli ingranaggi del lavoro che uccide, gli occhiali persi e calpestati. Bisogna raccoglierli ed inforcarli, assicurandoli bene con lo spago.

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