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La forma poetica e la morte

Novembre 01
02:00 2007
Non omnis moriar, canta Orazio alla fine del III Libro delle sue Odi, ovvero: “Non morirò del tutto”, a ricordarci che la scrittura poetica – e in genere la creazione artistica – è una forma in cui l’uomo accetta e consapevolmente sceglie di fissare la propria fuggevole esistenza, rendendo immune alla morte, e al disperante oblio dei secoli, la parte migliore e/o più autentica di se stesso. Una forma che l’uomo, l’essere più fragile e feroce del creato, strappa alla propria insensata significazione, alla propria in-consistenza, per anticipare da vivo la morte, la scomparsa nell’abisso che un giorno (quando e dove nessuno lo sa) finirà per inghiottirlo.
La poesia è la risposta che possiamo e che dobbiamo alla morte, in quanto esseri umani. È il nostro risibile ma dignitoso “eppure”: il grido di silenzio che prorompe, irriducibile e ribelle, tra le pieghe del nostro tempo, e ci permette di opporre un segno, una traccia, la soglia di una casa e di un confine alla s-misura, al vuoto che sta attorno e ci contiene. Anche per questo l’atto creativo è sempre intensamente e originariamente eversivo: “Do I dare/Disturb the universe?” (Oserò davvero/Turbare l’universo?) si chiede T.S. Eliot nel Canto d’amore di Alfred Prufrock (1917). L’uomo, allargando gli orizzonti per conoscerla, si ribella con ciò stesso alla propria condizione di morituro, di passante, di ombra evanescente – ma, al contempo, proprio così facendo assolve il più alto compito che idealmente gli sia dato (diventare ciò che è) e corrisponde pienamente alla propria natura costitutiva. E tuttavia siamo “carne per vermi”, come realisticamente ci ricorda il professor Keating, alias Robin Williams, nel film “L’attimo fuggente” (è inutile negarlo o far finta di non pensarci): ombre di sogni, forme di nuvole in viaggio, abbiamo un disperato bisogno di consistere, di durare, di sopravvivere alla nostra fine, ai limiti che il tempo ci impone. Già la sola idea del nostro possibile annientamento, del nostro nullificarci, infatti, ci riempie di sgomento e di terrore. Allora, se ciò è vero, è ugualmente nostro e, anzi, intensamente nostro (ci appartiene), il destino di graffiare l’infinito, di lasciar traccia del passaggio sulla terra: che la nostra esistenza non sia stata invano – che ciascuno di noi al dunque possa dire: “Ecco, ci sono stato anch’io: non mi pento della vita che ho trascorso, e questa è la mia spoglia, quel che di me resta in mia memoria: lo offro a tutti gli uomini del mondo”.
Le parole scritte hanno il dono intrinseco della consistenza, partecipano di una durata potenzialmente eterna. Ancor di più le parole stampate in un libro: fisse, definitive, come incise nel bianco della pietra. Per questo è difficile, per un autore, smettere di correggere, di ripensare, di sospendere il suo assiduo e legittimo esercizio di labor limae: è solo per convenzione che egli può decidere una fine qualsivoglia alla scrittura del testo. Si tratta di un processo a ben vedere inesauribile, coincidente, in ultima analisi, con la “finita infinità” del suo stesso essere in perenne evoluzione (prova ne sia il fatto che raramente ci soddisfa un testo di cui pure fummo un tempo autori compiaciuti, allorché andiamo a rileggerlo a distanza di anni).
L’autore è restio a chiudere e concludere, a staccarsi dal processo creativo, proprio perché è in gioco la forma eterna in cui egli sceglie di rappresentarsi e riconoscersi (ovvero rappresentare e riconoscere il mondo che gli sopravvive – essere del divenire – attraverso il proprio sguardo di morituro). Una forma che, se non sarà mai perfetta, è sempre potenzialmente perfettibile: un concetto-limite, un ideale astratto da inseguire, un orizzonte da raggiungere, senza posa.
Ne va della sua vita e, soprattutto, della sua morte, se è vero che quella forma deve essere in grado sia di giustificare la prima (in quanto altro dal puro dato biologico, dall’esistenza cruda), sia di competere con la seconda, anticipandola e, in certo modo, realizzandola. L’autore si uccide (e rinasce) nel testo, sistematicamente, allorché elegge – parola dopo parola – la forma deputata a rappresentarlo per l’eternità, a contenere e custodire, come un sarcofago dorato, il suo corpo più prezioso, la traccia più luminosa del suo passaggio: l’anima.



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