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Internet, Maroni e la censura

Gennaio 17
23:00 2010

Un giorno il ministro Maroni dichiara: «Valutiamo di oscurare i siti internet che incitano alla violenza» e il vento della censura torna a soffiare su internet. L’affermazione segue alla notizia sulla procura di Roma che ha aperto un fascicolo con l’ipotesi del reato di istigazione alla violenza e a delinquere nei riguardi di due gruppi di discussione di Facebook, per aver pubblicato le frasi «Berlusconi a morte» e «10-100-1000 Massimo Tartaglia». Il ministro Alfano dichiara l’intenzione di studiare nuove leggi da applicare allo stesso reato se commesso in rete, ma agli ovvi cori di protesta seguono i ripensamenti. “Niente leggi speciali per il web”, nessuna censura, ma un DDL che applichi a internet le stesse regole valide per giornali e tv. E questo vuol dire che chiunque pubblichi minacce di morte come quelle, potrà essere incriminato per il reato di “istigazione a delinquere”, com’ è già previsto dal nostro codice penale, incorrendo negli stessi oneri e responsabilità dei media. Facebook, per Maroni, resta comunque colpevole o complice, e i comuni utenti di internet si sentono discriminati: si appellano al diritto di non essere confusi con ogni manifestazione di pensiero criminale. Al mezzo, dicono, è stata affidata una colpa sua malgrado: quella di aver reso la violenza più visibile, pur non avendola provocata. Emerge sempre più la difficoltà di attribuire il principio della responsabilità in modo giusto e efficace.
L’esecutivo e la giustizia lavorano alacremente per dipanare la questione. Se ne discute anche in Parlamento con l’imprenditore Joi Ito, presidente di “Creative Commons”(associazione no profit che promuove la libera circolazione delle idee nel web e la salvaguardia dei diritti d’autore attraverso il copyleft). Ma i politici assumono comportamenti ambigui e ambivalenti e sempre più spesso si fanno tentare dall’idea della repressione generalizzata. Intanto Mediaset fa ricorso in tribunale contro Youtube e chiede la rimozione di tutti i video del “Grande Fratello”, per violazione del copyryght. L’opinione pubblica, soprattutto la più estranea alla vita del web, punta il dito contro un nemico sconosciuto e plaude a tutti i propositi di oscuramento. La legge, per il momento, prevede che le piattaforme che offrono spazio agli utenti e i fornitori dei servizi non siano responsabili di quello che viene pubblicato, ma li obbliga alla rimozione dei contenuti illegali in seguito a segnalazione. Non tutti conoscono la differenza fra spazi digitali, contenuti e canali di trasporto, e la confusione del ministro leghista è molto diffusa: secondo l’Osservatorio permanente sui contenuti digitali, il 60% degli italiani ancora non usa Internet, né per lavoro, né per svago, né per utilità. La cultura di rete che stenta a diffondersi e a maturare. Più sensata è la volontà di applicare la legge agli autori dei reati, poiché il compito di monitorare la rete per dare la caccia a siti e contenuti criminali già da anni, è affidato alla polizia postale. Ma anche qui, i giuristi insorgono perché applicare a Internet le leggi dello stato, significa incorrere in problemi di giurisdizione. L’avvocato Guido Scorza di “Diritto alla Rete”, ricorda che il lavoro della Polizia viene rallentato proprio dalle leggi interne. Internet, con tutti i suoi social network, è una garanzia concreta della libertà d’espressione sancita dall’articolo 21 della nostra Costituzione e riconosciuta anche dall’UE, che gli attribuisce un regime di “protezione giuridica” che vincola le autorità a tagliare l’accesso solo dopo un giudizio “equo e imparziale”, includendo il diritto degli utenti “ad essere ascoltati”. Anche l’Italia dovrà adeguarsi a questa disposizione, entro il 2011. Ma l’ignoranza politica anacronistica rischia di far regredire l’Italia al suo passato di negazione del diritto.

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